#NotYourRescueProject: come un accademico bianco borghese fingeva di essere le donne che trafficava e prostituiva

Julie Bindel, giornalista e attivista per i diritti delle donne con la quale collaboriamo, ci ha autorizzate a pubblicare una sua inchiesta uscita su Femminist Current nella quale svela come la campagna hashtag “guidata da sex workers” #NotYourRescueProject [‘#NonIlTuoProgrammaDiSalvataggio’] è stata in realtà creata dal ricercatore John Davies, che fingeva di essere una delle donne che aveva trafficato e sfruttava.

(traduzione di Gabriele Lenzi)

Sono solo una piccola ragazza di colore che vuole avere una vita serena… fatemene avere la possibilità #NotYourRescueProject

Molli Desi (@MolliDesi) 7 luglio 2014 

Molli Desi è stata – fino a poco tempo fa – una delle molte donne e ragazze trafficate dal subcontinente indiano all’industria del sesso del Regno Unito e prostituite in appartamenti di Kingston e Surbiton. Tra i loro nomi: “Beauty”, “Kama di Kingston,” “Rani Desi” e ovviamente “Molli Desi”. Queste donne e ragazze sono state pubblicizzate ai compratori di sesso come “prostitute sacre”: fare dei servizi agli uomini non era soltanto “sex work”, era la loro missione spirituale, frutto di una preparazione approfondita. Gli uomini che le hanno comprate, tuttavia, si sono lamentati sui siti dei clienti del fatto che non parlassero inglese e che fossero del tutto prive di entusiasmo. Questi uomini non hanno denunciato alla polizia che queste donne e ragazze erano vittime di tratta.

Desi aveva fatto un sacco di soldi per il suo magnaccia/trafficante. Ma era preziosa anche per la sua ideologia. Questo perché il suo magnaccia/trafficante era il principale ideologo del commercio sessuale, il PhD John Davies. Davies sta adesso scontando 12 anni di carcere per falsa beneficenza per 5 milioni di sterline. Più di recente, il suo ricorso è stato respinto da tre giudici con un verdetto riguardante reati che gli hanno portato tre anni ulteriori di carcere. La cosa inquietante è che questi crimini riguardano il possesso multiplo di armi tra cui dissuasori elettrici camuffati da cellulari e bombole di gas lacrimogeno. Scrivo dunque in un’emergenza. Perché Davies si è dotato di queste armi, e dove sono le donne e le ragazze che ha trafficato e prostituito?

Ho scoperto che la campagna hashtag #NotYourRescueProject è stata creata da John Davies, fingendosi Desi. Questa campagna enormemente dannosa continua a permettere a liberali, a persone di sinistra, e ad altri che dovrebbero capire meglio le cose, di marchiare le abolizioniste del commercio sessuale femministe, come me, come delle vittoriane, antisesso, colonialiste razziste, guidate da pregiudizi di classe, ossessionate dalla volontà di controllare la sessualità delle “lavoratrici del sesso”. Rappresenta inoltre una comoda opportunità per molestare e manipolare le sopravvissute, che offrono delle versioni molto diverse della violenza maschile nella prostituzione. Infine, è divenuta un legittimo “corpus di ricerche peer-reviewed” per delegittimare le politiche sociali che potrebbero permettere alle donne e alle ragazze prostituite di uscire dalla prostituzione, e che sancirebbero le responsabilità degli uomini che traggono profitti da quest’abuso.

“Sono convinta che le voci delle sex worker provenienti dai paesi in via di sviluppo debbano essere ascoltate senza alcuna moderazione da parte di interessi particolari”, ha scritto “Desi”. “Credo che offrire diritti alle sex worker, specialmente il diritto di organizzare la propria resistenza, sia quanto di più necessario”. “Desi” prosegue dichiarando che, sebbene ci siano degli abusi nella prostituzione, questo dipende dal fatto che “il sex work è un’occupazione ai margini della società.” In altre parole, a quanto pare la violenza sulle donne è causata da abolizioniste femministe come me.

Chi promuove la totale decriminalizzazione del mercato del sesso adora #NotYourRescueProject. Come ha scritto sul suo blog Maggie McNeill, attivista pro-prostituzione ed ex magnaccia: “Un articolo che ne parlava era apparso [sul Georgia Straight] sul tardo pomeriggio, e il giorno dopo le proibizioniste stavano cercando disperatamente di arginare i danni infilando i loro miti, denunce, accuse (le sex worker in realtà erano ‘papponi’ o clienti, “non erano rappresentative”, ecc.) ovunque se ne parlasse”.

Sul sito pro-sex Slutocracy, un autore afferma che “questo problema del ‘rescue’ [‘salvataggio’] è globale”.

La PhD Laura Agustin, autrice di Sex At The Margins: Migration, Labour Markets, and the Rescue Industry, ha coniato l’espressione “industria del salvataggio” [“rescue industry”] per descrivere le femministe che si oppongono al mercato del sesso. L’autore su Slutocracy avanza il sospetto che stiamo guadagnando con la nostra politica, scrivendo: “Ci sono un sacco di soldi da fare con i corpi delle sex worker”.

Lo stesso articolo condanna le femministe che criticano il mercato del sesso:

“Stringe il cuore a sapere che uno dei problemi che le sex worker devono affrontare è il femminimo bianco borghese… Visto che alcuni aspetti del femminismo le mettono in pericolo (la European Women’s Lobby vuole che il pericoloso Modello Nordico si diffonda in tutta Europa, e molte femministe sostengono e si battono per il Modello Nordico e la criminalizzazione), non c’è da meravigliarsi che alcune donne nel sex work e alcuni alleati delle sex worker non vogliano identificarsi con il femminismo”.

La lobby a favore del mercato del sesso crede davvero che il personaggio di Molli Desi sia genuino, e che lei sia la creatrice di #NotMyRescueProject? Da Bustle:

“All’inizio di gennaio, un gruppo informale di sex worker e alleati si è riunito virtualmente per definire un hashtag che avrebbe dato visibilità a questo problema. Alla fine hanno deciso per #NotYourRescueProject. I due volti principali dietro l’hashtag sono N’Jaila Rhee e Molli Desi, entrambe sex worker. Si sono consultate con la difensora dei diritti delle sex worker Melissa Gira Grant e con l’attivista Suey Park, nota per #NotYourAsianSidekick. In pochi giorni, l’hashtag girava ovunque.

È inusuale che una ragazza trafficata dal subcontinente indiano, che so essere povera, non istruita e analfabeta, abbia il tempo o l’interesse di mantenere un alto profilo sui social media, postando e twittando come un’abile attivista per i “diritti delle sex worker”, in stretto contatto con le persone chiave del mondo pro-prostituzione, inclusa la suddetta Maggie McNeill che ha invitato Desi a scrivere come ospite sul suo blog una serie completa di saggi sul tema.

È ancora più inusuale che Desi twitti e posti fotografie dalla casa a Esher dove viveva Davies; o che condivida i suoi specifici interessi: auto parcheggiate illegalmente in parcheggi per disabili, l’antropologia delle donne e delle ragazze Devadasi, la politica ungherese e la geografia dell’area di Seghedino, e gli studi sulla migrazione. Ma ho la prova inconfutabile che il promotore della campagna di Desi “per i diritti delle sex worker” sia in realtà Davies. La ragazza che ha trafficato dal Bangladesh è stata derubata della sua immagine, e la sua esperienza è stata completamente colonizzata da questo truffatore, e dal movimento pro-prostituzione.

Le mie indagini sulla vita e sui crimini di Davies mi hanno condotto nei sobborghi dei bordelli di West London, a Surbiton e Kingson, e alle manovre locali di gestione della prostituzione di Davies, oltre che al suo decennale coinvolgimento nella tratta di esseri umani. Ho raccolto inoltre documenti che provano i suoi affari e ho ricollegato a Davies e a suoi pseudonimi, come John Shelton, indirizzi ISP di vari siti web utilizzati dalle donne e dalle ragazze che ha trafficato e prostituito. Ma uno degli aspetti più sconvolgenti di questa vicenda è che Davies non si limitava a nascondersi dietro la rispettabilità del negazionismo accademico della tratta, nel ben noto dipartimento ‘Centro per gli Studi sulla Migrazione’ dell’Università del Sussex, ma sfruttava ulteriormente le donne che prostituiva appropriandosi completamente delle loro identità e creando false “sex worker autodeterminate” con i loro nomi.

Sul “suo” blog, scrive Desi:

“La criminalizzazione dei clienti sarebbe fonte di enormi problemi per le sex worker in quanto i nostri corpi diventerebbero il luogo delle indagini. La polizia avrebbe il diritto di esaminare il mio corpo e di invadere la mia vagina alla ricerca di prove, confischerebbe preservativi usati e controllerebbe il mio cellulare per vedere chi mi ha chiamato.”

#NotMyRescueProject non ha soltanto creato un uragano mediatico all’interno dell’attivismo pro-prostituzione, ma è stata anche risucchiata dall’accademia, chiudendo dunque il cerchio con l’istituzione che ha di fatto permesso al suo creatore, Davies, di camuffarsi da “sex worker autodeterminata” del Bangladesh.

Una citazione della campagna è stata riportata in un influente libro intitolato Missionary Positions. A Postcolonial Feminist Perspective on Sex Work and Faith-Based Outreach from Australia [Le posizioni del missionario. Una prospettiva femminista postcolonialista sul sex work e le organizzazioni religiose in Australia] (settembre 2017), secondo cui l’abolizionismo femminista affonda le sue radici nel Cristianesimo bianco e puritano.

La campagna è nata per attaccare ogni opposizione allo sfruttamento della prostituzione e all’acquisto di sesso. È stata pensata da un magnaccia, trafficante e cliente. Da quando Davies è stato incarcerato nel 2015, l’account Twitter di Desi è rimasto inattivo. Ma dov’è lei adesso? E dove sono le altre ragazze e donne che Davies ha abusato?

 

Julie Bindel è giornalista, attivista femminista contro la violenza maschile e autrice di The Pimping of Prostitution: Abolishing the Sex Work Myth

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