Prostituite: le schiave dei nostri tempi

Suzzan Blac, artista e sopravvissuta [The prostitutor (2013)]

L’autrice dell’articolo che vi proponiamo è Julie Bindel, giornalista e attivista femminista che abbiamo incontrato nel 2014. Julie è fondatrice di “Justice for Women”, associazione che si batte per eliminare la discriminazione sessuale nel sistema giudiziario britannico che colpisce le donne che hanno subito violenza e si sono difese in alcuni casi provocando la morte della persona violenta. Si è anche battuta per i diritti delle persone omosessuali, autrice di “Straight Expectations” e di una recente indagine sul mercato del sesso, una ricerca approfondita condotta in 40 paesi, nella quale sono state intervistate 50 sopravvissute alla prostituzione provenienti da tutto il mondo. Julie denuncia la violenza diffusa su donne, bambine, ma anche uomini nel mercato globale del sesso sfatando miti diffusi sui media come quello della “puttana felice” o della prostituzione come “possibile carriera”, mezzo di emancipazione ed espressione della libertà sessuale per le donne, diritto indiscutibile degli uomini. Le parole di sopravvissute come Autumn Burnis, californiana, fondatrice di Survivors for Solutions, Huscke Mau, tedesca, co-fondatrice di Sisters, Carol ancora intrappolata nell’industria del sesso in Nuova Zelanda ci ricordano che sono queste le voci che restano inascoltate e che invece come femministe dobbiamo ascoltare, sostenere per mettere fine allo sfruttamento sessuale che il patriarcato si affanna a occultare per continuare ad abusare dei corpi di servizio di un’umanità di serie B, vittima di ogni sorta di discrimazione: sessuale, razziale, sociale, economica. 

 

La prostituzione è raramente una scelta, se mai lo è davvero.

 

Nel bel mezzo dell’indignazione per la cosiddetta “nuova schiavitù”, che riguarda solitamente uomini vulnerabili costretti a forme di lavoro manuale, esiste una forma di sfruttamento molto peggiore nel Regno Unito.  Accade in ogni città e perfino nei paesi. È un fenomeno endemico di qualsiasi cultura o paese del mondo e tuttavia oggi giorno la giustifichiamo nel nome della “libertà sessuale”. Siamo abituati a pensare alla prostituzione come un modo legittimo per guadagnarsi da vivere, addirittura una forma di emancipazione per le donne. Lo chiamiamo ‘sex work’ e distogliamo lo sguardo. Non dovremmo.

Negli ultimi tre anni ho fatto ricerche sulla prostituzione in tutto il mondo per sfidare il sentire comune secondo cui sarebbe una scelta di carriera valida quanto qualunque altra. Ho condotto 250 ricerche in 40 paesi, ho intervistato 50 sopravvissute al mercato del sesso e quasi tutte mi hanno detto la stessa cosa: “non credere al mito della “prostituta felice” che vedi in TV. In quasi ogni caso si tratta di schiavitù. Le donne che lavorano come prostitute sono sommerse dai debiti e nei guai. Hanno bisogno di essere aiutate quanto le vittime più alla moda della “nuova schiavitù”.

Una delle scoperte più inquietanti che ho fatto  è stata che le voci più forti che rivendicano la regolamentazione e la normalizzazione della prostituzione sono le persone che ne traggono profitto: sfruttatori, clienti e proprietari di bordelli. Sono riusciti nel loro intento di parlare a nome delle donne sotto il loro controllo. Le persone che conoscono la verità sul mercato prostituente vengono messe a tacere da una lobby potente di illusi ideologi “liberal” e di profittatori del mercato prostituente.

Come mi ha raccontato Autumn Burris, una ex-prostituta californiana che è riuscita ad uscire dal mercato del sesso alla fine degli anni ’90, “Dovevo raccontarmi un sacco di cose, tante bugie, per impedire che il mio cervello esplodesse in un milione di pezzi e per non impazzire a causa dei continui abusi che dovevo subire e della violenza che è parte integrante della prostituzione”. Ora Autumn lotta per mettere fine al mercato prostituente e organizza corsi di formazione per poliziotti e altri professionisti sulla realtà della prostituzione.

Una sopravvissuta al mercato prostituente in Germania, Huschke Mau, lo spiega chiaramente: “Ogni volta che incontravo un cliente dovevo bere non un bicchiere di vino, ma una bottiglia.  Se sei sobria e non ti droghi non puoi andare con un cliente. Quando ho smesso di bere, non ho potuto più farlo”.

Se la prostituzione è equivalente alla schiavitù, allora perché gli attivisti per i diritti umani e così tante persone di sinistra considerano la prostituzione come un “lavoro” per le donne e un “diritto” per gli uomini?  Tutto è iniziato con l’emergere delle campagne contro il virus dell’HIV/Aids. A quel tempo sembrava sensato legalizzare i bordelli e i magnaccia e creare zone “di tolleranza” nelle città come quella a Leeds. La “logica” di questa posizione era che rimuovendo ogni divieto di legge le prostitute si sarebbero messe in contatto con i servizi sociali, il che avrebbe portato all’uso dei preservativi nel 100 per cento dei casi. Secondo la lobby pro-prostituzione questo avrebbe a sua volta ridotto drasticamente le percentuali di infezioni da virus HIV, e avrebbe posto fine all’assassinio di donne da parte di sfruttatori e clienti.

Questa era la teoria. Io però ho visitato numerosi bordelli legali nel Nevada, in Germania, Olanda e Australia, ho verificato le affermazioni fatte dai proponenti della regolamentazione e ritengo che questa tesi – che è la base del dibattito attuale sulla prostituzione – semplicemente non stia in piedi.

In Germania, Olanda e Australia la regolamentazione della prostituzione non ha diminuito la violenza, le percentuali dell’HIV o il numero di donne assassinate. Ho incontrato la ex- attivista per i diritti delle sex workers di Melbourne Sabrinna Valisce, che una volta messa di fronte alla realtà della depenalizzazione totale dell’industria del sesso ha cambiato drasticamente la sua posizione. “Pensavo che se tutto fosse stato regolamentato e alla luce del sole le cose sarebbero migliorate, ma ha solo dato più potere ai clienti e ai proprietari dei bordelli”.

Quello che la regolamentazione comporta è che i diritti e le libertà delle  persone prostituite, tanto declamati, vengano in realtà rivendicati dai proprietari dei bordelli e dai clienti. È facile — semplicemente si ridefiniscono “sex workers” e raccolgono i vantaggi. Ho sentito numerosi lobbisti pro-regolamentazione definirsi tanto ‘sex workers’ quanto protettori.

La portata reale del mercato della prostituzione mondiale è terrificante. Ho visitato un villaggio in India che si basa interamente sulla prostituzione e ho incontrato un uomo che faceva prostituire la figlia, la sorella, la zia e la madre. Ho incontrato protettori nei mega bordelli legali di Monaco, dove gli uomini pagano una tariffa fissa che permette loro di usare quante donne vogliono.  Nel sud-est asiatico ho visto un anziano turista sessuale del Regno Unito pagare per un “incontro” con ragazzine nei ‘girly bars’.

Ho scoperto che, a prescindere da quello che dice la lobby pro-prostituzione, le donne e le ragazze nella prostituzione provengono nella stragrande maggioranza dei casi da contesti in cui vengono abusate, vivono in povertà o sono comunque marginalizzate. Non sono né libere né emancipate: sono abusate e in trappola.

Non dimentichiamo che questo vale anche per i ragazzi. Durante una visita a Los Angeles ho conosciuto Greg, che è nato in una famiglia legata ad organizzazioni criminali. È stato sfruttato e abusato sessualmente fin da piccolo da uomini potenti. Durante l’adolescenza ha incontrato un protettore ed è stato venduto a scopo sessuale per sei anni, prima di riuscire a scappare.  Greg non vuole avere niente a che spartire con l’idea che la prostituzione sarebbe parte della cultura omosessuale.

Sono andata ad Amsterdam per intervistare la donna che ha coniato il termine “prostituta felice”. Ora Xaviera Hollander gestisce un B&B chiamato “Happy House”. Pensavo che fosse diventata ricca e famosa a seguito del suo libro The Happy Hooker: my Own Story [La prostituta felice: La mia storia], che ha venduto 20 milioni di copie in tutto il mondo. In realtà, come ho scoperto subito durante quella cena, è stato vendere altre donne che le ha fatto guadagnare la sua fama e la sua fortuna. Mi ha detto che ha fatto la prostituta per circa sei mesi, giusto per imparare il mestiere. “Sono passata da un piccolo appartamento ad una penthouse con cinque letti in men che non si dica”, mi ha detto con orgoglio.

Hollander è una tipica rappresentante del mito della “prostituta felice” che si vede così spesso nei media. E noi ci beviamo la bugia perché fa comodo crederci.

Ho intervistato vari clienti, sia nel Regno Unito che altrove, e questo è il genere di cose che dicono: “Non voglio che a lei piaccia — toglierebbe qualcosa a me”.  E: “Mi piacciono le prostitute perché fanno quello che dico io. Non come le donne vere”. E che dire di questo: “Non è diverso dal comprare un panino quando stai morendo di fame e tua moglie non ha ancora cucinato nulla”.

Quando suggerisco ai fan della prostituzione che non succederebbe nulla di male agli uomini se non potessero pagare per il sesso, sento queste lamentele:  “E i disabili? Come faranno a trovare una ragazza?” Quando sottolineo che il sesso non è un diritto umano, mi raccontano della madre che ha pagato una prostituta al figlio disabile per il suo compleanno e dell’eroe di guerra tornato a casa che ha perso le gambe e avrebbe “diritto” a pagare per una donna.

Ma consideriamo tutti quei milioni di donne oppresse. E i loro, di diritti? In uno dei bordelli del Nevada che ho visitato le donne erano chiuse dentro tutta la notte, con il filo spinato che circondava mura alte. Anche a Seoul in Corea del Sud le donne venivano richiuse nei bordelli tutta la notte — fino a che un incendio non ha ucciso 14 giovani donne nel 2002. Se le galline da batteria fossero trattate in questo modo ci sarebbe giustamente una protesta degli stessi liberal di sinistra che spesso si fanno in quattro per difendere questo gigantesco commercio di carne umana.

Durante un breve soggiorno ad Auckland ho visitato la zona della prostituzione di strada. Ci dicono che la Nuova Zelanda è il modello ideale da seguire  per quanto riguarda il mercato del sesso. La Commissione speciale per gli Affari Interni  (prima che il suo presidente Keith Vaz fosse costretto a dare le dimissioni a seguito delle accuse secondo le quali avrebbe pagato dei giovani uomini per fare sesso) voleva adottare un modello simile di depenalizzazione del mercato del sesso nel Regno Unito.

Sulla strada ho incontrato Carol, che sembrava avere 70 anni, ma è molto più giovane, usava un deambulatore per riposare tra un cliente e l’altro. Carol mi ha detto che da quando l’industria del sesso è stata depenalizzata 13 anni fa non c’è stato alcun miglioramento per le donne. I clienti sono ancora violenti e la polizia continua a fregarsene. E se ne fregano anche gli attivisti per i diritti umani. Mentre donne da tutto il mondo combattono per porre fine alla violenza e agli abusi, il partito laburista e Amnesty International, per citare due organizzazioni pubbliche, le tradiscono.

Il modo più efficace per passare sopra un tale terribile abuso dei diritti umani è cambiargli nome. Un promotore della schiavitù nelle Indie Occidentali usava questa strategia: una volta suggerì che invece di “schiavi” i “negri” dovessero essere chiamati “coltivatori ausiliari”. In questo modo, aggiungeva, “non sentiremo più parlare di queste proteste violente contro il commercio di schiavi da parte di bigotti, poetesse dal cuore tenero e politici miopi”. Il termine “sex worker” come nel caso citato, non è che una comoda patina per coprire la verità.

È stato Barack Obama a dire che il traffico di esseri umani dovrebbe essere rinominato “schiavitù moderna”, per sottolineare  le terribili condizioni in cui vivono queste persone. Il Modern Slavery Act inglese è passato nel 2015. Si fonda sull’idea che non è ammesso alcun genere di ambiguità quando ci troviamo di fronte alle condizioni di vita delle persone che questa legge ha l’obiettivo di proteggere: le condizioni in cui vivono, a cui non possono sfuggire.

Lo stesso vale per la prostituzione: non è ‘sex work’. Nella maggioranza dei casi si tratta di una forma moderna di schiavitù.

 

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