Lettera aperta alla Cgil: la prostituzione non è lavoro, è violenza patriarcale

Delia Josefa Escudilla, sopravvissuta e attivista argentina “Soy abolicionista porque fui la puta de todos”

Gentile Signora Camusso,

Le scriviamo a proposito dell’incontro che si terrà il 17 maggio nella sede nazionale della Cigl di Roma dal titolo “Nuovi diritti: incontro Cgil e Georgina Orellano, attivista della Asociacion de mujeres meretrices di Argentina”.

Nella presentazione dell’incontro si afferma una cosa inaccettabile ovvero che la prostituzione sia “lavoro sessuale” e che come tale vada riconosciuto e tutelato.  Vengono, inoltre, definite “repressive e contrarie a ogni forma di autodeterminazione e di rispetto per tutte le persone” le istanze abolizioniste, che contrastano la mercificazione del corpo delle donne e chiedono di punire anche i clienti oltre agli sfruttatori.

Siamo attiviste femministe e sopravvissute alla prostituzione e affermiamo con forza che la prostituzione non è lavoro, ma violenza patriarcale. Molte di noi hanno vissuto e vivono la precarietà e la disoccupazione ed è proprio l’assenza di alternative per vivere a costituire una della principali cause della prostituzione.

La prostituzione ci riguarda tutte perché l’idea che una parte dell’umanità che ha potere economico e politico possa comprare, violentare i corpi delle altre costrette dall’indigenza è un messaggio capitalista violento e discriminatorio.

Perché se la prostituzione è un lavoro come un altro come ci dice il pensiero neoliberista abbiamo risolto il problema della povertà femminile e della precarizzazione del lavoro imponendo abusi, violenze a donne che non scelgono e non vogliono scegliere di vendere l’unica cosa che possiedono, il loro corpo, per sopravvivere.

Delia Josefa Escudilla: “Trabajo Genuino para las mujeres Prostituidas”

La maggioranza delle persone che sostengono che usare la vagina sia un lavoro come un altro o addirittura meno usurante e pericoloso di qualsiasi altro lavoro non lo svolgono affatto e non lo desiderano per le loro figlie, mogli, compagne. E non parlano mai dell’ingresso nell’ufficio di collocamento di questa possibilità “lavorativa”. E che significherebbe per noi, e non per chi la sostiene, dover accettare lo stupro di uomini che grazie alla propria supremazia economica possono comprare la tua sessualità, la tua libertà. Significa vendere generazioni di donne ridotte in povertà che rivendicano il diritto al lavoro e non allo stupro.

In Germania dove la prostituzione è regolamentata è già successo: alcune ragazze che percepivano l’assegno di disoccupazione si sono viste arrivare a casa la lettera dell’ufficio di collocamento con l’offerta di “lavorare” in un bordello. C’è voluta una sentenza della Corte Federale per risolvere la questione. In Nuova Zelanda la prostituzione è già “un lavoro come un altro” presente negli annunci degli uffici di collocamento.

Come sopravvissute che collaborano con gruppi internazionali di donne fuoriuscite dall’industria del sesso come SPACE international rifutiamo il termine offensivo “sex work”, lavoro sessuale, un termine coniato dall’industria del sesso per normalizzare e occultare l’abuso che migliaia di donne continuano a subire nel mondo.

L’industria del sesso è intrinsecamente misogina, si nutre e si espande grazie all’odio contro i corpi e la sessualità delle donne. Se la prostituzione fosse un lavoro come un altro non si troverebbero al suo interno donne abusate, donne che si anestetizzano con droghe ed alcol per resistere, donne che lottano contro povertà, razzismo ed emarginazione sociale.

Respingiamo le falsità contenute nella presentazione dell’incontro a proposito del modello nordico o abolizionista, unico modello legislativo sostenuto dai gruppi internazionali di donne fuoriuscite dall’industria del sesso che si è dimostrato veramente efficace nella difesa dei diritti umani delle persone prostituite, in quanto non solo prevede la totale depenalizzazione di chi si trova nel mercato del sesso ma anche programmi di uscita che permettano a chi vuole lasciare di avere un’alternativa dignitosa oltre all’assistenza psico-sanitaria gratuita, alloggio, permesso di soggiorno e altri servizi di sostegno.

L’associazione ospitata da Cgil, AMMAR, Asociación de Mujeres Meretrices de la Argentina, è stata coinvolta in numerosi scandali: ben tre dirigenti dell’associazione sono state condannate per tratta e sfruttamento della prostituzione. Claudia Brizuela che è stata dirigente nazionale è stata condanna per tratta nel 2013: le donne che sfruttava erano costrette a turni fino a 36 ore senza sosta e venivano minacciate di essere sfregiate con l’acido se si fossero ribellate, erano costrette a dichiarare di lavorare in una “cooperativa” quando erano invece sfruttate da una rete criminale di cui Brizuela faceva parte e che gestiva due bordelli a Buenos Aires e San Miguel  dove sono state salvate 31 donne. Teresa Godoy, dirigente AMMAR di Neuquén, gestiva un bordello insieme ad un militare e di recente María López, dirigente AMMAR di Mar del Plata, è stata condannata per tratta: nel bordello che gestiva (ma le donne sfruttate dovevano dichiarare si trattasse di una cooperativa) alle donne schiavizzate tratteneva il 50% di ogni guadagno.

In un momento storico in cui si sta cercando di cancellare la Legge Merlin addirittura facendola dichiare “incostituzionale” (si vedano le richieste degli avvocati di Tarantini e Minetti) e molti politici parlano di “riaprire le case chiuse” è urgente fermare il progetto dei sostenitori/trici dell’industria del sesso di trasformare l’Italia in uno stato pappone seguendo il disastro della Germania dove il numero delle donne uccise da prostitutori e sfruttatori aumenta ogni giorno e ogni tipo di violazione dei diritti umani è diventata la norma.

In questi giorni si svolgerà a Buenos Aires il primo convegno abolizionista internazionale, tra i vari ospiti ci saranno sopravvissute alla prostituzione come l’attivista Delia Josefa Escudilla con cui siamo in contatto che da tempo denuncia come AMMAR sia un’associazione dominata da sfruttatori/sfruttatrici.

 

Anche noi di Resistenza Femminista in collaborazione con altre associazioni impegnate nella difesa dei diritti delle donne e dei minori, contro la tratta e ogni forma di sfruttamento sessuale abbiamo organizzato per le giornate del 27 e 28 maggio un convegno sull’industria del sesso e la tratta per far conoscere la voce delle sopravvissute che hanno denunciato la violenza che hanno subito nella prostituzione e di altre/i esperte/i sul modello nordico che sfateranno proprio alcuni dei falsi miti che vengono diffusi da chi promuove il sistema prostituente.

Queste sono le voci che la Cgil deve ascoltare: le persone più vulnerabili dal punto di vista socio-economico, quelle che hanno dovuto subire ogni genere di violenza a causa del proprio svantaggio sociale. Perché possiamo costruire un mondo più giusto e più equo, un mondo senza più violenza maschile sulle donne di cui lo sfruttamento sessuale è la rappresentazione più emblematica e più feroce.

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