Sei sopravvissute alla prostituzione della Nuova Zelanda prendono parola contro l’industria del sesso

Sabrina Valisce sopravvissuta e attivista, Nuova Zelanda

La Nuova Zelanda viene considerata da vari attiviste/attiviste sostenitrici dell’industria del sesso, compreso Amnesty International, come il Paradiso delle/dei sex workers. Il modello della depenalizzazione totale dell’industria viene contrapposto al Modello Nordico, o  meglio “Equality Model” come viene chiamato di recente anche in paesi extra-europei. Si sostiene che solo depenalizzando quelle che Amnesty chiama “third parties” ovvero parti terze, tutte quelle persone che lavorano nell’industria pur non vendendo sesso, ovvero proprietari di bordello o agenzie di escort, le persone che si prostituiscono per scelta hanno la garanzia di veder tutelati i propri diritti umani. Il movimento internazionale delle sopravvissute all’industria del sesso, (che comprende associazioni come SPACE international, Sex Trafficking survivors united e molte altre) e attiviste femministe abolizioniste che sostengono il Modello Nordico denunciano invece come la depenalizzazione totale dell’industria del sesso strappi via ogni forma di autodeterminazione e di potere dalle mani delle donne  per dare questo potere ai papponi che si trovano ad essere uomini di affari, manager legittimati a sfruttare impuniti allo stesso tempo donne che hanno scelto l’industria del sesso e vittime di tratta, che diventano così invisibili in un sistema che normalizza la prostituzione come ‘lavoro’. Tra le contraddizioni più pesanti, fanno notare sopravvissute come Sabrina Vallisce, da 25 anni attivista nel gruppo New Zealand Collective of Prostitues, c’è quella dell’assenza di qualsiasi programma di sostegno per aiutare quelle donne che decidono di lasciare l’industria del sesso. Essendo un lavoro come un altro non è previsto nessun tipo di intervento che riguardi la possibilità di avere un alloggio, aiuto economico, psico-sanitario, di orientamento e inserimento nel mondo del lavoro. Da tempo molte donne che sono state o si trovano ancora oggi nei bordelli della Nuova Zelanda, denunciano come la Prostitution Reform Act del 2003 non abbia migliorato la vita delle donne prostituite, ma abbia invece normalizzato lo sfruttamento che sono costrette a subire. Riportiamo le testimonianze di sei sopravvissute che sfatano il mito del “Paradiso del sex work” che non è altro che il “Paradiso dei Papponi”.

Rae Story estratto da “Lavorare in un bordello in Nuova Zelanda era tutt’altro che ‘un lavoro come un altro’”

Il capo voleva che lavorassimo la maggior parte delle notti e così la costante invasione di uomini (spesso) rabbiosi nei nostri corpi ci lasciava ferite e doloranti. Un cliente in particolare aveva un pene grosso che gli piaceva affondare dentro e fuori di me più veloce e forte che poteva. In un primo momento avevo cercato di respirare profondamente e rilassare i muscoli, ma il dolore era lacerante. Avevo cominciato a tenerlo per i fianchi per rallentare i suoi movimenti, spingendolo fuori di me, ma era diventato impaziente e poi si era arrabbiato, prima di lanciarsi fuori per andare a lamentarsi, come se fosse stato vittima di una grave ingiustizia.

Quando tornai nell’atrio del bordello la signora alla reception mi prese da parte per dirmi che qualcuno si era lamentato di me. Descrissi nei dettagli quanto era stato brutale, sapendo che se gli avessi detto semplicemente che ero troppo dolorante per affrontare quello che non era altro che una banale esperienza di sesso nella prostituzione, non l’avrebbe certo soddisfatta. Socchiuse gli occhi in modo cinico e disse che ci sarebbe passata sopra solo perchè era stata l’unica lamentela che era stata mossa contro di me. Uno può immaginare, guardando indietro, che le altre donne devono imparare un modo per allievare il proprio dolore in situazioni come queste da sole- imparare come affrontare le ferite, il dolore, la stanchezza, l’oggettificazione, le ore di lavoro non pagato e senza che nessuno ti ringrazi, tutto questo lo fanno per il solo profitto del bordello, l’unico che trae i veri vantaggi.

Jane estratto da “Il tuo falso Io” pubblicato nel volume Prostitutes Narratives  a cura di Melinda Tankard Reist and Caroline Norma (Spinifex Press, 2016)

Facemmo l’autostop per andare ad Auckland e a metà strada mettemmo a segno un lavoro con una squadra di piloti di macchine da corsa V8 dove gli uomini furono felici di molestarci con vibratori di dimensioni enormi per un centinaio di dollari e qualche birra. Era la prima volta che vendevo sesso. Arrivate ad Auckland la mia amica mi dette la sua carta d’identità (perchè ero minorenne) e mi lasciò in un bordello mentre lei andò in un altro. La madame era un donna sovrappeso di mezza età e parlò con me nel bar mentre succhiavo un lecca lecca. Guardò a malapena la mia carta d’identità. Sembrava felice del fatto che sembrassi una quattordicenne e sparse la voce che ero giovane.

Il mio primo cliente nel bordello era uno con fantasie pedofile. Aveva sui cinquant’anni e voleva che le raccontassi cose della mia infanzia così che poteva venire, come per esempio la mia prima esperienza sessuale. Più giovane fingevo di aver perso la mia verginità, più se la godeva. Da quella notte in poi ebbi a che fare con vari tipi di pedofili. La madame mi aveva convinto che lei avrebbe tenuto i miei soldi al sicuro…..quando glieli chiesi lei me li ridette in buste di cristalli di metanfetamina. Non avevo mai provato la metanfetamina, ma lei mi disse che era facile “ proprio come l’erba”.

Non esiste un “come fare” quando impari ad essere una prostituta. Ero alla mercè dei clienti che si approfittavano della mia assenza di confini corporei. Venivo lasciata con ferite ed ematomi in tutto il corpo a causa del sesso violento, uomini che volevano sempre rifare quello che vedevano nei porno, mettendo in pratica la violenza sessuale di cui si nutrivano. Più ubriachi erano, più diventavano rabbiosi fino ad essere pieni d’odio. Quelli erano i momenti in cui la mia vagina sanguinava dal trauma provocato. Non avevo nessuno con cui parlare o che mi aiutasse in quanto noi (le ragazze) stavamo vivendo la stessa cosa….

Ho calcolato che in più di 10 anni sono stata stuprata almeno 30 volte e ho subito circa 2.500 aggressione violente.

Dopo cinque anni volevo uscire dall’industria del sesso. Ho provato per due volte ad andare a scuola- una volta quando avevo diciotto anni e poi di nuovo a diciannove. Volevo essere un’assistente sociale. Ma non potevo studiare a causa delle droge e del sex work. Nessuno dei gruppi per i diritti delle sex worker mi hanno mai offerto la possibilità di farmi uscire dall’industria del sesso. Ti potevano fornire avvocati, controlli sanitari, lubrificante, preservativi, ma niente per aiutarmi ad uscire.

Così sono rimasta nell’industria del sesso per altri cinque anni….

Mi ci sono voluti 18 mesi in una casa di cura intensiva per superare il trauma del sex work, poi altri due anni e mezzo in una sistemazione dove ricevevo sostegno psicologico prima che superassi la paura e l’ansia di vivere la vita quotidiana. Ancora oggi vado in terapia; gli effetti psicologici del sex work hanno avuto un effetto profondamente debilitante sulla mia vita. È molto difficile avere delle relazioni dopo che sei stata trattata notte dopo notte con disprezzo. È difficile rinoscere il tuo valore quando sei stata venduta per così poco come un pacchetto di sigarette.

Non so perchè o come la prostituzione possa essere legale, e credo che ci dovrebbe essere molto più sostegno per le donne che vogliono lasciare l’industria e ricevere sostegno psicologico specializzato. Ho passato dieci anni nell’industria del sesso e mi considero una delle poche e rare sopravvissute che sono state in grado di uscire. Troppe non possono.

Sarah che ha scritto al blog “Writing by Renee”

Ero una prostituta di strada di 16 anni, ma Anna Reed [ leader del gruppo New Zealand Collective of Prostitutes] posso assicurare non ha mai provato ad aiutarmi, nonostante fossi minorenne e andassi tutte le settimane e a volte tutti i giorni dal New Zealand Collective of Prostitutes. Se c’era qualcuno che aveva bisogno di aiuto, quella di sicuro ero io. Non sono mai stata d’accordo con la sua lotta per la depenalizzazione totale della prostituzione. Mi rifiutai di firmare la sua petizione (adesso a 19 anni capisco bene quello che non poteva o non voleva fare) mentre girovagava nei bordelli portando avanti la sua agenda politica, e si credo che lei avesse la sua agenda basata sulla sua visione del mondo. La prostituzione è il risultato del crollo disfunzionale della sostanza etica nella nostra società e distruggerà il nostro paese come sta distruggendo il mondo. Lo stupro e l’omicidio che è successo a Manchester street da quando è stata approvata la depenalizzazione la dice lunga. Ne è valsa la pena? La promessa di rossetti e borse senza valore?

Rosalie, Testimonianza da rosalieshaven.org.nz

Fui messa in una casa di accoglienza per bambini…..ero una bambina non voluta, ero stata talmente trascurata che all’età di 4 anni, non riuscivo a dire una parola, ma grazie alla clinica per la cura dei disturbi del linguaggio imparai presto a parlare.  Adesso non sto mai zitta.

La casa di accoglienza era gestito da un’associazione legata alla chiesa a Wellington e alle persone esterne sembrava ben gestita e lo era, fino a quando la sovraintendenza lasciò e subentrò una nuova. Il nuovo sovraintendente era un uomo malvagio, poteva non essere una persona negativa per quelli che erano esterni all’orfanotrofio ed era ben visto. Abusava fisicamente, sessualmente e mentalmente della maggior parte dei bambini della casa. Quando in molti si lamentarono di lui, credettero a quell’infame. Insegnava alla scuola della domenica e dicemmo la verità alla chiesa, ma di nuovo scelsero di credere a lui.

Quando avevo 15 anni mio padre venne fuori dal nulla, non sapevo un corno di lui, ma a tutti i costi volli uscire dalla casa e andare a vivere con mio padre a King Country. Abusò sessualmente di me molte volte, così scappai e diventai una sex worker, la polizia mi intercettò e fui messa in una casa di accoglienza, ma fu un disastro.

A questi tempi gli assistenti sociali mi misero davanti ad una scelta: andare a casa e fare quello che mi veniva chiesto per 3 mesi o andare a Marycrest….certamente non volevo tornare a casa e restare incinta di mio padre così andai a Marycrest. Fu un paradiso per me, sono ancora in contatto con le suore cattoliche che si presero cura di noi anche 50 dopo che ce ne eravamo andate, penso che questo la dica lunga.

Comunque tornai a lavorare come sex worker, era l’unica cosa che davvero conoscevo. Diventai amica con alcuni cristiani e ricominciai ad andare in chiesa, ma siccome avevo fatto alcune cose brutte  e non riuscivo a stare in riga per poco non mi buttarono fuori dalla chiesa a calci e dissero a tutte le persone che frequentavano quella chiesa di non aver niente a che fare con me. Giurai bestemmiando che non avrei mai più messo piede in una chiesa.  Finii nei guai con la legge. Una notte ad Auckland ero in un motel senza soldi nè cibo, la notte successiva la passai nel bordello e decidi di mettere Dio alla prova. Eravamo solo Dio e me stessa. Dissi a Dio che se davvero esisteva doveva tirarmi fuori da quell’inferno e l’avrei seguito. La sua risposta fu di tornare nella città da cui ero scappata e mettere le cose a posto. Lo feci, non fu facile, ma sapevo che non avevo scelta. Andai al dipartimento ministeriale e gli confessai che li avevo truffati- ero terrorizzata, mi avevano messo alle calcagne un detective privato che voleva incastrarmi. Per fortuna il dipartimento fu buono con me e annullarono la causa contro di me. Tornai alla chiesa.

Sabrinna Valisce estratto da “Le prove contro la prostituzione che il New York Times ha ignorato” da Truthdig

Ho lavorato prima e dopo la riforma di legge. La Prostitution Reform Act (PRA) è diventata legge nel 2003. La cosa buona della legge è che è stata tolta la minaccia della criminalizzazione delle donne prostituite. Questo sarebbe accaduto anche con il Modello Nordico. Ho fatto volontariato dentro il New Zealand Prostitutes Collective (NZPC), quindi ho potuto confrontare il nostro obiettivo della depenalizzazione totale e i risultati ottenuti. Io e le altre persone che lottavamo per la depenalizzazione in Nuova Zelanda, volevamo che il potere fosse fermamente in mano alle persone prostituite/sex worker. La depenalizzazione non ha avuto questo risultato. Il potere è andato dritto nelle mani dei proprietari di bordello, agenzie di escort e i clienti. Subito dopo il PRA, i papponi sono diventati imprenditori rispettabili. Hanno introdotto il “tutto compreso”. “Tutto compreso” è un prezzo unico che il cliente paga al bordello/agenzia di escort attraverso la reception. Questo significa che la persona prostituita/sex worker non ha nessun potere di contrattazione. Significa anche che il pappone decide il suo guadagno (la maggior parte sono donne). I papponi hanno ottenuto il potere di decidere quanto un “servizio” deve essere pagato e quanto di questo prezzo appartiene a loro. Hanno ottenuto anche il potere di trattenere quello che la donna guadagna o perfino negare l’esistenza di qualsiasi guadagno.

Chelsea, prostituita in un bordello a Auckland ed attivista

È sempre stato così, gli uomini sapevano che il sesso che facevano con noi non era desiderato, che semplicemente avevamo bisogno dei soldi. Questo non gli ha mai fatto venire in mente di aiutarci ad uscire dandoci dei soldi e andarsene senza stuprarci, ma io li facevo almeno sentire un po’ in colpa sul fatto che ci sfruttavamo, in modo che ci trattassero con un po’ più di gentilezza, che se la spassassero, ma ci lasciassero più in fretta possibile con un po’ meno di disagio per noi.

Sempre di più, con la legislazione attuale che ha depenalizzato l’industria del sesso e la propaganda a favore del sex work che ha invaso i media, sempre più uomini si sono auto- convinti  che stiamo facendo sesso consensuale con loro, e  che ci pagano non per il lavoro duro o come compensazione alla vittima, ma solo perchè noi possiamo farlo. Questo fa sentire gli uomini fregati “se noi siamo due adulti consenzienti perchè solo noi uomini dobbiamo pagare mentre lei ci fa i soldi?” Li fa arrabbiare ancora di più, li fa diventare più violenti- si aspettano sempre di più e vogliono pagarci sempre di meno.

Scusate, ma no, non vogliamo fare sesso con voi, ci spacchiamo il culo per servirvi e soffriamo le stesse conseguenze fisiche e mentali dello stupro come in qualsiasi altro caso di stupro, con l’unica differenza che per noi il trauma è ripetuto, ancora e ancora fino a quando abbiamo i soldi per l’affitto, ancora e ancora fino a quando abbiamo i soldi per mangiare, ancora e ancora fino a quando abbiamo i soldi per pagare la babysitter, ancora e ancora per pagare le tasse per l’università, ancora e ancora fino a quando abbiamo i soldi per pagare le bollette, ancora e ancora  fino a quando abbiamo i soldi per pagare il nostro spacciatore per quelle sostanze dalle quali dipendiamo per riuscire a sopportare i continui abusi sessuali che siamo costrette a subire quando sappiamo che abbiamo bisogno di andare e sopportare di nuovo la settimana successiva e la settimana dopo, forse quella dopo ancora riusciamo a ritargliarci un po’ di tempo libero mentre abbiamo il ciclo, o forse ci mettiamo un pezzo di spugna dentro e la laviamo ogni due ore mentre i nostri organi riproduttivi doloranti vengono pestati dagli uomini che ci chiedono di non avere alcuna funzione umana come le mestruazioni o qualsiasi altra manifestazione, le uniche espressioni consentite sono sorrisi e complimenti.

Se avessimo delle carriere decenti che ci permettessero di mantenerci, libere dalle molestie sessuali, dove fossimo pagate per lo stesso lavoro come gli uomini-  non vi permetteremo di toccarci. Se vivessimo in una società che ci trattasse come veramente umane con pieni diritti umani – non vi permetteremo di toccarci. Se non fossimo oppresse dal sessimo e dal classimo e spesso anche dal razzismo – non vi permetteremo di toccarci! Faremo sesso (o non lo faremo) con quelle persone da cui siamo attratte sessualmente e che ci interessano, e solo con quelle persone, per il nostro piacere sessuale e non soltanto per il soddisfacimento del loro. Non conosco nessuna donna il cui desiderio sessuale la spinge a fare sesso con una serie di sconosciuti, sottomettersi ai desideri di questi sconoscisciuti mentre lotta per avere un minimo di precauzioni, fino a quando è dolorante, scorticata, gonfia, lacerata, da buttare. Questo non è consenso, questa è coercizione. Questo non è sex work, questo è stupro. Questo è sfruttamento economico. Questa è l’oppressione delle donne.

No, non stiamo fregando gli uomini facendoli pagare per sesso consensuale.

No la depenalizzazione dei clienti e dei papponi non ha migliorato la nostra sicurezza e le nostre vite.

No non siamo soddisfatte del New Zealand Prostitutes’ Collective che semplicemente distribuisce preservativi, abbiamo bisogno di veri servizi di sostegno, ci meritiamo di più dal nostro paese.

Ringraziamo la blogger e attivista Renee  per averci autorizzato a tradurre gli estratti che ha selezionato nel suo post e tutte le sopravvissute attiiste con cui siamo in contatto.

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