Rompere la bambola di porcellana: sotto la crudeltà sessuale maschile contro donne e bambini

Le parole di una sopravvissuta alla prostituzione, autrice del blog Legalised Lies (Bugie legalizzate) contro la lobby dell’industria del sesso, che si descrive così: “25 anni, europea, femminista, socialista (qualche volta flirto con l’anarco-comunismo), vegetariana tendente al vegan, geek, musicista, blogger…”. Tradotta da Ilaria Maccaroni.

Avviso sul contenuto: descrizioni di stupro.

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Jessica Harrison, “Erin” (dall’installazione “Broken”, 2014)

Quando si studia il linguaggio che i pornografi e i consumatori di porno mainstream utilizzano per descrivere le scene, è possibile individuare un modello.

Sembrano esistere due elementi che spesso vengono evidenziati:

1. La differenza di potere tra il soggetto maschile e il suo corpo (“grande”, “cazzo mostruoso”, “enorme”, “paparino” ecc.) e l’oggetto femminile e il suo corpo (“piccina”, “stretta”, “piccolina”, “ragazzina”, “carina” ecc.).

2. La violenza che il soggetto infligge sull’oggetto (“viene scopata”, “viene perforata”, “viene chiavata”, “distrutta”, “abusata”, “stuprata”, “deve”, “è obbligata a”, “non ce la fa” ecc.)

Quest’idea di un grosso soggetto crudele che fa male a un oggettino vulnerabile è quel che guida oggi la sessualità di molti uomini. È il tipo di sesso che gli uomini desiderano, è quello su cui fanno le loro fantasie e che sognano di praticare loro stessi, da soggetti. Spesso si sente dire che la pornografia è finzione e che le fantasie sono idee innocue che non devono diventare realtà. Se non fosse che non è così. Le ragazze e le giovani donne che girano questi film porno non sono una finzione, sono esseri umani vivi e pulsanti.

E gli uomini praticano indubbiamente queste fantasie sulle donne, le hanno praticate su di me.

Ogni volta (ad eccezione di alcuni feticisti) che mi sono trovata da sola con un puttaniere, volevano che mi comportassi come le ragazze porno che vedevano sullo schermo. Volevano che fossi quel tipo di ragazza: giovane, graziosa, senza peli e sottomessa. Tutta questa dinamica era ridicola: un cinquantenne (alcuni clienti erano poco più giovani, altri anche più anziani) ed io che avevo ventuno anni e che dovevo sostanzialmente imitare un’adolescente in tutto e per tutto. Durante gli anni trascorsi nel mercato del sesso avevo perso abbastanza peso e potrei dire con certezza che attiravo più clienti. Il mio indice di massa corporea era appena sopra i sedici. Questo mi rendeva un po’ più unica? Credo che mi facesse sembrare più vulnerabile e questo li eccitava. E di nuovo, proprio come sullo schermo, molti volevano fare a me quello che si fa alle ragazze nel porno: penetrarmi in modo aggressivo, spesso analmente, “scoparmi in faccia”, introdurmi tutto il pugno dentro ed eiacularmi in faccia.

Ho accettato tutto ciò? No. Ho permesso che accadesse? Sì. In realtà non si rifiuta nulla quando hai disperatamente bisogno di denaro e quando l’uomo che hai di fronte ti guarda e si comporta in modo aggressivo. Ti fa sentire spaventata. La paura che avevo mi rendeva passiva, la mia attenzione si rivolgeva all’interno, non tutti i gemiti si fanno per fingere entusiasmo, alcuni sono espressione di dolore che si ha bisogno di far uscire per potercela fare. Agivo come l’oggetto che loro volevano che fossi, sapendo che sarebbe finito presto se lo avessi fatto. Fino ad oggi, ho avuto difficoltà a perdonarmi per la mia remissività.

Chiaramente, questi elementi sono essenziali per il porno e la prostituzione, per l’intera industria del sesso e per la sua domanda: sessualità maschile (principalmente eterosessuale). Loro vogliono che le loro partner sessuali appaiano puerili, innocenti, bambole di porcellana: e poi le vogliono rompere.

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