Siamo con te, ragazza della Fortezza

Cara ragazza della fortezza,

non riesco a smettere di pensare alla tua lettera. Conosco la forza che ci vuole per parlare e sono felice che l’hai fatto perché io invece sono sprofondata nel silenzio e non è stato un bene, non mi ha salvata dalla vergogna, non mi ha salvata dai sensi di colpa, non mi ha salvata dall’autolesionismo che ha rischiato di uccidermi. Perché la violenza è stata solo un inizio, l’inizio di una morte lenta fatta di distacco dal sé, odio freddo e calcolato verso me stessa, volontà di fare male a quella persona che quella violenza non era riuscita a contrastarla, che era stata debole e quindi consenziente, che alla fine non era morta quindi non doveva essere una cosa così grave se respiri ancora. Il fatto di essere sopravvissuta, di non essere morta è stata la mia condanna iniziata sminuendo l’orrore così come avevano fatto gli adulti irresponsabili che avevano raccolto il mio racconto minimizzandolo e colpevolizzandomi. E non si muore due volte, ma tutte le volte che le persone negano o prendono le distanze trattandoti come una diversa, un’appestata perché alla fine devi aver fatto qualcosa di sbagliato se è successo proprio a te. E il tempo si ferma a quel momento che torna continuamente come una maledizione a distruggere il tuo ritmo vitale: il corpo risponde al dolore partecipando a quello che senti e così perdi energia, ti ammali, ti spegni. Poi sembra che ti sei riconquistata la normalità, ma ci sono continuamente persone, avvenimenti, parole usate per ferire, colpire le sopravvissute, per ricordarci che quello che ci hanno fatto era giusto e dobbiamo stare zitte, accettarlo perché è quello che ci meritiamo e di sicuro ci è piaciuto. Per questo la tua denuncia è anche per me che non ho parlato e per tutte noi sopravvissute.

Quella sentenza è solo il frutto di una società patriarcale, misogina, violenta che ci vuole mute, passive, morte. Ma nel loro delirio di onnipotenza non hanno pensato che le donne non sono più disposte a restare in silenzio, che esiste un movimento rivoluzionario, il femminismo, che ha lottato contro la violenza maschile e oggi in noi acquista nuova vita e nuova forza. Che quando si colpisce il corpo di una viene offeso, ferito, umiliato il corpo di tutte. Ma tutte insieme ci rialziamo con questo corpo, con la nostra voce e se hanno cercato di zittirne una, non ce la faranno quando saremo, come siamo, tante, forti, senza paura. Sono felice che sei femminista, ci sono tanti gruppi e tante iniziative, ci siamo anche noi se vuoi, ci saremo sempre per te.
Alla violenza si sopravvive, si deve sopravvivere, cara sorella, nessuno ha il diritto di strapparci la vita, non siamo venute al mondo per farci ammazzare da narcisisti sadici anaffettivi e vuoti di tutto: empatia, umanità, banali nel loro esercizio di potere machista e si credono più forti di noi. Sono falliti attaccati alla loro esistenza misera, fatta di nulla, la loro forza è illuderci di distruggerci ma noi resistiamo, siamo ancora vive, siamo tornate alla vita come guerriere, nonostante ci volessero morte. E ci vogliono morte perché hanno paura del nostro essere vive, ci invidiano la vita, la vita che rinasce dalle ceneri, il potere che abbiamo di trasformarci, di tornare nuove, da una a molteplice, da oggetto vittima a soggetto politico sopravvissuta femminista parte di un movimento che non si ferma.

La società patriarcale ha usato la violenza per controllare i nostri corpi e grazie al potere intimidatorio di questa violenza si illude di avere il potere saldo nelle sue mani. Usano la paura per immobilizzarci, toglierci la parola e il diritto di difenderci. Ma io oggi voglio urlarlo insieme a te, dopo anni di silenzio, che non abbiamo paura di voi, che non ci avete rovinato la “reputazione”, che non siamo noi che dobbiamo vergognarci per quello che ci è stato fatto, che la vergogna ricada solo su chi ha offeso, umiliato, ammazzato. Chi deve chiedere scusa alla società ferita sono i violenti, chi colpisce una persona vulnerabile per nutrire il proprio narcisismo malato.
Si sono inventati anche una parola, stupro, che sposta la vergogna della violenza su di noi: onta, disonore, come se fossimo noi le sporche, quelle che devono fuggire dallo sguardo degli altri, che non possono andare a testa alta. Ma noi femministe sappiamo che esiste un altro mondo, non violento, sicuro, dove non c’è spazio per la sopraffazione, per lo stigma contro chi è considerata troppo “fragile”, diversa e quindi fallita, inutile. Insieme alla mie compagne abbiamo ricostruito questo spazio che ci è stato lasciato in eredità dalle compagne che ci hanno precedute e che lottano ancora con noi. Ho incontrato tante sopravvissute nel mondo e grazie a loro ho ritrovato pezzi di me che credevo perduti per sempre. Mi sono riconosciuta nella loro rabbia costruttiva, nella loro voglia di cambiamento, nei momenti bui in cui hai bisogno di un abbraccio, un sorriso per resistere, nella vita che ritorna più forte di prima. Queste donne indistruttibili sono oggi la mia forza e la mia felicità. C’è una complicità unica fatta di riconoscimento, sorellanza, questa parola che sembra appartenere ad un passato che non c’è più e invece esiste, significa non essere più sole, significa trovare un senso per lottare ancora.

28/7/2015, La libertà è la nostra “fortezza”, Firenze

Dopo anni di dissociazione e rimozione della mia esperienza ho ritrovato la vita nel femminismo, io ci sono arrivata dopo mille tentativi andati a vuoto di ricostruirmi dentro il patriarcato, adesso che sono fuori sono libera, rinata, forte. Insieme cara sorella possiamo davvero cambiarlo questo mondo che colpevolizza le sopravvissute e lascia liberi i colpevoli, questo mondo senza giustizia che odia le donne. Da quando sono in un gruppo femminista non soffro più per quello che è successo a me, soffro però per ogni sorella colpita, ferita, e quello che ti hanno fatto mi ha strappato ancora il cuore, mi colpisce nella carne in un punto immaginario che non esiste, che sta tra il cuore e lo stomaco, ma che io uso per direzionare la mia rabbia in qualcosa di costruttivo che è la lotta politica. Il dolore che abbiamo dentro facciamolo diventare corpo politico e il cambiamento arriverà ne siamo certe, tutte insieme, unite a te.

Ci sarà una manifestazione martedì a Firenze e noi ci saremo, porteremo i nostri corpi come scudi perché nessuno osi più offenderti, tentare di colpevolizzarti, farti ancora male.
Un abbraccio forte grande di sorellanza e resistenza
Una sopravvissuta, Resistenza Femminista

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1 Risposta

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