Simonetta Spinelli

La ricostruzione di una storia è di per sé ricerca, perché “una storia è una storia soltanto se ha dentro un’altra storia”.

A poco dalla morte di Simonetta Spinelli, ci siamo ritrovate a cercare, scavare, chinate nei nostri armadi, le sue tracce nei tanti documenti che portano la sua firma. Ci ritroviamo a riconoscere la sua voce nei nostri percorsi politici e personali, a riscoprire la potenza disarmante dei suoi discorsi, a risentire la necessità di seguire il suo pensiero che prese il via dalla denuncia del silenzio sul sapere dei corpi e dall’inevitabile paura della perdita, dal nominare le pratiche dei rapporti tra donne, il loro ancoraggio alla materialità dei corpi, dalla ricomposizione, mai finita, del corpo lesbico come corpo desiderante, attraverso il suo invito all’”uso non moderato delle ipotesi”, poiché, diceva Simonetta Spinelli, “l’uso moderato delle ipotesi produce esiti moderati”.

  La riscopriamo così come l’abbiamo vissuta leggendo: inaspettata, imprevedibile, dirompente e riscopriamo l’esigenza di fare, seguendo i suoi discorsi, la nostra storia ancora tutta da immaginare, una storia che è luogo in divenire di possibilità e “il possibile è ciò che eccede, che deborda dai margini, che non può essere contenuto, né istituzionalizzato, che prevede un percorso per spostamenti, ridislocazioni, aperture di discorso”.

Raccontare e vivere una storia di fratture e ricomposizioni, di discorsi di autentica rottura dei codici non è operazione facile, è una vera operazione creativa, che racconta e produce un eccesso non ricomponibile all’interno degli ordinari schemi del sapere; è una storia che nel suo raccontarsi si ridefinisce continuamente, riscoprendo spazi di senso che attraverso la nominazione svelano la loro potenza e danno conto della propria differenza dall’altra e dell’”appartenenza a sé attraverso il rapporto con l’altra”. Il racconto di questa storia diventa allora atto politico: il dirsi lesbica è “raccontare l’esistenza” e raccontare l’esistenza è un atto politico. Il racconto dell’esistenza di Simonetta è un racconto di grande forza, di desiderio, di rabbia, di piacere, è un racconto che ha a che fare con la costruzione del mondo, con la sua invenzione.

Costruire il mondo attraverso una nuova narrazione, non identitaria, è questione che riguarda ancora il presente, è un discorso ancora tutto da fare, a cui dare corpo, è un’idea affascinante che secondo Simonetta non potrà mai essere un’operazione “di massa”. Sarà necessario mettere in discussione l’idea stessa di fare politica? Forse sarà necessaria una lente di ingrandimento più potente e pratiche di vera rottura dei “codici”, si dovrà ricominciare un percorso di ricerca, come suggeriva Simonetta, un lavoro di dissotterramento e ricostruzione.

Sarà necessario fare come “Le Guerrigliere” di Wittig, autrice da lei tanto amata…
“Dicono che al punto in cui sono devono esaminare il principio che le ha guidate. Dicono che non devono attingere la loro forza dai simboli. Dicono che è necessario allora smettere di esaltare le vulve. Dicono che devono rompere l’ultimo legame che le annoda a una cultura morta. Dicono che i simboli che esaltano il corpo frammentato sono temporanei, devono sparire. Sono stati così un tempo. Esse, corpi integri primi principali, avanzano camminando insieme in un altro mondo.

(M.G.M.)

Nella foto: Simonetta Spinelli nel 1979, alla manifestazione di 50.000 donne contro l’attentato fascista a Radio Città Futura e il ferimento delle donne casalinghe che conducevano la trasmissione. All’insegna di “È ora, è ora, potere a chi cova”, apriva un’enorme gallina di pezza costruita in pochi giorni. Fonte http://assarchiviudi.com/wp-content/uploads/2012/07/quaderno_scuola-politica-udi-2011_-dirsi-femminista-tra-mitologia-e-realte280a6.pdf

Per chi vuole conoscere Simonetta, qui il blog che aveva aperto da qualche anno : https://simonettaspinelli2013.wordpress.com/chi-sono/

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