Rachel Moran: “non è una coincidenza, eravamo noi ragazze delle case di accoglienza sulle strade di Dublino”

La presa di parola pubblica di Rachel Moran con il libro “Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione”( Round Robin editrice, 2017 traduzione di Resistenza Femminista), la denuncia di una donna che ha passato 7 anni dentro l’industria del sesso è stata una rivoluzione per il movimento femminista abolizionista. La sua testimonianza insieme a quella di moltissime sopravvissute provenienti da varie parti del mondo ha fatto a pezzi il mito della “puttana felice”, della donna imprenditrice di se stessa, della prostituzione come espressione della libertà sessuale e attività lavorativa soddisfacente e vantaggiosa. Non è più possibile fingere di non sapere la verità che queste attiviste stanno portando in giro per il mondo chiedendo giustizia: le bambine non nascono per essere prostituite, né appena adolescenti scelgono questo “lavoro” tra tante altre scelte disponibili, un “lavoro” che consiste nel lasciare che il proprio corpo venga abusato da uomini che ti fanno ribrezzo e che grazie al proprio potere economico possono disporre di te distruggendo la tua salute psico-fisica, annientando la tua identità. La verità spiega Rachel è che la prostituzione è intrecciata in modo indissolubile con la discriminazione di classe, l’emarginazione sociale. Quando all’età di 15 anni lascia la sua casa in seguito alla grave malattia mentale della madre, è costretta a vivere in una casa di accoglienza statale. Queste strutture sono ghetti dove le ragazze più vulnerabili dal punto di vista socio-economico vivono ogni genere di violenza. Lo scenario tipico è quello della fuga per approdare alla strada. Dalla condizione di senzatetto il passo alla prostituzione è breve: Rachel incontra il ragazzo che la prostituisce. In poco tempo si rende conto che sulle strade di Dublino le altre ragazze che incontra hanno storie simili alla sua, vengono come lei da case di accoglienza, in moltissimi casi sono state abusate sessualmente da familiari e per questo sono scappate. Non c’erano sulle strade di Dublino donne di buona famiglia che avevano scelto quel “lavoro”, c’erano ragazze prostituite che non avevano un posto dove andare, né alcuna forma di sostentamento. La società che le aveva emarginate fin da piccole, che non le aveva sottratte agli abusi, le aveva già destinate alla prostituzione.  Non è un caso che la prostituzione colpisca le minoranze etniche, sia intrecciata al razzismo: in Canada il 56% delle donne e ragazze prostituite provengono dalla comunità indigena che costituisce solo il 6% della popolazione. Di questo 6% solo la metà è costituita da donne questo significa che più della metà delle donne prostituite in Canada è costituita dal 3% dell’intera popolazione canadese, ovvero da donne indigene. La stessa cosa accade con le donne afro-americane. Quella di Rachel è una vera analisi intersezionale della prostituzione dove discriminazione di sesso, classe e razza si intrecciano e finiscono per opprimere le più vulnerabili. Seguire la strada dei paesi regolamentaristi come la Nuova Zelanda significa proteggere gli sfruttatori  e i loro giri criminali, condannare donne e bambine ad una schiavitù senza uscita e l’intera società all’aumento drammatico della violenza maschile su donne e minori. L’immagine della donna di 52 anni distrutta fisicamente che riesce a camminare solo grazie ad un deambulatore ed è ancora in strada,  ci dà un’idea chiara di quello che sta accadendo in Nuova Zelanda dove la prostituzione di strada è aumentata del 60% ed è costituita principalmente da donne e ragazze Maori. Dove gli stupri continuano impuniti.  Rachel ha visto morire tante di quelle ragazze rifiutate dalla società che come lei erano prostituite sulle strade di Dublino. E proprio per loro ha deciso di prendere parola, raccontare la verità, lottare per un mondo senza più violenza maschile sulle donne.  

Qui di seguito il testo integrale dell’intervento di Rachel durante la conferenza sull’industria del sesso e la tratta degli esseri umani (27 maggio, Palazzo Merulana) organizzata da Resistenza Femminista, Iroko onlus in collaborazione con Differenza Donna, Salute Donna, UDI Napoli, Federico nel cuore.

La mia storia

Grazie a tutti,  buona sera, parlerò brevemente della mia storia, di come sono finita nella prostituzione e di come poi è iniziato il mio impegno, il mio attivismo per un modello legislativo per cui mi batto. A 14 anni sono andata via di casa e sono diventata una senzatetto. L’anno successivo, nel 1991, quando avevo solo 15 anni, sono finita nella prostituzione. Ho avuto periodi da senzatetto e ho incontrato questo uomo di venti anni che ha avuto un’idea secondo lui favolosa di come avrei potuto fare i soldi per vivere, che era la prostituzione. Ho passato sette anni nella prostituzione, ho vissuto varie forme di prostituzione, da quella di strada a Dublino per circa due anni e mezzo fino a varie forme di prostituzione al chiuso dai centri massaggi  alle agenzie di escort. Sono finita senza tetto così giovane a causa della malattia mentale dei miei genitori: la mia mamma era schizofrenica, mio padre bipolare, erano entrambi molto poveri e poi ho scoperto col tempo che la mia era la tipica storia delle donne che si trovano nelle case di accoglienza statali, là ho incontrato altre giovani ragazze che venivano da famiglie disfunzionali, da contesti di emarginazione sociale. Nel loro caso erano state anche abusate sessualmente nella loro infanzia, era un quadro molto tipico. Nella prostituzione quindi si trovavano questo tipo di donne, scappate da casa e che avevano avuto questo tipo di abusi. Nel mio caso, nella mia famiglia questo non era successo.

Prostituzione e svantaggio socio-economico

Una cosa importante di cui vi voglio parlare, che dobbiamo sottolineare è questa:  negli anni in cui sono stata nella prostituzione di strada, comparivano nella strada dove mi trovavo ragazze che vivevano nelle case di accoglienza statali o che erano amiche di ragazze che si trovavano in queste strutture. Eravamo proprio una rete, un insieme di ragazze giovani di Dublino provenienti da situazioni di grave svantaggio sociale ed economico. Non può essere considerata una coincidenza che eravamo proprio noi povere, in una situazione di emarginazione sociale ad essere nella prostituzione. Questo non succedeva ovviamente alle ragazze che provenivano dalle classi medie o alte. Si sente dire spesso di ragazze che finiscono nella prostituzione per, diciamo, potersi finanziare le proprie dipendenze da sostanze stupefacenti, ma quello che io ho potuto vedere nella mia esperienza è che le ragazze finivano nella prostituzione da una situazione di senzatetto e povertà e che poi, successivamente, a causa della prostituzione sviluppassero delle dipendenze come l’alcool o la droga, semplicemente per accettare l’orrore che dovevano sopportare, l’orrore della prostituzione. Perché nella prostituzione sei usata, abusata come la versione vivente di un oggetto che un uomo può comprare in un sexy shop, una bambola gonfiabile viva: questa è la cruda realtà di come vieni trattata dagli uomini, dai prostitutori. Ed è triste che ovunque nel mondo le donne vengano considerate a disposizione per l’uso e i bisogni degli uomini. Se guardiamo alle statistiche, per quanto riguarda il legame tra prostituzione e svantaggio sociale, la peggiore che ho sentita è quella del Canada dove il 56% delle donne e ragazze prostituite provengono dalla comunità indigena che costituisce solo il 6% della popolazione. Ma bisogna calcolare che di questo 6% solo la metà è costituita da donne questo significa che più della metà delle donne prostituite in Canada è costituita dal 3% dell’intera popolazione canadese, costituito da donne indigene. Questa statistica è impressionante. Le statistiche che riguarda le donne afro-americane non sono migliori.

Uno dei motivi per cui credo sia importante focalizzarsi sull’Italia dove sono già stata altre volte è che esiste un grosso rischio, di cui la dottoressa Krauss ha parlato, quello della regolamentazione della prostituzione. Anch’io sono stata in Germania e ho potuto vedere come è possibile comprare una donna, una salsiccia, come un pacchetto per il pranzo, tutto compreso. Ho saputo e incontrato donne e attiviste che mi hanno raccontato della situazione dei bordelli, che ci sono questi mega-bordelli di 12 o 15 piani, dove abbiamo ad ogni piano cose diverse: le donne di colore, le trans, le gang-bang… questo è quello che le donne devono assolutamente sapere e abbiamo bisogno di mobilitarci come un fronte compatto perché se la regolamentazione fosse approvata in questo paese sarebbe difficilissimo tornare indietro, e succederebbe anche qui quello è stato descritto prima, sarebbe cioè un inferno sulla terra.

Il modello regolamentarista tedesco e della Nuova Zelanda

Mi ritengo fortunata da essere uscita dalla prostituzione a 22 anni, ho passato sette anni nell’industria del sesso e ci penso spesso quando giro il mondo, quando faccio attivismo a livello internazionale. È chiaro che le donne che entrano nella prostituzione spesso non sono ancora donne, diventano donne già all’interno della prostituzione, perché sono estremamente giovani e spesso non riescono a uscirne, non riescono a ricostruirsi una vita, ad avere un’istruzione, per questo io mi sento molto fortunata e ho deciso di usare l’opportunità che ho avuto nel modo per me più importante. Perché molte di quelle ragazze che erano nella strada con me non ci sono più, io purtroppo ho partecipato a molti funerali. E poi devo dire anche che per quanto riguarda la distinzione tra prostituzione e tratta, ci sono persone anche in buona fede che non capiscono di che cosa si parli quando si tratta di prostituzione e credono che la strategia della riduzione del danno possa essere una soluzione, che si possa diminuire la violenza nella prostituzione come le ossa rotte o gli stupri di gruppo o addirittura la regolamentazione si pensa sia la soluzione. Ma depenalizzare gli sfruttatori, pensare che depenalizzare gli sfruttatori sia diverso da legalizzarli è assolutamente ridicolo. Adesso abbiamo sentito sul modello tedesco, ma c’è anche il modello della Nuova Zelanda che ho visitato per capire meglio da vicino come funzionava ed è esattamente la stessa cosa. È uno spettacolo horror al di là di qualsiasi immaginazione. Un modello che viene promosso dalle stesse persone che prima sostenevano il modello tedesco ma che si sono spostate sul Modello della Nuova Zelanda quando si sono resi conto che eravamo arrivati ad un punto in cui il modello tedesco non era più difendibile pubblicamente.

Per concludere voglio parlare di due punti. Quando sono andata in Nuova Zelanda nel 2016 con un’amica per controllare la situazione, volevamo vedere con i nostri occhi cosa stava succedendo abbiamo contattato donne che si trovano in prima linea nell’assistere donne prostituite abbiamo passato dei giorni con loro che avevano esperienza di assistenza di donne prostituite sulla strada. Abbiamo incontrato una donna prostituita, che camminava grazie ad un deambulatore, era così fragile, così distrutta dal punto di vista fisico proprio, dopo trent’anni di prostituzione sulla strada, pensavo avesse almeno settant’anni invece ne aveva solo 52. Quello era un chiaro esempio dei danni fisici che la prostituzione produce quando ci passi praticamente una vita intera dentro. E l’amica che era con lei di 28 anni era stata appena stuprata e derubata in una macchina, poco tempo prima del nostro arrivo. E abbiamo anche visto come la popolazione indigena sia sfruttata sulla strada e sia appunto una grossa percentuale delle persone sfruttate nella prostituzione di strada. Nel 2003 dopo l’approvazione della legge abbiamo avuto una depenalizzazione totale degli sfruttatori e questo ha portato a un aumento esponenziale del livello di prostituzione di strada che adesso arriva al 50 – 60 per cento. Quando si parla di regolamentazione o totale depenalizzazione dell’industria del sesso è lo stesso identico modello, non importa come lo chiami, cioè il modello tedesco e quello della Nuova Zelanda sono la stessa cosa. Quello che fanno è che proteggono gli sfruttatori per legge, che assolutamente vengono decriminalizzati, quindi non vengono perseguiti e questo porta a un’espansione a dismisura del mercato del sesso. Questo è il primo punto.

Contro la falsa distinzione tra tratta e prostituzione

Il secondo punto di cui voglio parlare è questa distinzione rigida e fallace tra tratta e prostituzione, perché le persone che pensano di poter dire queste cose assolutamente non hanno capito di che cosa stiamo parlando, di come invece la tratta e la prostituzione siano collegate in maniera inscindibile. Non si possono dividere questi due fenomeni perché la prostituzione è il luogo dove la tratta avviene e la prostituzione è la ragione per cui esiste la tratta, è il motivo per cui le donne vengono trafficate. Se non ci fosse un mercato non avremmo nemmeno i trafficanti che costringono le donne, le ragazze vulnerabili come ero io che provengono da contesti sociali svantaggiati, alla prostituzione e quindi poi rapiscono e violentano donne come Blessing. Io e Blessing siamo sorelle e tutte e due abbiamo subìto violenza da un sistema che ci abusa, il sistema che ci abusa è lo stesso, non gli interessa se si tratta di Blessing o di Rachel o di qualsiasi altra, gli interessa solo fare soldi sull’abuso che noi subiamo. Ed è un sistema che mette al primo posto i bisogni egoistici degli uomini che ci fanno violenza.

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