Lottiamo con le sopravvissute: il nostro 8 marzo

In occasione dell’8 marzo, giornata internazionale delle donne abbiamo chiesto alle nostre sorelle sopravvissute alla prostituzione di inviarci un messaggio scritto da loro da lanciare al mondo. Hanno risposto in tante e le ringraziamo di cuore. Fino a quando esisterà anche soltanto una donna costretta a subire stupri a pagamento per sopravvivere nessuna di noi potrà dirsi libera. La prostituzione è violenza maschile contro le donne e le bambine e deve essere abolita! #modellonordico. Un grazie di cuore alle sorelle che da ogni parte del mondo sono con noi in questa lotta! Oggi alle 18.30 Rachel Moran, presidente di SPACE international parlerà in un evento organizzato dall’Irish Women Lobby https://irishwomenslobby.ie/speak-up-for-womens-rights/ Partecipate e fate girare!! 

Le donne non vengono comprate e vendute soltanto un giorno all’anno; veniamo comprate e vendute dal 1 gennaio al 31 dicembre, quindi ricordatevi di ascoltare le sopravvissute durante la giornata internazionale delle donne e tutti gli altri giorni. Rachel Moran, SPACE  international, Irlanda

Ogni volta che stiamo zitte diamo forza a chi ci fa del male, più parliamo più loro diventano deboli e perdono le forze! Liliam Altuntas, Resistenza Femminista, Italia

La prostituzione non ha niente a che vedere con una sessualità femminile soddisfacente e autodeterminata. L’essenza stessa della prostituzione infatti non consiste soltanto nel soddisfare le fantasie perverse dell’uomo che paga. Lui non paga soltanto per soddisfare le proprie fantasie perverse ma anche perché le donne fingano che quello che lui chiede rappresenti le loro stesse fantasie sessuali, non importa quanto la donna sia disgustata o se sia disposta a prendersi dei rischi maggiori anche soltanto per pochi euro in più. I compratori la chiamano  “professione”, “lavoro”, ma per quanto riguarda noi donne significa essere stuprate e ristuprate ancora e ancora.

Marie Merlinkger, SPACE international, Germania

I suicidi per scappare dalla prostituzione: anche quelli sono femminicidi. Alika Kinan, sopravvissuta attivista Argentina

Non rimanete zitte! Denunciate le violenze dei mariti, dei genitori, fratelli e sorelle! Nessuno può picchiarti, nessuno! Denuncia le minacce, gli abusi e le torture. Sopravvissuta alla prostituzione, Brasile 

Niente di buono accade se io non faccio niente per farlo accadere.  Bianca, sopravvissuta alla pornografia, Germania

Fintanto che ci saranno donne ai fottuti angoli delle strade e nei bordelli immondi, io, Delia, non sarò totalmente libera … perché in ciascuna di loro c’è un pò di me, in ciascun dolore, in ogni situazione violenta, in ogni aberrazione che soffriamo da prostitute, mai e poi mai scomparirà la sequela delle nostre vite, delle nostre menti, corpi ed emozioni, ripudio questa pratica violenta che ci vuole far credere che siamo serbatoio di sperma senza sentimenti soltanto oggetti, no, siamo donne con dei diritti! no alla prostituzione in nessuna parte del mondo.  Delia Escudilla, Argentina sopravvissuta combattente contro il sistema prostituente

Noi, le abolizioniste, non siamo state le prime ad essere arrivate alla conclusione che la prostituzione sia un oltraggio alle donne e che la colpevolizzazione, il controllo e la criminalizzazione delle donne mentre i clienti vengono lasciati liberi sia espressione di una doppia morale. Non siamo le prime neanche ad aver capito che lottare contro la prostituzione non significa lottare contro le prostituite. Le donne nella prostituzione spesso non hanno scelta. Abbiamo bisogno di offrire vie d’uscita, alternative. I clienti scelgono. Nessuna persona, nessuna emergenza li costringe a comprarci ed abusarci. Abbiamo bisogno di questo cambio di prospettiva. Non abbiamo bisogno solo che le donne escano dalla prostituzione. Abbiamo bisogno che l’intera società abbandoni la prostituzione!  E questo è possibile solo riconoscendo che la prostituzione è violenza sessuale e punendo i perpetratori. Huschke Mau, Netzwerk Ella, Germania

Per favore non chiamatelo “sex work”. Non molte donne sceglierebbero liberamente un lavoro dove la violenza sessuale, le malattie, l’abuso fisico e psicologico e perfino la morte sono fattori di rischio. Non è una professione. È sfruttamento. Alisa Bernard, OPS, USA

La liberazione delle donne nere richiede varie azioni: come possono le femministe mainstream dire di avere a cuore il destino delle donne nere ed essere contro il razzismo quando non prendono parola contro i compratori di sesso bianchi che stuprano le nostre figlie e sorelle, contro la polizia che prende di mira le donne nere prostituite mettendole in prigione lasciando liberi invece i compratori di sesso bianchi che vengono a caccia nelle nostre comunità? Le femministe bianche devono battersi contro il razzismo e l’oppressione sessista, combattere contro i due sistemi insieme, prendendosi i nostri stessi rischi, altrimenti il motto “la sorellanza è potente” resterà uno slogan vuoto per le donne nere. Vednita Carter, Breaking Free, USA

Quello che so adesso è che venendo da una famiglia disfunzionale non ho scelto io quella vita, quella vita ha scelto me. Come assistente sociale e attivista in prima linea ho potuto toccare con mano i danni causati dall’industria del sesso, danni subiti dalle donne che sono comprate e vendute. Si tratta dell’industria criminale in più rapida espansione nel mondo. Succede ovunque, alle nostre fermate dell’autobus, succede giù sulla strada proprio davanti al ristorante che frequentiamo. È un giro di affari pluri-milardario. È secondo solo al traffico di droga e di armi.

Ci sono quelli a cui piace fare una distinzione tra la prostituzione e la tratta. In realtà, invece, si scopre che quelle che dicono di essere entrate nella prostituzione volontariamente in quasi tutti i casi sono entrate nell’industria del sesso a causa di una qualche forma di costrizione. La verità nuda e cruda sulla prostituzione è che non solo non può esistere senza una qualche forma di costrizione, ma che senza l’uso della violenza per forzare le donne, la prostituzione collasserebbe. Ne’Cole Daniels, SPACE international, USA

Immaginate di essere obbligate 24 ore su 24 a vedere film porno, a non dormire quando lo desiderate, a non mangiare quando volete voi, ad essere a comportarsi a seconda di ciò che richiedono i puttanieri, a indossare gli abiti che vogliono loro, ad avere un altro nome, a dormire nella stessa stanza dove per ore i puttanieri hanno fatto in modo che la ripetizione dell’atto sessuale si trasformi in una delle più brutali forme di tortura. Immaginate che il denaro che guadagniamo in situazione di presunta libertà venga usurpato dai prosseneti, e che di questo stesso denaro ne usufruiscano i Comuni, il Fisco e lo Stato prosseneta.

Immaginate tutte quelle donne che non potranno parlare né raccontare questa storia: quelle che moriranno per gravi malattie a causa delle dipendenze, degli abusi e della tortura; quelle che verranno uccise, le vittime di femminicidio nella prostituzione sono le grandi dimenticate della violenza maschile. Donne consumabili (usa e getta), nostre sorelle, attraversate da molteplici violenze nell’arco, in genere, delle loro brevi vite, vengono brutalmente e selvaggiamente assassinate, i loro corpi distrutti vengono ritrovati spesso nei terreni abbandonati, nei cassonetti o nei sacchetti di plastica. Malgrado si tratti di violenza contro le donne per antonomasia, essa non è riconosciuta come tale, né a livello legislativo né sociale. Amelia Tiganus, Feminicidio.net, Spagna

Non è lo stigma che uccide le donne nella prostituzione, sono gli uomini che le uccidono. Simone Watson. NorMAC, Australia

Nessun uomo è mai morto per non aver avuto accesso ad una vagina. I loro peni gli appartengono devono esserne responsabili. L’idea che hanno bisogni incontrollati è una stronzata. Fiona Broadfoot, SPACE international, Gran Bretagna

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