Femme Fatale contro l’inganno del “sex work” come empowerment

Femme Fatale è una sopravvissuta alla prostituzione che racconta la sua esperienza come escort smascherando le bugie che circondano il “sex work” nella comunicazione mainstream e di un certo femminismo neoliberista che lo glamourizza e promuove (solo per le altre però) come possibilità per le donne di autoaffermarsi, conquistare indipendenza ed esprimere la propria libertà sessuale. Femme Fatale ci dice la verità anche sulla cosiddetta Girlfriend Experience (GFE), la richiesta da parte del compratore di sesso di una finzione di relazione, una forma di esercizio di potere veicolato dal denaro ancora più subdola e violenta che rappresenta l’esatto controcanto della libertà di disporre di noi stesse: corpo e mente insieme, libertà per cui le donne hanno lottato e continuano a lottare. 

È successo a meSono stata una escort per otto anni credendo che mi avrebbe permesso di realizzarmi in modo autodeterminato, ma non è andata così.

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Jessica Harrison, “La decapitazione” (2007)

Prima di diventare una escort avevo studiato per ottenere un SSTC in Inglese con alti e bassi per vari anni. Questo progetto non si è realizzato per diverse ragioni logistiche e ad un certo punto ho abbandonato il sogno per diventare una prostituta.

Prima di fare il salto cominciai a seguire diligentemente un corso di studi sul femminismo e ogni forma di sex work. Come molte altre persone, credevo veramente che essere una escort fosse una cosa femminista e che mi avrebbe garantito autonomia e realizzazione personale. Non era così e quello che pensavo non è successo. Forse questo percorso ha incoraggiato altre donne e le ha aiutate a ottenere un senso di maggiore parità all’interno del patriarcato, ma questo non coincide con la mia esperienza personale.

Sono stata incuriosita dall’industria del sesso e dal mio potenziale come sex worker per molti anni prima di entrare a farne parte. Lessi voracemente ogni tipo di libro che riuscivo a trovare sull’argomento. All’inizio pensavo che avrei scelto una carriera come spogliarellista, ma dopo una ricerca approfondita sul tema realizzai che le spogliarelliste lavoravano moltissimo per guadagnare due lire. I veri soldi si facevano con l’escorting. Ed ero molto interessata a fare molti soldi. Ero come accecata dal simbolo del dollaro, assolutamente dissociata e determinata a concretizzare la mia decisione.

Nel giro di una settimana era diventata una escort. Era stato molto più facile di quanto pensassi, avevo cominciato in modo naif e su alcuni siti improbabili ma individuai presto i forum nei quali progettare il mio business e in breve tempo i miei soldi giornalieri si moltiplicarono e non avevo neanche ore del giorno sufficenti per soddisfare la domanda.

Diventai presto una delle top escort del sito e gli uomini si prenotavano con settimane di anticipo per incontrarmi. Riuscivo ad ottenere ottime recensioni giornalmente e il mio business era al punto di massima espansione. Ero single e arricchivo la mia sessualità mentre guadagnavo autonomia sia come donna, sia come entità commerciale, sia come femminista. Ero tutte queste cose insieme. O almeno pensavo che fosse così.

Una volta sistemata continuavo a studiare sex work e femminismo. Come molte altre sex workers femministe pensavo che stavo sviluppando il mio potenziale come donna in una società patriarcale e che in qualche modo stavo aiutando il movimento femminista ad avanzare grazie alla mia carriera.

Pensavo che esplorare, possedere e vendere la mia identità e sessualità fosse un atto di potere. Continuavo ad essere convinta che quello che stavo facendo era un caso esemplare di tutto quello che stavo leggendo sulle donne che erano le più forti, le più potenti, le più al passo con i tempi e che attraverso il mio esempio stavo aiutando le donne a costruire un percorso di parità in un mondo dominato dal maschile. Quando però la dissociazione, il successo e la fama se ne andarono cominciai a capire che mi ero davvero sbagliata.

Dopo molti anni la delusione cominciò a manifestarsi e mi risvegliai traumatizzata ed esausta, disillusa e amareggiata e sola e depressa in modo orribile. La gratificazione egocentrica che il lavoro mi aveva dato, per cosi tanti anni, se n’era semplicemente andata. Non mi sentivo più una persona di successo, intelligente o sexy.

Il sex work è il gioco esasperante di assecondare il narcisismo maschile. Se sei una sex worker fa parte letteralmente del tuo lavoro far sentire un uomo speciale, superiore e soddisfatto come se fosse l’unico essere vivente del pianeta. Questo aspetto del lavoro davvero non lascia nessuno spazio libero per te stessa. Non esiste nessuna possibilità di esplorare un qualche aspetto di te o della tua identità o un qualche tipo di crescita personale perché non c’è spazio per te in questa equazione.

L’idea che il sex work mi avrebbe permesso di esplorare e scoprire ed arricchire me stessa si è rivelata un puro e semplice mito nella mia esperienza. Il maschio si fermava al mio aspetto fisico.

Così, dopo molti anni, sono rimasta letteralmente con un guscio vuoto cercando di ritrovarmi nello specchio. Non sono riuscita nemmeno ad imparare qualcosa sui miei gusti nella sfera sessuale, che cosa mi piaceva e cosa no, perché ancora una volta, non c’è spazio per l’espressione personale nella transazione economica tra  una puttana e il suo cliente e. È tutto incentrato su di LUI, i suoi desideri sessuali, le sue perversioni e i suoi bisogni.

Poi ci sono anche i suoi bisogni emotivi. Ed è ancora più esasperante cercare di soddisfare questi che le sue inclinazioni sessuali. Un vecchio detto dice che il cliente paga una puttana per potersene disfare, ma la verità è che i clienti che ho incontrato negli anni hanno dimostrato di avere bisogni emotivi profondi che non vengono soddisfatti nelle loro vite personali.

Essere una prostituta è molto simile ad essere una barista ed è molto simile ad essere una terapeuta. La parte sessuale dell’incontro di solito durava poco a causa dei limiti fisici. E come si comporta un uomo che è appena entrato sessualmente in intimità con te? Comincia a parlare della sua vita emotiva. E quello che sarebbe una pausa desiderabile dalla richiesta fisica diventa invece la vera parte drenante dell’incontro.

Non volevo assolutamente sapere niente di quegli uomini da quel punto di vista; ho la mia vita di cui occuparmi e non sono mai stata interessata ad impiegare la mia energia, che mi è necessaria per fingere che mi interessi di loro, per cercare di confortarli e tentare di rimetterli apposto. Poi viene alla luce il nodo pericoloso quando sesso, intimità ed emozioni si intrecciano, ma sono stati stabiliti dei confini pattuiti in anticipo nella transazione.

Questi uomini che mi pagavano per non avere legami, si rendevano presto conto della loro incapacità di penetrare la mia psiche, la mia sfera emotiva, il mio essere spirituale e la loro consapevolezza del confine tra fantasia e realtà cominciava ad offuscarsi. Dopo aver ottenuto il lato fisico volevano tutto il resto. E una volta che prendevano coscienza dell’impossibilità di ottenerlo lo volevano ancora di più. Mi compravano e per questo volevano possedermi.

Certi uomini iniziavano con un vago interesse che diventava presto un bisogno di controllo e a volte un’ossessione. Mi sono dovuta difendere fisicamente, sparire, cambiare numero di telefono e perfino cambiare legalmente il mio nome. Ironicamente tutta questa intimità perversa con perfetti sconosciuti mi ha aiutato a smettere di confondere i confini della  mia percezione delle cose e di guardare in faccia la cruda realtà.

La verità è che viviamo nel patriarcato e che il sex work semplicemente alimenta questa dinamica. Pensavo che facendomi pagare dagli uomini avrebbe pareggiato i conti, ma i soldi non sono assolutamente niente in confronto agli sforzi che ho dovuto fare per proteggere le cose importanti per cui inizialmente avevo scelto questo lavoro: la mia indipendenza, la mia libertà, la mia identità.

La mia esperienza come sex worker è che sono stata pagata per saziare il narcisismo maschile e in più per alimentare i principi stessi su cui si fonda la società patriarcale in cui viviamo. Sono stata pagata per far sentire un uomo al sicuro, sessualmente gratificato e superiore, non importa a che prezzo.

Intanto, mentre mi pagavano per queste cose, ci si aspettava da me che rinunciassi ai miei diritti per quelli degli altri. Sono stata pagata per essere una non-persona che viveva solo per servire gli uomini degli appuntamenti. La mia abilità di dissociarmi, recitare ed essere servizievole è quello che mi ha garantito un grande successo da subito — NON il mio intelletto, la mia intelligenza, la mia umanità e neanche la mia sessualità.

Nota di fondo: Nella mia esperienza ho dovuto rinunciare ad avere un’identità per poter diventare un’escort di successo. E nell’accettare tutto questo, ho semplicemente alimentato il patriarcato e approvato le ragioni e i comportamenti degli uomini all’interno di questo sistema di dominio  tutto questo mentre impersonavo lo stereotipo della passiva, sottomessa donna oggetto di cui il sistema ha bisogno in modo da mantenere il dominio e il potere.

Dopo la disillusione e la rabbia che mi è rimasta per aver dedicato otto anni della mia vita all’industria del sesso che si è rivelata un inganno, oggi posso dire di essere riuscita a rimettere in piedi la mia libertà autentica guadagnata a fatica.

Uscire dall’industria del sesso (anche se ero indipendente, senza un manager) è stata la sfida più grande e la cosa più gratificante che ho fatto in tutta la mia vita. La forza di cui hai bisogno per rinunciare ai soldi e al tenore di vita a cui mi ero abituata e prendendomi contemporaneamente il rischio di ricaderci e ricominciare di nuovo, mi ha dimostrato la profondità senza limiti della mia forza genuina e il mio vero potere interiore.

Oggi, sono libera di esistere, di esplorare e di crescere emotivamente, mentalmente e fisicamente senza i limiti dei ruoli di genere, gli stereotipi sessuali e le dinamiche di potere del sistema.

Sono passati quasi quattro anni dall’ultima volta che mi sono venduta a un uomo e ho imparato più cose di me stessa nel corso di questi ultimi pochi anni che in tutta la vita trascorsa prima dell’uscita dalla prostituzione. Nonostante tutto, sono comunque grata a me stessa per le scelte che ho fatto perché se non mi fossi persa in quel modo, non avrei potuto iniziare un percorso di presa di coscienza della mia identità più autentica che continua anche adesso.

E lasciare quel mondo è stato il vero atto di autentica autoaffermazione del sé che mi ha aiutata a comprendere tutto quello che riguarda la mia identità, il mio genere e il mio posto nella società che avevo sperato di trovare nel lavoro.

Non sarei la donna che sono adesso se non avessi vissuto un’esistenza fittizia per così tanti anni. Ero letteralmente ridotta in schiavitù dal mio lavoro, ma oggi sono libera di vivere la vita alle mie condizioni. E sono qui per dirvi che non dovete adattarvi, sacrificarvi ed accettare di essere schiavizzate dalle costrizioni della società per celebrare il vostro essere uniche e la vostra libertà innata.

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2 Risposte

  1. aprile 9, 2016

    […] Femme Fatale contro l’inganno del “sex work” come empowerment […]

  2. maggio 4, 2016

    […] Femme Fatale è una sopravvissuta alla prostituzione che racconta la sua esperienza come escort smascherando le bugie che circondano il “sex work” nella comunicazione mainstream e di un certo femminismo neoliberista che lo glamourizza e promuove (solo per le altre però) come possibilità per le donne di autoaffermarsi, conquistare indipendenza ed esprimere la propria libertà sessuale. Femme Fatale ci dice la verità anche sulla cosiddetta Girlfriend Experience (GFE), la richiesta da parte del compratore di sesso di una finzione di relazione, una forma di esercizio di potere veicolato dal denaro ancora più subdola e violenta che rappresenta l’esatto controcanto della libertà di disporre di noi stesse: corpo e mente insieme, libertà per cui le donne hanno lottato e continuano a lottare.  Link al testo […]