Il grande assente nel dibattito sulla prostituzione

di Valentina S.

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Leggendo numerosi articoli in rete, assistendo a trasmissioni televisive e seguendo il dibattito maggioritario qui in Italia anche da parte di persone delle istituzioni sul tema della prostituzione, sembra che ci sia un grande consenso su un concetto, ripetuto spesso come assioma: “legalizzare la prostituzione volontaria, combattere quella coatta”. Facile, immediato!!! Chiunque non si senta convinto da questa formuletta viene aggredito e tacciato di essere contro l’autodeterminazione, di essere “sovradeterminante”, bigotto, retrivo e chi più ne ha più ne metta.
A volte mi sembra di vivere in un mondo diverso, da chi propone queste ricettine. Nel mio mondo c’è la violenza di genere che colpisce nelle case così come in strada o sul lavoro donne di ogni condizione sociale, nel mio mondo c’è la repressione e la discriminazione contro gli immigrati, nel mio mondo c’è la povertà strutturale e aggravata dalle politiche neoliberiste, nel mio mondo c’è la disparità nelle relazioni eterosessuali impostate ancora come relazioni di dominio uomo-donna, nel mio mondo c’è il capitalismo per il quale pecunia non olet e in cui l’economia criminale la fa sempre più da padrona anche nei settori legali e la schiavitù dilaga, nel mio mondo al centro non è il benessere della persona e tantomeno dei soggetti più discriminati (donne biologiche e trans, immigrate, povere…) ma il massimo profitto per le élite. Ora, non solo la prostituzione è una delle forme di violenza di genere che una donna può subire fin dall’interno delle mura domestiche da parte di partner, familiari, ecc. e che può cominciare fin dall’infanzia o adolescenza (e non è che poi appena compio 18 anni divento “libera e autodeterminata professionista del sesso”). Non solo la violenza sulle donne è una faccenda enormemente complessa – fatta di tante sfumature e non sempre da visibili catene – e da cui non è per nulla facile uscire. Non solo numerose testimonianze di donne fuoriuscite dalla prostituzione, anche non sfruttate da papponi o forzate sotto minacce di morte, spiegano i danni psicofisici che hanno riportato in questa attività che comporta avere tanti rapporti sessuali non desiderati, soggiacendo alle più svariate richieste dei clienti. Ma qui siamo addirittura in presenza di una INDUSTRIA, particolare che viene sempre dimenticato (?!) da tutti i “brillanti” maitre à penser. Ci sono interessi economici miliardari da parte di tantissime persone: gestori e proprietari di locali-bordello di ogni specie (hotel, night-club, affittacamere, centri massaggi, club priveé, ecc…), proprietari di agenzie di escort, intermediari, reclutatori e veri e propri magnaccia, trafficanti, funzionari vari corrotti, clienti potenti che usano le donne come merce di scambio per favori, ecc… Il tutto in gran parte gestito oggi direttamente o indirettamente da grandi organizzazioni del crimine organizzato transnazionale, nell’illegalità o apparente legalità, a seconda delle leggi. Anche solo leggendo le cronache, appare evidente l’intreccio tra tratta e prostituzione con maggiore libertà di movimento, di cui parla Lydia Cacho nel suo libro inchiesta in giro per il mondo – come ad esempio nel caso del locale Pussycat di Roma, dove i gestori del locale mescolavano studentesse italiane e giovani rumene e di altre nazionalità di cui alcune “smistate” a papponi romeni per la prostituzione in strada.
Non fa notizia in Italia che a una persona come José Moreno in Spagna sia stata data la licenza per aprire un altro mega-bordello nonostante fosse sotto inchiesta per tratta di esseri umani, né che in Germania Jürgen Rudloff (nella foto) possessore di tanti bordelli legali tra cui il Paradise di Stoccarda si sia semplicemente lavato le mani e sia rimasto incensurato quando è stato scoperto un giro di tratta che coinvolgeva anche il suo localeIn quale modo il variegato mondo dei veri protagonisti che fanno i veri profitti sulla prostituzione e sulla tratta per il mercato del sesso dovrebbe starsene inerte mentre donne nella prostituzione, fuoriuscite, intellettuali, femministe, liberi pensatori e politici si affannano nel dibattito e nelle proposte di legge? E infatti zitti lo sono solo apparentemente e non sempre lo sono. Non se ne sta zitto Dennis Hof, ad esempio, magnaccia legalizzato del Nevada, uomo potentissimo e ricchissimo, che già pensa ad espandere i suoi affari in Canada approfittando della nuova legge; non se ne sta zitta la tenutaria inglese Becky Adams che fa grande campagna per l’ “assistenza sessuale” ai disabili. Persone come loro chiedono a gran voce la liberalizzazione e depenalizzazione del loro business e che la prostituzione sia riconosciuta professione come tutte le altre.

La maggior parte sta zitta ma non può che ritenersi la più grande beneficiaria occulta (o pilotatrice?) della grandissima campagna mondiale di normalizzazione-banalizzazione della prostituzione che non esita a utilizzare argomenti del femminismo e dei diritti umani per raccogliere consensi.

La regolamentazione-depenalizzazione-normalizzazione della prostituzione ha causato, dovunque sia stata adottata, la depenalizzazione dei profitti terzi sulla prostituzione, a volte nascosta e occultata dal semplice affittare delle camere d’albergo a prezzi salatissimi (come ad esempio avviene in Svizzera). Va da sé che il settore legale è poi una minima parte dell’industria che resta per lo più sommersa, ma appare legale e più “pulita” ai benpensanti, rassicurati dal fatto di non vedere in strada il mercato del sesso, o vederlo meno, a causa delle norme repressive che lo vietano.

Chi pensa che legalizzando l’industria della prostituzione e facendo finta che sia un lavoro come ogni altro si sconfiggano le mafie e la tratta “pecca di ingenuità” come dice Lydia Cacho, perché le mafie non hanno alcun interesse a rinunciare ai loro affari, né lo faranno. Ciò non potrà che aumentare invece il loro capitale di consenso e la loro impunità, perché sempre più gente penserà che le donne in prostituzione sono libere, felici e ben pagate, la domanda crescerà sempre di più e tecnicamente sarà sempre più difficile perseguire gli sfruttatori, una volta che questi siano diventati “manager”.

Basterebbe pensare alla tratta con vera e propria riduzione in schiavitù per il lavoro – nell’abbigliamento, nell’edilizia, nell’agricoltura – che avviene tranquillamente nel moderno capitalismo sostanzialmente indisturbata, per far tremare una persona di buon senso al solo pensiero di far entrare la prostituzione nella sfera del “lavoro”.

E invece si sente tanto parlare di diritti, di pensione, ferie e malattia, come se l’industria del sesso fosse la città del sole e non il regno di efferati sfruttatori! Come se non avessimo già esempi concreti in tanti paesi, come la Germania, dove le tariffe per le donne sono crollate nei bordelli a tariffa fissa dove paghi un tot al mese e stai con quante vuoi. Più dici che la prostituzione in sé è una banale attività come altre e che frutta lauti guadagni più confermi la falsa versione di trafficanti e papponi che, con secoli di esperienza, attraggono le ragazze nel giro nella sostanziale connivenza degli stati e della società tutta, più aumenti la violenza dei clienti che vogliono sia soddisfatta ogni loro richiesta e si lamentano coi gestori dei bordelli della scarsa “professionalità” delle ragazze che hanno dolore e chiedono di smettere.

Si dice che si vuole togliere lo stigma alle donne in prostituzione, ma – come dice Rebecca Mott, sopravvissuta allo sfruttamento sessuale – per toglierlo bisogna cominciare a considerarle innanzitutto esseri umani e non macchine per fare soldi o bambole di gomma a servizio dei clienti. E bisogna fare attenzione a non togliere invece lo stigma ai magnaccia, promuovendoli a manager di tutto rispetto come già accaduto in numerosi paesi!

Come giovane donna che non si è personalmente prostituita, ma conosce ragazze ex vittime di tratta e donne fuoriuscite dalla prostituzione, posso dire che non voglio vivere in un mondo in cui la prostituzione sia considerata una buona opportunità di lavoro che le ragazze possono cogliere. Voglio avere il diritto di rivendicare istruzione, lavoro e reddito garantito, senza che mi si proponga l’industria del sesso come accettabile alternativa o mezzo per pagare rette universitarie sempre più esose, nascondendo la distruzione psico-fisica che porta con sé. Come donna femminista dico che “il corpo è mio e lo gestisco io” non significa che lo gestisce invece di me il mercato, il manager del sesso e il cliente. Ma proprio che lo gestisco io, cioè che la mia sessualità deve essere libera e non avere a che fare col mio sostentamento economico né con quello della mia famiglia e che gli uomini con cui stare li scelgo io.

Finché questo mondo non sarà un mondo per le donne, senza discriminazioni di classe e provenienza geografica, senza povertà, senza sopraffazioni di qualsiasi genere, io scelgo di non rendermi complice della schiavitù e della violenza subita realmente da tante mie sorelle diventando sostenitrice dell’industria del sesso e delle sue bugie.

Da secoli ci è stato insegnato che i bordelli erano necessari per la “salute maschile” o per la “prevenzione degli stupri sulle donne perbene” o perché la “cloaca non invadesse la città”. Ora il linguaggio è cambiato, perché dire certe cose è diventato impresentabile. E allora si parla di scelta delle donne, nonostante la quasi totalità delle donne in prostituzione dice che avrebbe desiderato e desidererebbe fare altro, nonostante la grandissima presenza nella prostituzione delle ragazze straniere ridotte in schiavitù e legate ad un debito.

Si continua a dare per naturale e indiscussa la scelta di milioni di persone – in grandissima maggioranza uomini – di fare sesso non consensuale e reciproco, senza essere desiderati, ma comprando l’accesso ai corpi col denaro. Penso che sia veramente arduo per ogni persona che si occupi di questione di genere continuare a ignorare questo nodo, il nodo della violenza intrinseca di questo atto non reciproco, fortemente apparentata con l’altra forma di violenza che è lo stupro, eppure per lo più si continua a ignorarlo persino in questi ambienti. Ben sapendo che tratta, prostituzione minorile e infantile, sfruttamento e violenze continueranno a esistere con qualunque legge perché le leggi a nulla possono dove non c’è rivoluzione del pensiero. Finché si continuerà a difendere la prostituzione con i soliti argomenti liberali senza sviscerare il funzionamento dell’industria del sesso e il suo legame concreto con la tratta, senza mettere seriamente in discussione la pratica del pagamento per l’accesso ai corpi,  ci saranno ben poche speranze di cambiamento.

[Già pubblicato su Consumabili]

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1 Risposta

  1. maggio 11, 2018

    […] [leggi anche Il grande assente nel dibattito sulla prostituzione] […]