Simone Watson sopravvissuta australiana: Decostruire l’asso nella manica della disabilità

Simone Watson sopravvissuta e direttrice di NorMac (Indigene sopravvissute alla prostituzione e alla violenza domestica)

Il Modello nordico si sta diffondendo nel mondo, il nuovo anno ci ha portato la bellissima notizia dell’approvazione della legge abolizionista in Israele, una battaglia che ha visto impegnate per più di dieci anni sopravvissute e attiviste. Che questa vittoria sia di buon auspicio per il nostro paese.

Ringraziamo la nostra amica, la sopravvissuta e attivista australiana Simone Watson che ci ha autorizzate a tradurre un suo fondamentale articolo sulla questione disabilità e prostituzione. L’argomento della disabilità o meglio dell’uomo disabile (le donne disabili non sono mai prese in considerazione, ma hanno in più occasioni preso posizione come nel caso del Disabled Women’s Network Canada, rete di donne disabili canadesi che ha diffuso un documento ufficiale “I miti sulle persone disabili e la sessualità non devono essere usati per sostenere la regolamentazione della prostituzione”) è usato da sempre dalla lobby pro-prostituzione come cavallo di troia o asso nella manica per far passare un progetto di legge di regolamentazione della prostituzione. Per normalizzare cioè lo sfruttamento sessuale in nome del “diritto” al sesso di persone disabili. Un argomento misogino come spiega Simone che è stata prostituita nei bordelli legali in Australia e che, come conseguenza degli stupri a pagamento dei “clienti” prostitutori, soffre di Sindrome da Stress Post-traumatico, una sindrome invalidante che accomuna tutte le donne prostituite e che può portare anche al suicidio. Perché si chiede Simone dovremo “causare ad una classe di persone delle disabilità che potrebbero essere prevenute per far sì che un’altra classe di persone abbia accesso al sesso?” È questo tipo di società misogina che usa le donne ignorando i loro bisogni, desideri, libertà, diritto alla salute fisica e mentale per soddisfare i cosidetti “bisogni” degli uomini che vogliamo promuovere? È accettabile che le donne prostituite continuino ad essere uccise da “clienti” (nei regimi dove la prostituzione è regolamentata e liberalizzata come Germania e Nuova Zelanda i femminicidi di donne prostituite sono aumentati così come le violenze) o sviluppino traumi a lungo termine che segneranno la loro esistenza? Si parla tanto di “stigma” sulle donne che si trovano nella prostituzione, ma laddove si normalizza lo sfruttamento delle donne e delle bambine l’emarginazione sociale aumenta, per i “clienti” misogini la disponibilità illimitata di donne da usare rinforza il loro disprezzo e i loro comportamenti violenti sono “normalizzati”, autorizzati per legge. Allo stesso modo vengono ignorate tutte quelle persone che vogliono uscire dall’industria del sesso a cui non viene offerta alcuna alternativa perché se la prostituzione è un lavoro come un altro nessuno si preoccuperà della tua salute fisica e mentale una volta fuori. E se avrai sviluppato la sindrome da stress traumatico che ti impedisce di vivere una routine normale, avere fiducia in te stessa e cercarti un lavoro nessuno ti offrirà sostegno psicologico. Questa è la realtà di chi ha vissuto la prostituzione in paesi come l’Australia dove ai bordelli legali (dove i papponi sono imprenditori) si affiancano un numero incontrollato di bordelli illegali, dove la criminalità agisce indisturbata e le donne continuano a morire. Non vogliamo che tutto questo accada in Italia. La legge Merlin non si tocca! #IosonoLinaMerlin #Modellonordico 

Continuo a sentire lo slogan “I disabili hanno bisogno di usufruire dei servizi delle ‘sex workers'” . O anche, “Ai poveri e soli uomini disabili mancano ‘intimità’ e ‘contatto umano'”. Mi sembra che le argomentazioni dietro il “diritto” a fare sesso degli uomini disabili usando le donne prostituite provengano principalmente da persone non disabili che cercano di alleggerire la propria coscienza perché si dispiacciono che i disabili non facciano sesso, o da persone che cercano di mitigare i propri pregiudizi e il proprio disgusto verso l’idea che i disabili siano persone sessuate. Quindi infantilizzano i disabili sotto il presupposto che non facciano sesso e non li considerano pienamente umani, ma solo oggetto di pietà dal punto di vista sessuale.

Entrambe le posizioni sono ableiste e discriminatorie.

Non sono la prima persona ad essere accusata di essere bigotta per aver detto che i disabili non hanno diritto a fare sesso. Per il bene della mia stessa salute mentale voglio specificare che non ritengo che i disabili non abbiano il diritto di comprare le donne prostituite mentre gli altri uomini ne avrebbero diritto, ma che ritengo che nessuno abbia diritto di comprare le donne prostituite in nessun caso, per qualsiasi ragione. Punto. Non sto parlando di sesso, tra l’altro, sto parlando della realtà della prostituzione.

Ecco una citazione da un compratore di sesso che rappresenta l’atteggiamento dei cliente delle donne prostituite:

“Quando paghi per il sesso provi qualcosa di completamente diverso da quello che provi in un rapporto consensuale. Ti senti più potente…tutto riguarda te e ogni aspetto del sesso si basa sui tuoi standard… Quando paghi non subisci lo stress dei bisogni altrui… Ti puoi rilassare invece di cercare di condividere l’esperienzacon qualcun altro”.

Questa frase non è rappresentativa del solo compratore del sesso, ma dell’atteggiamento alla base del commercio sessuale.

Per prima cosa, il compratore di sesso sa benissimo che il sesso non è consensuale (in ogni altra situazione il sesso non consensuale è considerato stupro).

In secondo luogo, è chiaro che gode del potere che ha quando compra sesso.

Infine, non solo ritiene di essere solo quando usa la donna che ha comprato per il sesso, nonostante il fatto che lei sia presente, ma è sollevato dal fatto di essere solo. Per lui questa donna non fa nemmeno parte della categoria degli esseri umani, non è nemmeno qualcun altro. Qualunque atto sessuale stia praticando su di lei o lei stia praticando su di lui, lui non pensa che lei stia provando qualcosa. Questa è la definizione stessa di deumanizzazione.

Tutto riguarda solo lui.

É così che vuole e pensa di averne diritto.

Il mercato del sesso ci dice che gli uomini ne hanno diritto e di conseguenza la società in generale ritiene che gli uomini ne abbiano diritto.

L’unica cosa speciale del compratore di sesso che abbiamo citato è che è un disabile.

Nonostante debba sopportare circostanze uniche rispetto a quelle degli uomini non disabili, per quanto riguarda la sua considerazione delle donne è esattamente come ogni altro uomo che usa le donne nella prostituzione. Qualsiasi sia la sua disabilità, come ogni altro compratore di sesso la sua idea misogina di aver diritto di disporre dei corpi delle donne non viene affatto intaccato.

I servizi di supporto alla disabilità, con il sostegno e l’incoraggiamento nascosto e insidioso degli sfruttatori del mercato del sesso, si schierano sempre di più a favore del diritto degli uomini a fare sesso non consensuale con una persona deumanizzata.

Sono una donna disabile, soffro di una disabililtà che è la conseguenza dell’essere stata comprata e venduta nel mercato del sesso legale e illegale. La mia disabilità poteva essere prevenuta. Non è congenita, non è la conseguenza di una malattia o di un incidente. É la conseguenza della pretesa sessuale maschile di aver il diritto di comprarmi e usarmi per la loro gratificazione sessuale.

Sono parte del 68% delle donne prostituite che soffrono di sindrome da stress post-traumatico a causa dell’abuso sessuale a pagamento. Le donne prostituite hanno in comune questa percentuale del 68% di stress post-traumatico con le vittime di tortura e di stupro. Ritieniamo accettabile questa percentuale di donne traumatizzate nella prostituzione? Non è significativo che veniamo distinte dalle vittime di tortura e stupro in tutto tranne che in questa identica percentuale di stress post-traumatico? Queste stesse percentuali sono la conseguenza diretta della violenza maschile. Una delle particolarità del ritrovarsi nella prostituzione è che non c’è bisogno di un singolo evento traumatico per sviluppare questa sindrome altamente disabilitante, ma è sufficiente la realtà quotidiana dello sfruttamento sessuale a pagamento da parte degli uomini. Nonostante accadano atti di violenza fisica, molti ritengono che i disabili siano incapaci di commettere violenze. Questo argomento non ha alcun fondamento. Se il requisito minimo per un lavoro è non esser picchiate o uccise allora i nostri standard sono incommensurabilmente bassi. L’atto stesso della prostituzione è una violenza che porta quanto meno alla dissociazione. Non importa quante volte poche e privilegiate “sex workers per disabili” possano negarlo, alcune donne prostituite ammettono apertamente che la dissociazione psicologica è normale.

Consideriamo questa affermazione apparentemente innocua di una cosiddetta “sex worker”, Celine: “Non tutte possono fare questo lavoro, ma io so come disconnettermi”. La stessa donna parla di uomini soli che hanno bisogno di contatto umano, la stessa argomentazione sulla bocca delle agenzie di supporto ai disabili e dei profittatori del mercato del sesso. Eppure Celine dice chiaramente che deve disconnettersi. Non è possibile alleviare la solitudine altrui o creare intimità se si è dissociate. L’affermazione che gli uomini che comprano sesso lo facciano perchè sono soli è chiaramente falsa. Gli uomini lo fanno perchè desiderano farlo.

La percentuale di omicidi di donne prostituite sono più alte di quelle di qualsiasi altro gruppo di donne in altri “lavori” e questa percentuale è anche più alta se le donne sono indigene o di colore. La capitolazione alla richiesta di decriminalizzazione dei compratori di sesso rafforza ed espande questa realtà e la tolleranza verso questa violenza contro le donne. La prostituzione è un atto in cui una persona vuole fare sesso e l’altra no (Ekis Ekman, 2013). Il pagamento non crea il consenso, ma lo aggira del tutto. Ancora una volta, come chiamiamo il sesso senza consenso? Lo chiamiamo stupro o violenza sessuale. La sindrome da stress post-traumatico è quella cosa che mi lega anche a tante altre donne disabili che non si sono mai trovate nel mercato del sesso, in quanto le donne disabili sono quelle che subiscono il più alto tasso di violenza sessuale maschile sia che si trovino nella prostituzione o meno.

Consideriamo anche l’operatrice sanitaria che, nel contesto del suo lavoro di cura, deve assistere degli uomini nell’avere accesso sessuale ad un altro essere umano. Si trova costretta nella situazione di dover contribuire ad un sistema che alimenta la domanda maschile verso i corpi delle donne nella prostituzione, un mercato che l’ 89%, 98% delle donne vorrebbe lasciare. Oltretutto spesso dovrà essere presente mentre altre persone fanno sesso. Come dice Jacqueline Gwynne in un recente articolo, “in ogni altro lavoro sarebbe ritenuto molestia sessuale“. È possibile sviluppare stress post-traumatico indiretto a causa di questo tipo di molestia, con un possibile danno significativo sulla qualità della vita, fiducia in se stesse e salute che spesso porta a perdite economiche e fallimenti sul piano delle relazioni personali.

È evidente che l’argomento per cui tutti dovrebbero poter comprare sesso è un argomento misogino, ma è anche un argomento che ritiene accettabile lo sviluppo di disabilità in altre persone, e nel caso dell’operatore/operatrice sanitario/ria anch’esso può esserne traumatizzato/a.

È importante notare che l’unica “industria” in cui la molestia sessuale viene tollerata è quella della prostituzione. Eppure in questo modo la subiscono anche le/gli operatori/trici sanitari. Come può essere ritenuto accettabile?

I disabili hanno forse diritto ad agire sulla base della loro misoginia? La misoginia è un diritto umano? Perchè molte persone ritengono che lo sia. A quelli che ritengono di avere diritto ad usare sessualmente le donne per la loro condizione di disabili chiedo: chi potrebbe mai avere il diritto di stabilire (e chi tra coloro a cui importa dei diritti umani), chi potrebbe mai voler rendere ufficiale il principio per cui questo trattamento delle donne non sarebbe solo accettabile, ma utile, desiderabile e sano?

Per ogni classe di persone c’è una sottoclasse, persino le sottoclassi hanno un’altra classe sotto di loro. Questa classe è quella delle donne prostituite.

I disabili subiscono marginalizzazione e, per usare un termine coniato da Simone de Beauvoir, fanno esperienza dell'”alienazione”. Come minoranza, i disabili sono “alienati”, ovvero il loro diritto ad una partecipazione attiva alla società viene messo al secondo posto rispetto a quello di chi ha la fortuna di non essere disabile.

Un altro uomo disabile ha dichiarato: “Non posso andare in un locale e rimorchiare con facilità una donna, per quanto in alcuni casi ci sia riuscito non posso farlo facilmente”.

Anche qui vediamo ancora la stessa pretesa  maschile di aver diritto a disporre dei corpi delle donneche ci mostra come anche le donne prostituite siano “alienate”. Le donne vengono distinte tra vere donne (quelle che non riesce a “rimorchiare”) e donne prostituite. Quest’uomo non riesce a “rimorchiare” una donna che voglia fare sesso con lui, così ritiene di avere diritto a pagare una delle “altre”.

Abbiamo un gruppo di persone svantaggiate, principalmente uomini disabili, i cui diritti vengono messi al di sopra di quelli di una classe ancora più svantaggiata di donne, con il primo gruppo che acquisisce il diritto a comprare l’accesso sessuale alle seconde.

Nessuna persona a cui viene negato del sesso svilupperà una sindrome da stress post-traumatico o una qualsiasi altra disabilità causata dalla mancanza di sesso. Al contrario, la quasi totalità delle donne prostituite sviluppa la sindrome da stress post-traumatico, che si va a sommare ai tanti rischi e pericoli di cui si fa esperienza quando si viene comprate e vendute.

O la disabilità ci sta a cuore oppure no. Come società siamo disposti a causare ad una classe di persone delle disabilità che potrebbero essere prevenute per far sì che un’altra classe di persone abbia accesso al sesso? Siamo disposti a mettere i desideri sessuali di un gruppo di persone svantaggiate al di sopra dei diritti umani di un altro gruppo? Tutti i bambini e tutte le donne hanno o non hanno diritto ad essere liberi dalla coercizione e dall’abuso sessuale? Pensiamo davvero che una disabilità a lungo termine imposta alla classe di persone prostituite sia accettabile? Perchè è questo che sosteniamo quando sosteniamo il diritto degli uomini al sesso.

Simone Watson è la direttrice nazionale della coalizione australiana per il modello nordico NorMac, Indigene Sopravvissute alla prostituzione e alla violenza domestica, e co-autrice del recente volume Prostitution Narratives: Stories of Survival in the Sex Trade.

 

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