Stupro: una lettera di Joanna Bourke

a cura di e tradotta da Ilaria Baldini

Un paio d’anni fa avevo scritto a Joanna Bourke. Oggi mi sembra il giorno più giusto per tornare su punti fondamentali della lotta contro la violenza di genere, a cominciare dal ruolo di chi, scrivendo sconsideratamente, ha un ruolo tutt’altro che secondario nel mantenere o peggiorare la situazione. Il libro di Joanna Bourke è un libro assolutamente da leggere. E, fedelmente al punto centrale del libro – lo sguardo su chi stupra – a commentare e illustrare il post non c’è la solita foto di una donna con i vestiti strappati e la testa tra le mani, accucciata per terra. No. C’è il responsabile dello stupro dell’Aquila.

[già pubblicata su Il corpo delle donne]

Francesco Tuccia. Il caso dello stupro di Pizzoli (L’Aquila) è rivelatorio sia rispetto al mito del consenso femminile (nonostante le lesioni gravissime, la difesa ha parlato di “sesso estremo” consensuale) sia rispetto al mito del desiderio maschile incontenibile (negato dal fatto che lo stupro è avvenuto con un oggetto).

Qualche giorno fa [marzo 2012], sull’onda delle reazioni di tante e tanti di noi al trattamento che la stampa andava facendo degli incessanti femminicidi e stupri, ho scritto una mail a Joanna Bourke, autrice di “Stupro. Storia della violenza sessuale”, chiedendole di esprimere la sua opinione su alcuni fatti e comportamenti, che le ho descritto, e cioè l’uso di un linguaggio che finisce per giustificare questi crimini come omicidi passionali, tragedie della gelosia, episodi di follia, o lo spazio dato, sui media e nelle conversazioni di tutti i giorni, a veri e propri processi alle vittime, alle donne. Joanna mi ha risposto subito, nonostante i mille impegni per discutere il suo libro in diversi paesi. Prima di lasciarle la parola, segnalo che è una storica che insegna al Birkbeck College di Londra. È autrice anche di “Paura. Una storia culturale”. Come le ho scritto, ritengo il suo libro uno strumento fondamentale per pensare a nuove strategie volte ad affrontare e mettere un argine alla violenza sessuale e di genere. Si tratta di un lavoro ricco e approfondito, del quale continuerò a postare brani ogni volta che ciò possa servire a sostenere i nostri sforzi.

Ecco cosa mi ha risposto.

Ciò che mi hai scritto nella tua mail è tipico, e fa infuriare. L’abuso delle donne è a tal punto normalizzato nelle nostre società – e non penso che la situazione italiana sia peggiore di quella del mio paese – che è difficile convincere la gente a mobilitarsi per contrastarlo. La sensualità è una fonte di piacere, o meglio, così dovrebbe essere. È scioccante rendersi conto che la violenza è invece una parte significativa delle esperienze sessuali di molte donne. Una donna su cinque si troverà, ad un certo punto della sua vita, a subire una forma di violenza sessuale. È una statistica impressionante.

A questo si aggiunge che molti giovani appaiono disinvolti nei confronti della coercizione sessuale. Come saprai, nel mio libro faccio riferimento a un noto studio americano che mostra che uno studente universitario su tre ammette che, ipoteticamente, stuprerebbe una donna se avesse la certezza di farla franca. Un quarto ha ammesso di avere effettivamente compiuto un tentativo di avere rapporti non consensuali, provocando una reazione inequivocabile, da parte della donna, di pianto, lotta, grida o implorazione.

E lo stupro è dovunque nei nostri mass media, reso “glamour” da teleromanzi e film di Hollywood.

Un altro elemento del problema è che il sistema giudiziario non è stato in grado di affrontarlo adeguatamente. Nel Regno Unito, solo il cinque per cento dei casi di stupro denunciati alla polizia si conclude con una condanna. Non conosco le statistiche italiane, ma probabilmente sono simili. Ed è importante ricordare che un numero di stupri che va dal cinquanta all’ottantacinque per cento non vengono denunciati alle autorità. Uno stupratore che viene condannato da un tribunale deve considerarsi eccezionalmente sfortunato.

Ovviamente qualcosa non va per il verso giusto. Mi accenni che in Italia vi è una diffusa accettazione di quelli che si chiamano “miti di stupro”. I più comuni sono: “è impossibile stuprare una donna che oppone resistenza”; “gli uomini rischiano di venire falsamente accusati”; “alcune categorie di sesso con l’uso della forza non sono veramente degli stupri (conoscenti, appuntamenti o stupro coniugale)”; e “no può significare sì”. Questi miti non hanno alcun fondamento nella realtà. Le donne (come anche le vittime di sesso maschile) spesso si “gelano” nel corso di un attacco sessuale. Contrariamente all’idea che gli uomini rischiano di essere accusati falsamente, è molto più comune e probabile che uno stupratore effettivo la faccia franca. E “no” non significa mai “sì”.

Entro il sistema legale rimangono una serie di problemi. Molti ufficiali di polizia sono poco propensi all’empatia per le vittime di stupro e le considerano poco degne di fiducia. Se chi accusa è poco coerente, poco precisa, o se la storia ricade potenzialmente in uno o più miti di stupro, la polizia spesso rifiuta di far progredire le accuse. Farsi una doccia prima di denunciare lo stupro, ritardare la denuncia, o non sembrare completamente credibile e coerente sono solo alcuni dei fattori che spingono la polizia a incoraggiare chi denuncia a ritirare le accuse. E certamente non aiuta se a denunciare è qualcuna appartenente a una minoranza. Ci sono stati noti esempi di questo genere in Italia recentemente.

Una volta arrivate al processo, diventa subito chiaro che i giudici si aspettano un livello molto più alto di resistenza di quello richiesto dalla legge. Nei casi di stupro, si richiede anche un maggior grado di precisione nelle testimonianze rispetto a quello richiesto alle vittime di altri crimini violenti. Il fatto che molte vittime cerchino naturalmente di raccontare la loro storia in modo da contrastare i miti di stupro (dichiarando, ad esempio, di avere bevuto meno di quanto effettivamente risulta), contribuisce a velare di falsità l’intera testimonianza.

Come conseguenza, per chi denuncia, il processo diventa l’occasione in cui ogni aspetto di lei e della sua vita viene passato al vaglio. I suoi vestiti, il taglio di capelli, il modo di camminare, il tono della voce l’accento: tutto è considerato significativo. La donna viene ridotta al suo corpo: com’è vestita, come cammina, se è attraente e sensuale. Ricordo l’infame incidente dei “blue jeans”. Non c’è da stupirsi se i processi per stupro sono stati ribattezzati “cerimonie di degradazione” per le vittime. Poche donne sono in grado di sopportare il peso di una tale performance…

C’è urgente necessità di una riforma del sistema legale, in modo che più stupratori vengano identificati, condannati e puniti per i loro crimini, ma, alla fine, i tentativi politici per ridurre e finalmente eliminare le aggressioni sessuali richiedono un ripensamento della mascolinità. È ciò che cerco di suggerire nel mio libro.

Dobbiamo chiederci: chi sono queste persone che scelgono deliberatamente di infliggere dolore in un rapporto sessuale? Se vogliamo comprendere e estirpare la violenza sessuale nelle nostre comunità, dobbiamo allenarci a posare uno sguardo molto acuto sui colpevoli, quelli che compiono questi atti violenti.

La vasta maggioranza dei violentatori è costituita da uomini, ma l’aggressività sessuale non è innata all’identità maschile. Non c’è nulla di naturale nella violenza degli uomini. Gli uomini sessualmente aggressivi nella società occidentale moderna non sono “veri uomini”, ma solo una sua filiazione inadeguata. Vi sono forze culturali che forniscono scuse e razionalizzazioni di cui alcuni uomini si servono per giustificare la violenza sessuale e il senso di colpa che da essa deriva. Non si nasce stupratori, lo si diventa. Mostrando con chiarezza i tropi culturali che gli uomini sessualmente violenti utilizzano, possiamo metterli di fronte al  loro ridicolo, e in questo modo togliere loro fondamento. Mi pare che sia esattamente quello che tu ed altre attiviste state facendo – coraggio! Prevarremo!

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