Monica Lanfranco intervista Resistenza Femminista

Quella che segue è una parte dell’intervista fattaci nel 2017 da Monica Lanfranco per la Radio delle Donne (con alcune minime modifiche resesi necessarie nel frattempo). Monica Lanfranco femminista, giornalista professionista, formatrice sulla differenza di genere ha voluto conoscerci da vicino, un’occasione per riflettere su chi siamo e il perché del nostro attivismo. Gli altri argomenti trattati nell’intervista completa sono: la nostra traduzione del libro di Rachel Moran “Stupro a pagamento”, il nostro conflitto con Amnesty International, i motivi per cui sosteniamo il modello nordico. Potete ascoltare l’intera intervista qui. Ringraziamo Monica per questa preziosa possibilità di dialogo. 

Come nasce Resistenza Femminista e perché il vostro gruppo ha deciso di affrontare il tema della prostituzione?

Resistenza femminista è un collettivo femminista che di recente si è costituito in associazione, veniamo da varie parti d’Italia e apparteniamo a generazioni diverse. Il gruppo si è formato nel 2011, ci siamo incontrate in rete attorno al blog “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo. Ci ritrovavamo spesso a commentare e a riflettere sul lavoro dell’autrice. Alcune di noi erano già attive come blogger oppure facevano parte di altri gruppi femministi, avevano esperienza come volontarie in centri antiviolenza. Quindi al centro della nostra riflessione c’era la violenza maschile sulle donne, ma da subito abbiamo deciso di uscire dalla dimensione virtuale, incontrarci e fare qualcosa per cambiare la realtà: nasciamo, quindi, come gruppo di attivismo. Tra gli obiettivi del nostro gruppo c’era innanzitutto quello di creare un luogo sicuro per sopravvissute alla violenza maschile.

Abbiamo iniziato ad occuparci di prostituzione e pornografia a partire prima di tutto dal nostro vissuto. Nel nostro gruppo ci sono anche donne sopravvissute alla violenza e alla prostituzione. Consideriamo la prostituzione come la radice dell’oppressione, quindi non come un tema a parte, separato dal più ampio tema della violenza maschile sulle donne, ma anzi l’archetipo se vogliamo, la manifestazione più emblematica di questa violenza patriarcale. Nel 2013 abbiamo partecipato all’incontro nazionale del femminismo italiano che si è tenuto a Paestum con un nostro documento collettivo in cui abbiamo messo al centro il legame tra violenza patriarcale neoliberista e precarietà femminile su scala globale. Questo perché ci interessava approfondire il legame con la precarizzazione del lavoro femminile di cui molte di noi purtroppo hanno esperienza: apparteniamo a generazioni diverse, ma di noi chi ha 30, 40 50 anni comunque, a età diverse, ha avuto esperienza di cosa significa essere precaria, disoccupata. Il precariato ovviamente è una condizione di estrema vulnerabilità dove per periodi anche molto lunghi resti disoccupata quindi non puoi progettare il tuo futuro, non hai nessun tipo di sicurezza economica e questo si riflette anche a livello identitario come crisi più generale su quella che è la percezione di te stessa e della tua identità. Quindi volevamo approfondire il legame tra la precarizzazione del lavoro femminile e il tentativo del patriarcato di spingere le donne ai margini del mercato del lavoro e rinchiuderle nuovamente nei ruoli classici che sono quelli di madre dentro casa – quindi tornare di nuovo a una dimensione domestica, alle donne che non lavorano e non fanno concorrenza agli uomini sul mercato del lavoro – ma anche come prostituta nel bordello, perché il patriarcato globale sponsorizza la prostituzione come lavoro come un altro, anzi addirittura come soluzione al dramma della precarietà e della disoccupazione.

La parola “sopravvissuta” viene dall’inglese “survivor”. Ha fatto la sua comparsa nel dibattito femminista contemporaneo di recente, perché gruppi di donne fuoriuscite dall’industria del sesso hanno scelto questa parola per definirsi. Una parola che si contrappone a “sex worker” che vuol dire lavoratrice del sesso, da cui loro hanno preso le distanze in maniera netta. Uno dei gruppi che ha cominciato a usare questa parola è SPACE International, gruppo che riunisce sopravvissute all’industria del sesso provenienti da nove paesi mondiali, la cui fondatrice è Rachel Moran che abbiamo incontrato nel 2014 a Londra. Abbiamo iniziato a collaborare con lei e di recente abbiamo tradotto il suo libro “Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione”. Nel dibattito italiano la parola “sopravvissuta” mancava completamente. Noi siamo state il primo gruppo femminista a usare questa parola, abbiamo una sezione del nostro sito che si chiama “Voci di sopravvissute” che raccoglie tutte le testimonianze di donne fuoriuscite dall’industria del sesso e attiviste che fanno parte di gruppi diversi in vari paesi mondiali, non solo SPACE International ma altri come “Sex Trafficking Survivors United”, “Indigenous Women against Sex Industry”, “Asian Women Coalition Ending Prostitution”, ecc. Si tratta di numerosi gruppi di attiviste che hanno preso parola contro l’industria del sesso e a sostegno del modello nordico.

Perché il femminismo è diviso su questo argomento e cosa obiettate a chi dice che le donne decidono di vendersi in libertà?

In Italia nel dibattito attuale si tende a contrapporre la tratta alla prostituzione, la prostituzione forzata alla prostituzione cosiddetta libera, autodeterminata. In questa contrapposizione rigida manca completamente la voce delle sopravvissute e questo è quello che noi abbiamo voluto portare nel dibattito. Anche perché alcune persone del nostro gruppo sono uscite dalla prostituzione e si riconoscono esattamente in questa parola “sopravvissuta” e sono entrate in contatto con altre donne fuoriuscite dall’industria del sesso come per esempio la stessa Rachel Moran: è iniziato un dialogo, uno scambio, un rapporto di sorellanza tra donne che hanno condiviso la stessa esperienza di fuoriuscita dalla violenza della prostituzione. Il termine “sopravvissuta” nasce in contrapposizione a “sex worker”, perché questa è un’espressione che spesso ci viene venduta come neutra, ma non lo è affatto perché si dà per scontato, se si parla di lavoratrici o lavoratori del sesso, che la prostituzione sia un lavoro, mentre invece le donne che si definiscono sopravvissute sostengono che la prostituzione sia l’esatto contrario di un lavoro, che sia violenza, violenza maschile esercitata dai clienti e dagli sfruttatori, dai papponi, dagli stessi proprietari di bordelli e agenzie di escort che spesso invece chi chiede la depenalizzazione totale dell’industria del sesso vuole proteggere. Quindi noi sosteniamo che si debba riaprire una discussione tra femministe in Italia a partire proprio dalle testimonianze e dall’attivismo di queste donne, che ci chiedono non solo di usare la parola “sopravvissuta” per definire la loro esperienza e il loro attivismo, ma di riconoscerne la soggettività politica. Perché alla fine queste voci vengono censurate. Nella contrapposizione rigida tra “forzate” e “libere” viene meno tutta una zona grigia della prostituzione: tutte queste donne non sono state forzate da qualcuno, per esempio da trafficanti, a prostituirsi, hanno scelto “liberamente” – e bisogna mettere le virgolette a questo “liberamente” – hanno scelto per assenza di vere alternative. I motivi di queste scelte sono per esempio la povertà, quindi la discriminazione socio-economica, e la discriminazione razziale. Come ci ricorda per esempio Ne’cole Daniels: “una scelta non è una scelta se non hai la possibilità di scegliere”. Lei è un’afro-americana e nel suo attivismo vede tutti i giorni ragazze minorenni afro-americane che vengono sfruttate da uomini bianchi che grazie al loro potere economico le comprano, che vengono indotte a prostituirsi da papponi che le plagiano e che promettono loro magari il grande amore e poi le portano sulla strada. Quindi la prostituzione è intrecciata al razzismo in maniera inscindibile, per cui parlare di libera scelta è molto pericoloso politicamente, soprattutto quando donne che hanno fatto questa esperienza di prostituzione ci chiedono di essere ascoltate.

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Esiste una frattura nel femminismo contemporaneo sul tema prostituzione. Per comprendere questa frattura credo che debba essere fatto un discorso di tipo storico. Si sente dire spesso nel dibattito femminista contemporaneo che esistono “i femminismi”. Noi crediamo che fondamentalmente esistano due correnti: una è quella del femminismo radicale a cui noi ci ispiriamo e l’altra è quella del cosiddetto “liberal feminism”, tradotto malamente in italiano come femminismo libertario, conosciuto anche nel mondo anglosassone come “choice feminism”, femminismo della scelta o post-femminismo. È un movimento che si diffonde negli anni ’90, conosciuto anche come third wave feminism, femminismo della terza ondata, a cui si contrapporrebbe quello della quarta ondata, che è invece un risveglio, un ritorno forte di interesse per il femminismo radicale, caratteristico invece della seconda ondata. Il femmismo della scelta viene analizzato e ne vengono denunciati i limiti in un volume molto bello che si intitola “Freedom fallacy” a cura di Meghan Tyler, un’attivista australiana e accademica con cui siamo in contatto, e viene definito come una forma di femminismo che flirta con il neoliberismo. Infatti al centro della riflessione di questo femminismo ci sono le scelte individuali delle donne, scelte che vengono considerate del tutto isolate dal contesto socio-economico in cui si formano – e questo è il primo grande limite. Le donne vengono considerate libere di scegliere, ma noi sappiamo che nella realtà attuale non esiste la parità di genere, quindi esiste ancora un grosso dislivello di potere tra uomini e donne. Le donne non hanno né il potere economico né il potere politico uguale a quello degli uomini e quindi questa possibilità di scegliere liberamente è in realtà un’illusione. Ecco perché “freedom fallacy”, perché c’è l’illusione di essere libere nelle scelte, in realtà siamo condizionate sia a livello sociale che a livello economico nelle scelte che facciamo. E qui ci sono delle conseguenze importanti per quanto riguarda la prostituzione, perché se l’unico criterio che conta è la difesa individualista della cosiddetta libera scelta si arriverà poi a sostenere la liberalizzazione del mercato del sesso, quindi le leggi liberiste che regolano l’industria del sesso, e ogni tentativo di ostacolare lo sfruttamento sessuale verrà considerato paradossalmente come un limite all’autodeterminazione femminile.

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[Ascolta l’intervista completa]

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