Le verità sul mercato globale del sesso svelate dal Covid-19 e cosa possiamo fare per combatterle

di Dana Levy

Traduzione in italiano di Giulia C. e Chiara C.

L’ articolo originale è stato pubblicato da Nordic Model Now [“Facts about the global sex trade exposed by covid-19 pandemic and how to solve them]

Dana Levy è una sopravvissuta alla prostituzione e un’attivista abolizionista che vive in Israele, dove di recente è stata approvata una legge ispirata al Modello Nordico. In questo articolo descrive come il Covid-19 abbia messo a nudo tre verità fondamentali sul mercato del sesso di cui molte femministe sono sempre state a conoscenza: 1. Che gli uomini possono sopravvivere anche senza accesso alla prostituzione; 2. Che la maggioranza delle donne nella prostituzione sono in gravi difficoltà economiche; 3. Che il modello della regolamentazione della prostituzione non offre alcuna protezione per le donne prostituite. Analizza poi le possibili soluzioni – sia temporanee, per la sola durata della crisi, che a lungo termine. Scrive: “Una soluzione per le donne che si trovano nella prostituzione esiste. Ed è incredibilmente semplice.” #modellonordico #prostituzioneèviolenza

Quando tutti hanno iniziato a rendersi conto delle conseguenze del Covid-19, molte testate giornalistiche hanno tratto ispirazione da una famosa citazione di Thomas Reid (1786), “Una catena è forte quanto il suo anello più debole”, traslandola in chiave moderna e relativa al contesto sociale contemporaneo: “La nostra società è forte quanto i suoi elementi più deboli ed emarginati.”

Agli occhi di chi osserva questa società, è stato subito evidente che ben pochi sono più emarginati delle donne nella prostituzione. In ogni Paese, la sopravvivenza di queste donne è a rischio.

Tre verità sul mercato del sesso che molte femministe hanno sempre saputo

L’epidemia di Covid-19 e le diverse risposte che i vari Paesi hanno messo in atto per affrontarla, hanno messo a nudo tre verità sul mercato del sesso di cui molte femministe erano già a conoscenza.

  1. Gli uomini possono sopravvivere anche senza la prostituzione

Al contrario di quanto molti continuano ad affermare, gli uomini possono vivere benissimo senza comprare sesso a pagamento.

Per usare le parole dell’ European Network of Migrant Women:

“La Germania, l’Olanda e la Svizzera – i Paesi con i più grandi mercati del sesso d’Europa – hanno chiuso i bordelli, alcuni Paesi hanno anche imposto delle multe per chi dovesse disobbedire a questa decisione. Il Covid-19 è riuscito in pochi giorni a raggiungere un risultato per cui le femministe, secondo le quali soddisfare i propri desideri sessuali tramite la prostituzione non è un bisogno primario per gli esseri umani, hanno lottato per decenni. Anche gli Stati più fermi nella loro posizione pro-regolamentazione non hanno avuto dubbi: gli uomini possono fare a meno dell’industria del sesso per soddisfare i loro ‘bisogni’”.

Finché ad essere a rischio e ad essere distrutte erano solo le vite di donne e ragazze emarginate, per la maggioranza migranti, la società ha ritenuto che non fosse possibile fare nulla. Non appena sono stati anche gli uomini di mezz’età ad essere a rischio, le autorità hanno immediatamente chiuso i bordelli.

  1. La maggior parte delle donne nella prostituzione si trova in situazioni di povertà estrema

L’epidemia Covid-19 ha messo sotto gli occhi di tutti la povertà estrema delle donne prostituite, con pochissime eccezioni. Le difficoltà economiche di queste donne si sono potute riscontrare in tutto il mondo, sia nei Paesi ricchi che in quelli in via di sviluppo, a prescindere dai modelli legislativi sulla prostituzione da loro adottati.

Il mese scorso nel Regno Unito il Collettivo Inglese delle Prostitute (ECP) ha richiesto lo stanziamento di aiuti economici per le ‘sex workers’, in quanto:

“Sono persone che vivono ai margini, guadagnando giorno per giorno il necessario per vivere. Non sopravviveranno a questa crisi.”

In risposta alle segnalazioni della presenza di donne prostituite nelle strade di Brussels durante la quarantena, una portavoce del sindacato locale delle ‘sex workers’ ha affermato:

“È un momento difficile per le sex workers. Non possono ricorrere a nessun’altra forma di sostentamento, così ripiegano sulla strada per sopravvivere.”

In Germania, più dell’80% delle donne prostituite sono immigrate. Molte hanno perso la loro unica fonte di reddito da un giorno all’altro, e le più vulnerabili tra loro, non potendo pagare l’affitto,  si ritrovano sulla strada. Le attiviste contrarie alla regolamentazione della prostituzione descrivono questa terribile realtà con gli stessi termini usati dai proponenti della regolamentazione.

In Olanda, un numero sempre maggiore di donne prostituite sta ignorando la quarantena perché altrimenti non potrebbero sopravvivere. Una di queste donne afferma che ha scelto di lavorare da casa, come tante altre sue colleghe. “Non hai altra scelta, non puoi morire di fame”, ha spiegato.

Molte famiglie, specialmente quelle più povere, con la quarantena devono affrontare nuove difficoltà economiche, a volte anche molto gravi. Non ci sono però resoconti che riferiscano di altri gruppi sociali che si troverebbero a rischio di povertà estrema nel giro di così poco tempo e in così tanti Paesi diversi. Questo fenomeno dipende solo dai bassi livelli di reddito nella prostituzione?  O ci sono altri fattori in gioco?

Il livello di reddito di chi si trova nella prostituzione è variabile, ma molte giovani donne introdotte da relativamente poco tempo nell’industria guadagnano cifre superiori al reddito medio del Paese in cui vivono. La situazione economica disperata in cui si trovano le donne prostituite non sembra essere collegata al loro livello di reddito. Per esempio, ecco la testimonianza di una  donna francese:

“‘I miei clienti sono benestanti. Conoscono i rischi, e quindi non mi cercano più’, dichiara Charlie, una parigina di 28 anni che dice di guadagnare circa €2,000 al mese.
‘Ho un po’ di risparmi da parte, ma non mi basteranno per più di un mese’, ha aggiunto.”

Una donna israeliana si trova in una situazione simile:

“Sto malissimo perché di solito faccio un sacco di soldi. In una giornata tipo guadagno circa NIS 1,500 [circa €380]. Al momento la mia situazione finanziaria è buona. Mantengo ancora un buon tenore di vita e non ho bisogno di misure di assistenza e welfare. Non ho un pappone e questo lavoro lo faccio per scelta. Posso sopravvivere senza guadagnare per tutto il mese prossimo grazie ai risparmi che ho messo da parte, poi non so cosa accadrà.”

Le difficoltà economiche di queste donne smascherano le bugie dell’industria del sesso. Molti sostenitori dell’industria del sesso ammettono che la prostituzione può essere pericolosa e dannosa per almeno una parte delle donne che la praticano – ma affermano anche che per i benefici economici derivanti dalla prostituzione vale la pena di correre questi rischi.

Affermano che le opportunità a disposizione di queste donne sono limitate, e che la loro unica opzione è la prostituzione. Dicono che se non possiamo offrire un’occupazione dignitosa per ogni madre single, nigeriana, rumena o cinese, allora dovremmo farci da parte e lasciare che queste scelgano di costruire una vita migliore per loro stesse e i loro figli grazie alla prostituzione.

Ho sempre ritenuto che la prostituzione non offra alcuna opportunità di migliorare la propria situazione economica. I soldi finiscono sempre nelle mani dei papponi, di familiari che sfruttano le donne e/o di spacciatori. Inoltre, spesso molte donne spendono i loro guadagni in maniera impulsiva, come meccanismo di compensazione.

L’epidemia di Covid-19 ha svelato qualcosa che molte di noi sapevano già – che il mercato del sesso non crea mobilità sociale verso l’alto per le donne prostituite. Quelle che guadagnano di più possono sopravvivere un mese senza lavorare, ma la maggioranza si ritrova senza cibo e tante non hanno nemmeno un tetto sopra la testa già a pochi giorni dall’inizio della quarantena.

Ho avuto occasione di viaggiare tanto e di visitare dei villaggi poveri nel Sud Est asiatico e nell’Est Europa. I tenori di vita degli abitanti sono semplici e senza lussi, ma almeno hanno un posto in cui vivere e abbastanza cibo per sopravvivere.

  1. La regolamentazione della prostituzione non offre alcuna protezione per le donne prostituite

L’epidemia di Covid-19 ha rivelato come il regime di regolamentazione del mercato del sesso non offra alcuna stabilità o protezione per le donne prostituite – anche ora, quando ne hanno più bisogno che mai.

Alcuni credono che non sia così, o almeno così dicono. Per esempio l’ECP [Collettivo Inglese delle Prostitute] chiede la decriminazlizzazione totale del mercato del sesso nel Regno Unito. Le loro richieste includono:

  • “un supporto economico immediato e facile da ottenere per le sex workers in difficoltà, e il conferimento dello status di lavoratrici per poter ottenere i benefit garantiti agli altri lavoratori, come malattia retribuita e indennità per i lavoratori autonomi.
  • L’immediata decriminalizzazione del mercato del sesso e la sospensione dei raid, degli arresti e delle azioni legali.
  • Aiuti per il pagamento di affitti, mutui e bollette, e rifugi di emergenza per le sex workers senzatetto.”

Nel mezzo di valide richieste di assistenza economica d’emergenza, hanno inserito anche la decriminalizzazione dei papponi – perché quando dicono “decriminalizzazione del mercato del sesso” non si riferiscono solo alla decriminalizzazione delle donne prostituite, ma anche dei papponi, dei proprietari di bordelli e dei compratori di sesso.

Inchieste e resoconti provenienti dai Paesi che riconoscono la prostituzione come una lavoro qualsiasi provano però che non è affatto vero che il modello della regolamentazione garantirebbe alle donne i “benefit garantiti agli altri lavoratori, come malattia retribuita e indennità per i lavoratori autonomi.”

Germania

In Germania, dove la prostituzione è regolamentata ed ogni suo aspetto è stato decriminalizzato, una delle prime misure messe in atto per rallentare la diffusione del virus è stata la chiusura dei bordelli. Ma quasi nessuna donna prostituita in Germania ha un contratto di lavoro. La maggioranza di loro sono lavoratrici autonome, e in quanto tali pagano le tasse. Sebbene teoricamente possano fare richiesta per gli aiuti finanziari che il governo ha messo a disposizione dei lavoratori autonomi durante la pandemia, la maggioranza di loro non è idonea ad ottenere questi benefit perché è immigrata o lavora illegalmente.

Secondo Huschke Mau, leader dell’organizzazione di sopravvissute alla prostituzione Nezwerk Ella, spesso queste donne:

  • Non hanno un’assicurazione sanitaria, o hanno accesso ad un’assicurazione sanitaria inadeguata
  • Non godono dello status di lavoratrici
  • Non hanno diritto a benefit sociali e di welfare.

E come se l’essere abbandonate e lasciate senza alcun supporto finanziario non fosse abbastanza, alcuni comuni tedeschi come Stuttgart e Karlsruhe riscuotono multe e sanzioni non solo dai proprietari dei bordelli che violano le nuove restrizioni, ma anche dalle donne.

Australia

In Australia, Stati come il New South Wales (NSW) e Victoria, dove la prostituzione è rispettivamente ‘decriminalizzata’ e ‘regolamentata’, si trovano nella stessa situazione.

Nel NSW, la proprietaria di un bordello ha ricevuto una sanzione di $5,000 per l’inosservanza delle nuove misure di contrasto al Coronavirus. Anche tre donne impiegate nel bordello sono state sanzionate per $1,000 ognuna.

Victoria, il primo aprile 2020 la polizia ha emesso 13 multe per l’inosservanza delle nuove misure anti-Coronavirus. Per esempio, “il bordello Geelong è stato multato per $9,913, e un’escort che vi lavorava per $1,652.”

Simone Watson, sopravvissuta alla prostituzione e direttrice della Nordic Model Australia Coalition, mi ha riferito che, in teoria, le donne prostituite dovrebbero avere diritto ai benefit di disoccupazione come qualsiasi altro cittadino in regola con le tasse, che siano lavoratrici autonome o dipendenti. Ma in realtà non è così, perché la maggioranza delle donne non è registrata. Watson afferma:

“Le donne australiane si registrano per pagare le tasse come ‘lavoratrici nel settore dell’intrattenimento’, o ‘lavoratrici autonome’. In teoria dovrebbero avere diritto alle misure di  welfare create a seguito dell’emergenza COVID-19. In realtà la maggioranza delle donne prostituite in Australia non sono cittadine – vengono dalla Cina, dalla Tailandia e dalla Corea. Sono invece tutte le donne prostituite, che siano ‘legali’ o vittime di tratta, a rischiare l’arresto nel caso in cui continuassero a prostituirsi in questi Stati dove il mercato del sesso è regolamentato.”

Nuova Zelanda

La lobby del mercato del sesso fa spesso riferimento alla Nuova Zelanda (NZ), indicandola come un paradiso per le donne prostituite. La pandemia ha raggiunto in ritardo questo Stato dalla posizione relativamente isolata nell’Oceano Pacifico, e le autorità si sono mosse immediatamente per prevenire la diffusione del virus. Wahine Toa Rising Aotearoa, un’organizzazione di sopravvissute che chiede la creazione di servizi per aiutare le donne e le ragazze nella prostituzione a fuoriuscire dal mercato del sesso, sta cercando di trovare una soluzione adeguata ma tempestiva per affrontare la crisi.

Ally Marie Diamond di Wahine Toa Rising descrive la situazione come grave:

“Hanno chiesto alle donne e alle giovani nella prostituzione di smettere immediatamente di ‘lavorare’. In NZ è molto dura ottenere aiuti finanziari per le donne. La maggioranza di loro potrebbe persino non recarsi agli uffici del Government WINZ [Work and Income New Zealand] per prelevare i soldi. Non è chiaro se abbiano o no i requisiti per ricevere i benefit stanziati.

“Molte persone hanno cercato di ottenere gli aiuti stanziati tramite il WINZ, ma non hanno ricevuto nessuna risposta in merito. Probabilmente la causa di questo va ricercata nell’aumento di domande per benefit sociali riscontrata durante la pandemia. Con l’adozione del PRA [la Riforma della Prostituzione del 2003, che ha sancito la decriminalizzazione totale del mercato del sesso in NZ], dovrebbero avere diritto alle misure di welfare per i lavoratori autonomi, ma il NZPC [Collettivo delle Prostitute neozelandesi] consiglia loro di fare domanda per il benefit di disoccupazione. Catherine Healy del NZPC ha addirittura consigliato alle donne prostituite di trovarsi un’altra fonte di reddito, come il webcamming, ovvero la prostituzione tramite video online. Inoltre molte delle donne prostituite non hanno la residenza, e ritengono di non avere diritto agli stanziamenti WINZ a causa di questo.”

Quindi sono persino Paesi ricchi dal PIL elevato a non offrire nessuna forma reale di supporto per le donne prostituite, nonostante l’industria del sesso sia stata regolamentata e sia stata completamente decriminalizzata. E anche quando l’attività dei proprietari di bordelli papponi[1] viene autorizzata e legalizzata, la loro priorità non è quella di creare una rete solidale a supporto delle donne nei loro bordelli.

Qual è la soluzione?

L’unica soluzione a lungo termine che possa aiutare in maniera permanente queste donne, è la fuoriuscita dal mercato del sesso. (Questo è uno dei punti chiave del  Modello Nordico.)

Nel frattempo ci sono alcune azioni che possiamo mettere in atto – ispirate dalle azioni delle attiviste abolizioniste del mercato del sesso in tutto il mondo.

Il 23 marzo 2020, Wahine Toa Rising ha scritto una lettera al governo neozelandese per segnalare le difficoltà a cui vanno incontro le donne prostituite durante l’emergenza Covid-19. Chiedono immediati aiuti economici per le donne e le ragazze nella prostituzione, incluse le migranti irregolari, e chiedono che siano messi in chiaro quali siano i doveri dei proprietari di bordelli nei confronti delle donne che vi si prostituiscono. La lettera si chiude con una critica verso il NZPC e il suo suggerimento alle donne prostituite di dedicarsi alla prostituzione online:

“Questo suggerimento può comportare gravi conseguenze per le donne e le ragazze nella prostituzione, in quanto le incoraggia a condividere materiale esplicito sul web, dove non potranno più controllarlo, potrà essere usato per attaccarle, molestarle e ricattarle, e potrà anche fungere da deterrente che le scoraggerà dal lasciare la prostituzione in futuro.

Le attiviste abolizioniste giapponesi hanno agito in maniera simile. Il 6 aprile hanno mandato una lettera al governo per protestare contro le misure di welfare discriminatorie che questo ha istituito in risposta al Covid-19. Queste misure prevedono lo stanziamento di aiuti finanziari per i lavoratori autonomi con bambini che frequentano la scuola primaria. Le attiviste richiedono che questa misura sia allargata alle donne nel mercato del sesso.

A differenza delle lobby pro-mercato del sesso, queste attiviste non chiedono che i papponi siano decriminalizzati o che alla prostituzione venga riconosciuto lo status di un lavoro come qualsiasi altro. “Le donne nel mercato del sesso e dell’intrattenimento sessuale in Giappone dovrebbero essere le prime destinatarie di questi fondi”, affermano, chiarendo subito che “Dobbiamo proteggere il diritto di queste donne ad uscire dalla prostituzione e ad accedere ad un impiego in altri settori dopo la quarantena, ed è a questo fine che dobbiamo garantire loro assistenza economica, legale e medica.”

In Israele, la pandemia ha trovato un sistema di welfare e di assistenza sociale già in difficoltà. Nell’ultimo anno abbiamo avuto tre elezioni, e non è ancora stato possibile instituire un governo dai pieni titoli e funzioni. Il Sex Buyer Act [legge che, su ispirazione del Modello Nordico, criminalizza l’acquisto di sesso da parte degli uomini, ma non persegue le donne prostituite N.d.T.] sarebbe dovuta entrare in vigore il primo luglio 2020, ma non sappiamo ancora se la sua entrata in vigore sarà posticipata alla fine dell’emergenza, e quindi ad una data ancora da definirsi.

Gli enti di assistenza non hanno ancora ricevuto i fondi che erano stati loro promessi, ma questo non ha impedito loro di mobilitare le risorse necessarie per aiutare le donne prostituite. Le unità mobili continuano a fornire cibo e assistenza sanitaria. I centri di accoglienza continuano ad essere attivi in tre città, sebbene in misura limitata.

Un numero sempre maggiore di donne chiede il loro aiuto, e il grosso dei fondi necessari per portare avanti queste attività viene da donazioni di privati. La ONG ‘Lo Omdot MiNeged’ (‘Non essere solo uno spettatore’), che offre assistenza alle sopravvissute e alle donne prostituite, fornisce circa 50 pacchetti alimentari (ognuno con abbastanza viveri per una settimana) al giorno. Servizi come questi salvano vite, ma non sono abbastanza e non bastano per compensare la mancanza di un reddito mensile per pagare l’affitto e le bollette.

Le donne prostituite possono scegliere solo tra due tremende opzioni: lasciare la prostituzione a causa delle nuove misure anti-Covid-19, il che vorrebbe dire non poter pagare l’affitto, o continuare a prostituirsi a rischio della salute pubblica e della loro salute personale.

Un procedimento più veloce e tempestivo per ricevere i benefit di assistenza sociale sarebbe stato loro d’aiuto. E invece, a causa dell’attuale situazione di emergenza, questo procedimento è diventato ancora più lento. La Task Force contro il Traffico di Esseri Umani e la Prostituzione si è quindi rivolta al Ministero delle Politiche Sociali offrendo numerosi suggerimenti, tra cui lo stanziamento di un budget di emergenza in favore delle ONG.

La soluzione che preferisco è quella di attivare e facilitare l’esecuzione di programmi di fuoriuscita dalla prostituzione che prevedano l’emissione di aiuti economici mensili temporanei a favore di tutte le donne che vogliono lasciare la prostituzione – con la promessa, alla fine della crisi, di poter accedere a programmi di integrazione e supporto (compresi regolari contributi previdenziali).

Nezwerk Ella ha tanti altri suggerimenti pratici per i governi, come:

  1. Proibire l’acquisto di sesso e criminalizzare i compratori.
  2. Nel contesto dell’emergenza Covid-19, considerare le donne prostituite come una categoria a rischio.
  3. Fornire alloggi di emergenza (come rifugi o appartamenti) dove i papponi e i compratori di sesso non possano entrare.
  4. Immediato aiuto finanziario.
  5. Programmi di riabilitazione per la dipendenza da droghe e servizi di assistenza e tutela della salute mentale.
  6. Decriminalizzazione totale delle donne nel mercato del sesso.

Tutti questi suggerimenti e consigli sono di natura simile e complementare. Hanno un denominatore comune: riconoscono che i papponi e i proprietari di bordelli, che la loro attività sia autorizzata dalla legge o no, non si fanno carico di nessuna responsabilità nei confronti delle donne che sfruttano.

I governi sono gli unici a poter e a dover farsi carico di questa responsabilità – anche imponendo sanzioni o altre pene per i compratori del sesso e i papponi, e garantendo lo stanziamento di fondi per aiutare le donne nella prostituzione. Si dovrebbero inoltre mobilitare le ONG e le organizzazioni di cittadini che aiutano le donne nel mercato del sesso – e che stanno già agendo per aiutare queste donne – e riconoscere la loro professionalità e la loro esperienza sul campo.

Credits and special thanks

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