«You can’t be what you can’t see». La violenza simbolica nei media

di Chiara Carpita

 

Questo articolo è apparso originariamente in La violenza sulle donne. Riconoscerla, contrastarla e prevenirla (Morlacchi, 2013), volume collettivo curato da Francesca Fanelli. 

 

you can't be what you can't see“La mia idea di fondo è che scovando la violenza simbolica, rendendola visibile, manifestandola, si può mettere in moto la ricerca dei mezzi per combatterla.”
(P. Bourdieu)

Lo scopo di questo saggio è di analizzare il fenomeno della violenza simbolica nei media contemporanei alla luce della lettura femminista di terza ondata.

La Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne che si è svolta a Pechino nel 1995 ha adottato la Piattaforma d’Azione su “Donne e Media” (al punto J della Piattaforma) formulando i suoi obiettivi strategici in un modo identico a quello di trent’anni fa, a dimostrazione di come purtroppo non ci siano stati cambiamenti significativi, ma semmai una pericolosa involuzione:

“La continua proiezione di immagini di donne nei media negative e degradanti – elettroniche stampate video e audio – deve essere cambiata. Inoltre i prodotti media degradanti e violenti oppure pornografici hanno un effetto negativo sulle donne e la loro partecipazione nella società” (traduzione di un passo citato in Thornham 2007, p. 24).

Il successo del documentario “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo, Cesare Cantù e Marco Malfi Chindemi, uscito nel 2009, che è stato visto on line da cinque milioni di persone nel mondo, ha aperto in Italia il dibattito sulla rappresentazione delle donne nei media. Il recente rapporto ombra (consultabile on line) elaborato dalla piattaforma italiana “Lavori in corsa: 30 anni CEDAW”, alla cui stesura ha partecipato anche Zanardo, ha fotografato un paese arretrato il cui Governo non ha messo in atto “nessuna misura specifica per contrastare la rappresentazione stereotipata delle donne da parte dei media, né ha predisposto una strategia per il futuro”. L’articolo 5 del rapporto, che riguarda gli stereotipi di genere, contiene un’analisi dettagliata di questa rappresentazione che discrimina donne e bambine. Come ha dimostrato Lorella Zanardo nel suo lavoro, la presenza della donna in TV è “di quantità, raramente di qualità”, costretta negli unici ruoli di “cornice muta o assurta al ruolo di conduttrice di trasmissioni inutili dove mai è richiesta la competenza” (cfr. Zanardo 2010). Valeria Ottonelli (2011) ha poi descritto un altro ruolo subalterno riservato alle donne definendolo “tecnica Santoro”, ovvero “assegnare alle donne posizioni di prestigio, ma scegliere per ricoprirle, persone giovani o inesperte, che non sono minimamente in grado di offrire un’immagine di autorevolezza e di professionalità” (pp. 23-25). Come fa notare Ottonelli parafrasando Hobbes: “la rappresentazione del potere è potere”; questo significa che se un gruppo sociale, in questo caso le donne, viene continuamente rappresentato come inferiore e quindi privo di “competenza e autorevolezza”, quello stesso gruppo non riuscirà ad ottenere potere sociale perché ritenuto inaffidabile e incompetente.

Nel documentario la posizione di inferiorità della donna è messa in relazione all’erotizzazione o sessualizzazione reificante e all’imperativo della giovinezza che ribadiscono lo stereotipo dell’avvenenza fisica come unico valore riconosciuto al genere femminile. Ottonelli sostiene invece che questi due temi non siano pertinenti rispetto alla questione del legame rappresentazione-potere, in quanto fenomeni caratteristici della società contemporanea ma trasversali ai generi, che riguarderebbero quindi sia gli uomini che le donne. Anche gli uomini secondo la filosofa subiscono la pressione alla bellezza fisica e alla giovinezza portando come esempio gli uomini presenti al programma “Uomini e donne” e i lifting di personaggi politici come Ronald Reagan e Silvio Berlusconi. La tesi di Ottonelli è però smentita dalla realtà: i numeri di questi fenomeni dimostrano una netta sproporzione tra i generi, perché se è vero che la dittatura della bellezza dovrebbe riguardare tutti, sono poi le donne, e non gli uomini, in TV ad essere sempre erotizzate attraverso la retorica feticistica delle inquadrature ossessive di particolari anatomici. I corpi ridotti a pezzi sono poi usati, derisi, umiliati da figure maschili autorevoli come i conduttori a dimostrazione che la sessualizzazione di questi corpi più che avere un obiettivo erotico ne ha un altro assai più inquietante: quello politico dell’annientamento dell’altra, considerata inferiore perchè ridotta a feticcio a cui non è riconosciuta né richiesta nessuna competenza. Se infatti Ottonelli critica giustamente la retorica delle “vere donne” da contrapporre alle artefatte (che però non è la tesi del documentario, ma lo slogan conservatore, adottato nell’appello di “Se non ora quando” del 13 febbraio 2011), non coglie la portata politica di quello che Naomi Wolf chiama “the Beauty Myth”, l’imposizione alle donne di un modello unico, impossibile di bellezza, che discrimina qualsiasi tipo di deviazione dalla norma e che annienta qualsiasi desiderio di leadership, non riconoscendo alle donne altro ruolo che quello di appendice erotica all’uomo. Al contrario il potere maschile rappresentato da conduttori e autori televisivi non è mai erotizzato, questo proprio allo scopo di poter preservare quella credibilità di cui parla Ottonelli stessa, condizione imprescindibile perchè si possa ottenere e mantenere il potere. L’esempio più forte del legame sessualizzazione-umiliazione nel documentario è quello della donna-prosciutto, quando il sedere di una donna appesa in aria viene marchiato, emblema di quella che Volpato (2011) chiama “deumanizzazione”. La selezione di molte scene come questa in cui è evidente l’uso della zoomata che smembra i corpi, riproposte nel documentario in un climax ascendente che culmina nell’accostamento della donna-prosciutto alla donna anziana sbeffeggiata dagli uomini in una scena commovente di “Kontakthof” di Pina Bausch, suscita nello spettatore la pietas (Traversi 2011), la compassione per frammenti corporei alienati a cui viene negato il diritto ad essere rappresentati come persone.

Una contestazione convincente della tesi di Ottonelli è presente in un documentario americano, “Miss Representation”, che ha moltissimi punti di contatto con il lavoro di Zanardo e ne condivide l’ideologia e l’obiettivo etico-politico. Il documentario di Jennifer Siebel Newson uscito nel 2011 si apre con una citazione da Alice Walker: “Il motivo più comune per cui le persone rinunciano al loro potere è la convinzione di non averne”. Jean Kilbourne, l’autrice di un lavoro sulla rappresentazione della donna nella pubblicità iniziato nel 1979 ed arrivato oggi alla quarta parte, “Killing Us Softly 4”,  sostiene che oggi la sessualizzazione delle donne e bambine è un fenomeno ancora più diffuso e pericoloso rispetto a quanto accadeva trent’anni fa. Le bambine ricevono il messaggio che l’unica cosa veramente importante di loro stesse sia la bellezza fisica e che tutti i loro sforzi debbano concentrarsi sul raggiungimento di una perfezione estetica che si rivela ben presto inarrivabile; parallelamente ai ragazzi arriva il messaggio complementare che l’unica cosa veramente importante di una donna sia il suo aspetto esteriore. Questa costruzione culturale rappresenta un ostacolo alla scomparsa del cosidetto “glass ceiling”: le donne rinunciano in questo modo a pensarsi come leader. Uno dei messaggi chiave del documentario è sintetizzato nella frase di Marian Wright Edelman fondatrice del Children’s Defence Fund: “You can’t be what you can’t see”. Il documentario ha l’obiettivo di dimostrare come il messaggio dei media statunitensi sia profondamente anti-democratico, non rappresentando mai le donne in posizione di leadership, se non attraverso narrazioni evidentemente caricaturali dove la leader è giudicata per doti fisiche o presunte preferenze sessuali. La conseguenza immediata di questa manipolazione ideologica è che le donne, soprattutto le più giovani, sviluppano problemi di bassa autostima che le porta ad abbandonare le proprie ambizioni, perdendo la capacità politica di intervenire nella società. L’unica alternativa per le donne che continua ad essere propagandata è quella di trovare un uomo che possa colmare le proprie insicurezze. Illuminanti sono alcune delle statistiche citate dal documentario: il 53% delle ragazze di 13 anni è insoddisfatta del proprio aspetto, a 17 anni questa percentuale sale al 78%, il 65% delle donne e ragazze americane soffre di disordini alimentari, il 17% delle adolescenti soffre di autolesionismo, il numero di donne e ragazze affette da depressione è raddoppiato tra il 2000 e il 2010. Il numero di interventi chirurgici su ragazze minori di 19 anni è più che triplicato dal 1997 al 2007. La presenza delle donne in posizioni di comando nei media statunitensi, come in Italia, continua ad essere irrisoria, solo il 3%. Le donne presenti nella TV statunitense hanno tra i 20 e i 30 anni nel 71% dei casi, ma questa fascia d’età rappresenta solo il 39% della popolazione USA, mentre la fascia sopra i quarant’anni che rappresenta il 47% della popolazione rappresenta solo il 26% nella TV. Alle non più giovani è richiesto di intervenire con la chirurgia perchè le donne, perfino nel ruolo di giornaliste, sono selezionate in base alla loro avvenenza. Analizzando i dati emerge allora come il problema della chirurgia estetica non sia morale, ma politico. La questione della libertà individuale deve essere così riformulata: proprio perché l’obiettivo primario dei ‘femminismi’ è da sempre la difesa dell’autodeterminazione femminile, fondamentale è riconoscere come in una situazione di capitalismo avanzato la donna sia diventata una facile pedina da muovere nella scacchiera del mercato globale limitando l’espressione della sua sessualità che vuol essere normativizzata, ridotta ad un unico modello repressivo ribadendo antichi stereotipi di riproduttrice e intrattenitrice sessuale. La conclusione di “Miss Representation” è comunque ottimista: i media sono uno strumento che può essere usato con uno scopo progressista, è possibile sostituire un modello antidemocratico con una molteplicità di espressioni che rappresentino ogni gruppo sociale senza discriminazione di sesso, età, etnia, religione.

La descrizione che i lavori di Zanardo sull’Italia e Siebel sugli USA evidenziano è l’emergere, o meglio la persistenza, di un fenomeno che Bourdieu ha descritto come “violenza simbolica” nel suo libro “Il dominio maschile” (1998). L’ordine maschile ancora oggi continua a farsi forte del fatto che “non deve giustificarsi” in quanto “la visione androcentrica si impone” come neutra e “non ha bisogno di enunciarsi in discorsi miranti a legittimarla”. I media non fanno che rafforzare questa percezione sociale che ha conseguenze dirette sulle vite delle donne che sperimentano “una sorta di autosvalutazione, se non di denigrazione sistematica” del proprio corpo “come non conforme ai canoni estetici imposti dalla moda e più generalmente nella loro adesione a un’immagine svalutante della donna”. Nel 1996, come racconta Bourdieu (1998, p. 45), in alcune interviste a donne francesi è risultata molto frequente “la difficoltà ad accettare il proprio corpo”. Come spiega il filosofo francese, il dominio maschile costruisce le donne in quanto “oggetti simbolici il cui essere è un essere percepito”, questa condizione “finisce col porre le donne in uno stato permanente di insicurezza corporea o meglio di alienazione simbolica: le donne esistono innanzitutto per e attraverso lo sguardo degli altri, cioè in quanto oggetti accoglienti, attraenti, disponibili” (Figura 1).

Le donne nell’“economia dei beni simbolici” (P. Bourdieu)

Le donne nell’“economia dei beni simbolici” (P. Bourdieu)

Il lavoro svolto dai feminist media studies di terza ondata, come i recenti saggi di Angela McRobbie, Rosalind Gill e Susan Thornham, ha inquadrato la violenza simbolica dei media in una prospettiva storico-politica, mettendo in evidenza l’emergere del fenomeno contemporaneo noto come “postfemminismo”, “una sensibilità” (Gill 2007) che unisce quello che Susan Faludi (1992) chiama “backlash” (reazione violenta) alla trivializzazione-manipolazione dei contenuti ideologici femministi. Il messaggio diffuso dai media oggi si basa su un presupposto storico falso: il femminismo ha permesso alle donne di conquistare la parità dei diritti sul piano economico e politico, ormai le donne possono competere con l’uomo in tutti i campi. La consumatrice ideale a cui si rivolgono i media è quindi una donna che ha fatto propria la lezione del femminismo in termini di autodeterminazione, sia come indipendenza economica sia come gestione di una sessualità libera non più condizionata dalla riproduzione. Il discorso femminista viene così considerato superato e contestato invece come estremista, censorio, sessuofobico e anti-maschio. Allo stesso modo, paradossalmente, è anche accusato del contrario: di essere responsabile cioè della sessualizzazione delle adolescenti come risultato di un’eccessiva e precoce libertà sessuale.

Le teoriche dei feminist media studies legano il fenomeno del “backlash” al neoliberismo capitalista. È evidente infatti come l’obiettivo politico della guerra al femminismo sia la difesa dello status quo attraverso il tentativo di mantenere le donne in una situazione di vulnerabilità e sottomissione al patriarcato capitalista. Le analisi di giovani attiviste inglesi come Natasha Walter (2010) e Laurie Penny (2011) adottano a loro volta una griglia interpretativa marxista-materialista comprendendo nel loro discorso sui media la pressione esercitata sulle donne ad entrare nell’industria del sesso, intrecciando cioè la sessualizzazione delle ragazze e la dittatura della bellezza all’assenza di pari opportunità. Penny parla dell’“anatomia della moderna frigidità” dove il sesso è diventato un commercio della carne che chiede alle donne di diventare merci e mettere in scena una performance per compiacere il dominio maschile. L’“ortodossia capitalista del corpo” fa vivere le donne imprigionate in un ideale di perfezione fisica irraggiungibile, fronte di frustrazioni continue. I media nel patriarcato capitalista funzionano come un panopticon che impone alle donne la disciplina ferrea di un’autosorveglianza continua. Come sostiene Susan Bordo (1993) i corpi femminili sono resi docili attraverso l’interiorizzazione di un processo di autocontrollo, il tempo e lo spazio delle donne è occupato dall’impulso centripeto alla modificazione del sé a partire dalla convinzione di avere delle lacune, difetti da colmare. La femminilità diventa allora pratica, esercizio che conduce proprio per il suo sicuro fallimento alla demoralizzazione e in casi sempre più frequenti, come emerge dal Report of the American Psychological Association (APA 2007), alla malattia, sia essa disordine alimentare, dismorfismo, depressione.

Gill in Gender and the Media (2007) elenca una serie di temi, topoi e costruzioni che caratterizzano la rappresentazione dei generi nei media postfemministi: il messaggio individualistico che sfrutta alcune parole chiave del femminismo come empowerment, choice, sexual freedom svuotandole però di ogni significato politico; il recupero delle differenze sessuali giustificate su base biologica, quello che Walter (2010) chiama “il nuovo determinismo”; l’uso dell’ironia nel tentativo di depotenziare qualsiasi critica al sessismo dei contenuti; occultare l’oggettificazione della donna attraverso la retorica del ‘soggetto sessuale’.

Postfemminismo, ironia e gioco con gli stereotipi

Postfemminismo, ironia e gioco con gli stereotipi

Quest’ultimo punto in particolare rappresenta la base ideologica su cui sono costruite le campagne pubblicitarie rivolte alle donne che riguardano l’industria della bellezza: dalla moda al make up fino ad arrivare alla chirurgia estetica. Gli slogan usati mettono l’accento sulla libera scelta della donna raffigurata come bellissima e consapevole del potere della propria sensualità: la bellezza viene venduta come mezzo per emanciparsi, aumentare il proprio potere sociale attraverso la ricerca del piacere di piacersi (“please yourself” ,“prenditi cura di te stessa”). La protagonista delle campagne pubblicitarie allora non è un oggetto ma un soggetto sessuale (Gill 2007), una donna padrona della sua vita e della sua sessualità (Figura 2). Il contenuto mistificatorio di questo messaggio è decostruibile a partire da alcuni dati di realtà essenziali. Il modello unico di donna proposta, bianca, giovane, eterosessuale, magrissima con forme spesso risultato di interventi chirurgici, non solo è irraggiungibile e discriminatorio nei confronti di donne che non corrispondono a questo modello, ma diffonde il falso mito che le donne abbiano come unico ruolo e destino biologico quello di sedurre gli uomini riaffermando l’oggettificazione ma spostando l’accento sulla libera scelta, sul potere di auto-oggettificarsi. La donna odierna rispetto a quella delle pubblicità degli anni ’70 è ritratta come l’agente della sua reificazione. Parallelamente continua a circolare l’immagine tradizionale della madre di famiglia che è dedita alla cura dei figli e del marito. Le donne che non si identificano in queste due categorie normativizzate sono così discriminate, una discriminazione che è finalizzata all’induzione di un bisogno, come spiega Baumann (2009), e alla creazione di un profilo di consumatrice-consumabile, consumatrice di immagini e immagine da consumare: un doppio ruolo che va a incrementare i profitti dell’industria della bellezza nel momento in cui la donna percependosi come inadeguata si sente costretta a migliorarsi e quelli dell’industria del sesso attraverso la continua oggettificazione che induce lo spettatore uomo a cui queste immagini si rivolgono a consumare.  Lo sguardo della donna che guarda i media diventa uno sguardo alienato, in esilio, costretto ad introiettare quello maschile che tenta di imporgli l’auto-oggettificazione come unica possibilità, per impedire alla molteplice soggettività femminile di esprimere autonomamente desideri e aspirazioni che possono non coincidere con quelli proposti dal capitalismo. Come ha dimostrato il fondamentale lavoro del fotografo sostenibile Ico Gasparri (2011) che ha fotografato dal 1990 al 2004 centinaia di cartelloni pubblicitari a Milano, l’immagine femminile continua ad essere usata per vendere qualsiasi prodotto anche quando la presenza di una modella non ha nessuna pertinenza con l’oggetto venduto. Le donne sono ridotte a feticci sessuali ed è sempre più frequente il diffondersi di immagini che alludono alla violenza sessuale. Parallelamente, l’uomo protagonista di campagne pubblicitarie unisce alla bellezza fisica un ideale machista di potere e successo economico ed è proprio quest’ultimo aspetto che differenzia il suo ruolo da quello delle partner femminili raffigurate come appendici del protagonista. Fondamentali a questo proposito sono le riflessioni avviate dai male studies a partire dagli anni ’90. Il lavoro di Jackson Katz, intervistato in “Miss Representation”, autore del saggio The macho paradox e del documentario destinato a studenti delle scuole superiori, Tough Guise: Violence, Media & The Crisis of Masculinity, attacca il modello normativo di maschile proposto da film, video musicali, riviste evidenziando il legame esistente tra il modello machista celebrato dai media e l’aumento della violenza contro le donne nella società americana.

Dopo l’uscita del documentario di Lorella Zanardo e la creazione del blog “Il corpo delle donne” si sono moltiplicate le iniziative in rete per combattere il sessismo nei media. Moltissimi i blog e le pagine facebook create da giovani donne che si riconoscono nella battaglia politica femminista per l’eliminazione di ogni tipo di discriminazione. In Gran Bretagna dopo il successo del blog “the F-Word”, che ha portato alla pubblicazione dell’omonimo libro, sono nati moltissimi siti di ispirazione femminista riuniti sotto l’etichetta “the carnival of feminism”. Negli USA dopo il successo di “Miss Representation” la regista ha creato un blog analogo a quello di Zanardo dove si moltiplicano le iniziative di mail bombing contro aziende che usano il corpo delle donne per vendere i propri prodotti. L’associazione americana SPARK e quella inglese OBJECT! combattono contro l’oggettificazione delle donne e delle bambine raggiungendo risultati importanti. Le segnalazioni all’ASA (Advertising Standard Authority) di campagne pubblicitarie sessiste sono diventate un fenomeno significativo che si sta verificando anche in Italia con lo IAP (Istituto Autodisciplina Pubblicitaria) e che ha portato all’eliminazione di molte pubblicità che alludevano apertamente alla violenza contro le donne o che usavano il corpo femminile smembrato come ornamento accompagnato da slogan sessisti. Nel 2010 L’UDI ha lanciato la campagna rivolta ai Comuni Italiani “Immagini amiche” che chiedeva l’applicazione della Risoluzione del Parlamento Europeo del 3 settembre 2008 sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità tra donne e uomini, ma sono ancora pochissimi i comuni che la rispettano. Nonostante sia in atto una presa di coscienza politica in un numero sempre maggiore di donne e uomini sui temi della parità di genere, molto resta ancora da fare per fermare la violenza simbolica nei media. Sia l’ASA che lo IAP, che ha firmato nel 2010 un protocollo d’intesa con il ministero delle Pari Opportunità per l’eliminazione delle discriminazioni di genere nella pubblicità, riescono spesso ad eludere le richieste delle/degli attivisti/e e consumatori/trici. Il pretesto usato da entrambi gli istituti è quello dell’ironia che, in certi messaggi pubblicitari, giustificherebbe a loro avviso l’uso del corpo femminile anche laddove il sessismo è più evidente. L’ironia in realtà anziché aggredire gli stereotipi li conferma e li rafforza proprio perché la realtà storica attuale continua a relegare le donne in posizioni subalterne rispetto all’uomo in termini di opportunità di carriera, distribuzione equa dei lavori di cura, numero di donne in politica, ecc.

Una delle conseguenze più preoccupanti della violenza simbolica nei media evidenziata da “Miss Representation” è la sessualizzazione delle bambine di cui parla anche Chiara Volpato nel suo recente saggio. Tra le statistiche citate colpisce come un’adolescente su quattro sia vittima di violenza sessuale negli USA, 1 donna su 4 è stata violentata dal suo partner, 1 donna su 6 è sopravvissuta allo stupro, il 15% delle sopravvissute allo stupro hanno meno di 12 anni. I disturbi di cui soffrono le/i sopravvissute/i allo stupro sono: depressione, abuso di alcol/droghe, suicidio. Nel Report dell’APA del 2009 in seguito a studi condotti è stato dimostrato come l’esposizione ad immagini oggettificanti di donne incoraggi lo stupro; il numero degli stupri di gruppo commessi da adolescenti è in grande aumento. Sempre nel 2009 una serie di studi hanno provato che l’esposizione a video games e video musicali con scene di violenze alle donne o sessualmente espliciti sono collegati all’accettazione da parte degli uomini di “rape myths” e molestie sessuali.

Come spiega Volpato (2011, p. 129): “molte evidenze empiriche indicano come, in adolescenza, la sessualizzazione abbia accentuati effetti negativi sul funzionamento cognitivo, la salute fisica e mentale, la sessualità, gli atteggiamenti e le credenze”. Il pensiero ossessivo rivolto al corpo nella ricerca di un suo continuo miglioramento “lascia poche risorse cognitive disponibili per altre attività mentali e fisiche”, che significa che le ragazze limiteranno le proprie aspirazioni (Figura 3).

Effetti sociali della violenza simbolica dei media

Effetti sociali della violenza simbolica dei media

L’educazione alla visione critica dei media atttraverso progetti per le scuole come quello ideato da Lorella Zanardo e Cesare Cantù “Nuovi occhi per la TV” rappresentano una svolta significativa, una vera opportunità di cambiamento della società. Gli autori di “Miss Representation” propongono a loro volta una serie di strategie: l’utilizzo dei media stessi ma per veicolare un’immagine diversa della donna in posizioni di leadership, la diffusione tramite blog e associazioni di iniziative di mail bombing contro produttori e pubblicitari che creano programmi o campagne pubblicitarie sessiste. Nel blog le ragazze sono incoraggiate a valorizzarsi, a credere in se stesse e a diventare a loro volta mentori per altre ragazze in un circolo virtuoso di solidarietà che rompa lo stereotipo della cosiddetta “cat fight”, il litigio tra donne, un mito alimentato dai media per denigrare e far crescere le divisioni. Volpato propone anche di lavorare allo sviluppo dell’empatia nei bambini e adolescenti come  mezzo efficace per contrastare la deumanizzazione. Alcuni testi di attiviste come Walter e le autrici del blog “The F-Word” Redfern e Aune contengono consigli per diventare attiviste/i e un elenco di siti e pagine di social network a cui partecipare.

La rete è il nuovo luogo di incontro dove si forma coscienza politica, si costruiscono dibattiti, si organizzano azioni di protesta. Il vantaggio di poter abbattere i confini nazionali, l’assoluta libertà di comunicazione e la velocità con cui è possibile mettersi in contatto fa della rete lo spazio ideale dove le narrazioni femminili possono esprimersi, mettersi in dialogo, costruire il cambiamento. Il grande successo di manifestazioni contro la cultura dello stupro e la colpevolizzazione delle/i sopravvissute/i come la “Slutwalk” e “Reclaiming the Night” dimostrano come nel mondo il movimento per le donne sia tornato alla luce con nuove sfide ma con la stessa determinazione al cambiamento.

In Italia la manifestazione del 13 febbraio 2011, nonostante le contraddizioni di un appello, quello di Concita De Gregorio, che lo rendevano inaccettabile, come giustamente aveva fatto notare Luisa Muraro, per la divisione tipicamente patriarcale tra donne “per bene” e donne “per male”, ha dimostato come sempre più donne e uomini siano stanchi del neoliberismo patriarcale e vogliano prendere le distanze da una società basata sul sopruso, la discriminazione, l’assenza di pari opportunità.

Come dice De Lauretis (1984) l’identità femminista è “una costruzione attiva” e un’interpretazione politica delle nostre storie nella storia umana. Nonostante essere donna come sostiene Braidotti (1994, p. 187) significa aver pagato sul e nel nostro corpo “tutte le metafore e le immagini che la nostra cultura ha ritenuto adeguate a produrre ‘La Donna’”, l’impulso femminista alla narrazione del sé (Cavarero 1997) diventa azione politica, luogo di incontro tra il sé e il mondo. La rete è oggi la nuova Sherazade, dove un’altra storia può essere scritta.

Diritto/dovere alla bellezza: libertà di scelta? Pubblicità di un centro di chirurgia estetica

Diritto/dovere alla bellezza: libertà di scelta?
Pubblicità di un centro di chirurgia estetica

 

Diritto/dovere alla bellezza: libertà di scelta? Scomposizione del messaggio pubblicitario

Diritto/dovere alla bellezza: libertà di scelta?
Scomposizione del messaggio pubblicitario

Riferimenti bibliografici:

APA (2007), Report of the Task Force on the Sexualitation of Girls (http://www.apa.org/pi/women/programs/girls/report.aspx).

Z. Baumann (2009), Vite che non possiamo permetterci. Conversazioni con Citlali Rovirosa-Madrazo, Bari, Laterza.

S. Bordo (1993), Unbearable Weight: Feminism, Western Culture and the Body, London, University California Press.

P. Bourdieu (1998), Il dominio maschile, Milano, Feltrinelli.

R. Braidotti (1994), Nomadic Subjects: Embodiment and Sexual Difference in Contemporary Feminist Theory, New York, Columbia University Press.

A. Cavarero (1997), Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Milano, Feltrinelli.

T. De Lauretis (1984), Alice Doesn’t: Feminism, Semiotics, Cinema, Basingstoke and London, Macmillan.

S. Faludi (1992), Backlash. The Undeclared War against Women, London, Chatto &Windos.

I. Gasparri (2011), Chi è il maestro del lupo cattivo? La donna nella pubblicità stradale. Milano 1990-2011, autoprodotto (per le immagini: http://www.ilmaestrodellupocattivo.it/).

R. Gill (2007), Gender and the Media, Cambridge, Polity.

J. Katz (2006), The Macho Paradox , Naperville, Sourcebook Inc..

A. McRobbie (2004), Postfeminism and Popular Culture in “Feminist Media Studies” n. 4.

V. Ottonelli (2011), La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista, Genova, il melangolo.

L. Penny (2011), Meat Market. Female Flesh under Capitalism, Winchester, zero books.

S. Thornham (2007), Women, Feminism and Media, Edimburgh, Edimburgh University Press Ltd.

A. Traversi (2011), Corpo morto nello schermo. Anche se non guardi la televisione, la televisione ti riguarda, Pisa, ETS.

C. Volpato (2011), Deumanizzazione, Bari, Laterza.

N. Walter (2010), Living Dolls, Londra, Virago.

N. Wolf (1991), The Beauty Myth, New York, William Morrow & Company.

L. Zanardo (2010), Il corpo delle donne, Milano, Feltrinelli.

Blog:

The Carnival of Feminists (feministcarnival.blogspot.co.uk)

Consumabili (http://consumabili.blogspot.it)

Il corpo delle donne (http://www.ilcorpodelledonne.net)

Dis.amb.iguando (http://www.giovannacosenza.it)

Femminile Plurale (http://femminileplurale.wordpress.com/)

The F-Word Blog (http://www.thefword.org.uk/blog)

Lipperatura di Loredana Lipperini (http://loredanalipperini.blog.kataweb.it)

La rete delle reti femminili (http://laretedellereti.blogspot.it/)

MissRepresentation.org (http://www.missrepresentation.org/blog)

OBJECT! Women Not Sex Objects (https://twitter.com/objectupdate)

SPARK a Movement (Sexualitation Protest: Action, Resistance, Knowledge) (http://www.sparksummit.com/about-us)

Un altro genere di comunicazione (http://comunicazionedigenere.wordpress.com)

UDI nazionale (http://unionedonne.altervista.org/)

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1 Risposta

  1. marzo 27, 2018

    […] circondati da una continua proposta mediatica di modelli di desiderio maschile, in cui sono mostrati sia soggetti che desiderano sia “oggetti” da desiderare (un presentatore […]