Lettera aperta delle sopravvissute

Presentiamo la traduzione di una lettera di donne sopravvissute alla prostituzione del gruppo internazionale SPACE che prendono parola contro la regolamentazione, criticando la separazione tra prostituzione “volontaria” e tratta, criterio su cui si basa anche il recente disegno di legge Spilabotte. space-facesSPACE (Survivors of Prostitution-Abuse Calling for Enlightenment, “Sopravvissute Promuovono la Consapevolezza sulla Violenza della Prostituzione”) è una nuova organizzazione internazionale formata inizialmente da cinque donne irlandesi per dare voce a donne che sono sopravvissute alla realtà di abuso della prostituzione. SPACE include adesso membri dall’Irlanda, Inghilterra, USA e Canada. È un’organizzazione indipendente e il membro fondatore è Rachel Moran.

SPACE ha l’obiettivo di far crescere la consapevolezza della gente sugli effetti dannosi della prostituzione e di spingere i governi ad intervenire. Noi lottiamo perché ci sia un riconoscimento politico dei danni della prostituzione come abuso/sfruttamento sessuale e, come risposta, la criminalizzazione della domanda di prostituzione.
La partecipazione a SPACE è limitata alle sole donne fuoriuscite dalla prostituzione di qualsiasi paese che credono nel diritto delle persone a vivere libere dall’oppressione dell’abuso del sesso a pagamento. Noi chiediamo di essere ascoltate perché prima che si arrivi ad un cambiamento sociale la prostituzione deve essere riconosciuta per quello che è.

Rachel Moran, coordinatrice europea di SPACE, è un’attivista autrice del libro “Paid for. My journey through Prostitution” in cui racconta la sua esperienza nel sistema prostituente.
È cresciuta a nord di Dublino. Proviene da un background problematico, a 14 anni inizia a vivere in una casa di accoglienza.
Diventa senza tetto ed entra nel sistema prostituente a 15 anni.
Nel 1998 all’età di 22 anni si libera di quella vita. A 24 anni riprende gli studi e si laurea in giornalismo all’Università di Dublino. Vince il premio Hybrid per l’eccellenza nel giornalismo.
Tiene conferenze a livello internazionale sulla prostituzione e la tratta e lavora come volontaria presso case rifugio per ragazze raccontando i danni e i pericoli della prostituzione. Vive nel nord di Dublino.
[Traduzione da Rachel Moran, “Paid for. My journey through Prostitution”]

 

La lettera che segue è una bozza della copia che sarà presto inviata alle Nazioni Unite e al Consiglio d’Europa. Nel frattempo è stata pubblicata su Abolish Prostitution Now per dare la possibilità a tutte le donne che lo vorranno di firmarla. Tutte le donne che sono state lese dal sistema prostituente sono le benvenute e sono incoraggiate a firmare, sia che siano pubblicamente riconosciute come sopravvissute o meno, a prescindere dalla loro provenienza o da se si identifichino o no nella definizione di prostituite e/o di vittime di tratta.

BOZZA DELLA LETTERA ALLE NAZIONI UNITE E AL CONSIGLIO D’EUROPA DELLE SOPRAVVISSUTE AL MERCATO DEL SESSO

Noi, sopravvissute al mercato del sesso che abbiamo sottoscritto questo documento, lo facciamo per opporci alla nozione fuorviante che la prostituzione e la tratta siano fondamentalmente diverse. Non lo sono e noi lo sappiamo dal momento che alcune di noi sono sopravvissute al sistema prostituente, alcune alla tratta e alcune, e questo è cruciale, ad entrambe. Molte di noi le cui esperienze rientrano nel termine “prostituzione” sono state sfruttate a fianco a quelle le cui esperienze rientrano nel termine “tratta”, in entrambi i casi, sia sulle strade che nei bordelli. Ci sono anche quelle tra di noi che sono state prima sfruttate nella prostituzione attraverso la via della tratta e poi, più tardi, in quella che comunemente ed erroneamente è conosciuta come prostituzione “libera”.

Nella vostra posizione di legislatori che stanno considerando le proposte di depenalizzazione della prostituzione, dovete valutare l’eventualità o meno di favorire il processo di normalizzazione del sesso prostituito come lavoro. Noi sappiamo che non lo è, sappiamo che è un abuso sessuale dietro compenso in denaro. Noi chiediamo in questa lettera aperta che voi, nelle Nazioni Unite e nel Consiglio d’Europa, consideriate prima di tutto e poi capiate la vera natura di quello che succede alle donne e alle ragazze nel mercato del sesso. Alcune sono prostituite direttamente a causa di alcune circostanze difficili della loro vita, altre ingannate nella convinzione che il mercato del sesso offra una sorta di autonomia o via di fuga. Altre sono intrappolate con modalità fisiche molto più coercitive, ma una donna che è stata vittima di tratta è alla fine anche prostituita, dal momento che la prostituzione è la conseguenza ultima della tratta.

La prostituzione e la tratta sono intrinsecamente collegate. Lo sono da sempre e fin tanto che il mondo accetterà l’oppressione della prostituzione sempre lo saranno, dal momento che la tratta è soltanto una conseguenza di questo sistema. È soltanto una forma di palese coercizione che risponde alla domanda maschile di sesso a pagamento. La domanda di prostituzione è la causa della tratta e della prostituzione e i bordelli della prostituzione sono i luoghi in cui la tratta trova la sua massima espressione. Noi donne e ragazze prostituite e vittime di tratta esistiamo l’una a fianco all’altra e allo stesso modo veniamo sfruttate l’una a fianco all’altra, e non siamo persone che potete semplicemente etichettare come libere e forzate. La nostra libertà ci è stata sottratta in modi diversi, questo è certo, ma vi preghiamo di smettere di credere che la nostra oppressione sia in se stessa diversa. Noi non rivendichiamo, come fate voi, che le nostre esperienze sono diverse, noi affermiamo invece che, nel modo più assoluto, sono la stessa cosa – e che abbiamo diritto ad affermarlo con forza dal momento che abbiamo vissuto quello di cui voi state parlando. Quando voi formulate raccomandazioni legislative in cui ci dividete in categorie diverse, voi ci ignorate, e noi non accettiamo più di essere ignorate.

Alcune delle vostre dichiarazioni pubbliche hanno preso per buono e hanno favorito la diffusione del falso presupposto secondo cui quelle di noi che sono state prostituite attraverso la tradizionale via della povertà e dell’indigenza non possono essere paragonate a quelle di noi che sono state prostituite attraverso la via della tratta. State sbagliando. Vi preghiamo di ammettere che avete commesso un errore, errare è umano. E vi preghiamo di ricordarvi, prima di tutto, che non tutte le catene sono visibili o tangibili e che talvolta i lacci più stretti che ci legano non sono per niente visibili all’occhio umano.

Possiamo assicurarvi che le persone che si arricchiscono con il mercato del sesso non sono raggruppabili in rigidi compartimenti stagni più delle persone che sfruttano e che molti di loro sono sia “sfruttatori” che “trafficanti” allo stesso tempo. Possiamo assicurarvi inoltre che gli uomini che pagano per il sesso della prostituzione usano le donne e le ragazze vittime di tratta e quelle prostituite in modo intercambiabile e, dal momento che in primo luogo non riconoscono le donne come completamente umane, non si interessano per niente alle circostanze che hanno portato allo sfruttamento dei loro corpi.

Una seconda questione strettamente legata che è importante sollevare in questa sede è l’uso del termine “sex-work”. Per molto tempo i/le rappresentanti delle Nazioni Unite, nel Consiglio d’Europa e altrove hanno ascoltato esclusivamente quelli che definiscono l’abuso che abbiamo vissuto come “sex work”. Noi affermiamo che non esiste nessun “lavoro sessuale”, che il sesso non è lavoro, che non lo è mai stato e mai lo sarà.

Siate consapevoli per cortesia del fatto che il termine “sex work”, che si trova nelle vostre politiche e nei documenti pubblici, proviene dal mercato sessuale statunitense degli anni ‘70. È stato inventato col preciso intento di normalizzare e dare un’apparenza decorosa alla prostituzione per il pubblico e per i legislatori in particolare, e avete fatto un bel favore a quelli che traggono profitto dalla prostituzione accettando questo termine e adottandolo. Contemporaneamente avete anche – inavvertitamente, ne prendiamo atto – rivolto un insulto doloroso contro di noi. Noi, tutte noi, sopravvissute al mercato del sesso, siamo le testimoni viventi di un commercio disumano e, per quanto ci riguarda, ogni accettazione dell’abuso che abbiamo subito come “lavoro” ci disumanizza ulteriormente.

Adesso vi vogliamo dire la verità su quel termine e qual è lo scopo per cui è stato inventato: quello che viene venduto nel sistema prostituente non è sesso; è il diritto all’abuso sessuale. Quello che il sistema prostituente offre è soltanto la commercializzazione dell’abuso sessuale. È tempo che coloro che sono nella posizione di legiferare ascoltino coloro che hanno vissuto la realtà brutale della prostituzione e della tratta, e si riferiscano a noi con il termine onnicomprensivo di “sopravvissute al mercato del sesso”.

Vi chiediamo di ascoltarci perché come vi abbiamo spiegato è stata costruita di proposito una dicotomia che ha lo scopo di separarci in due categorie di donne, che si suppone vivano due tipi di esperienze diverse: una libera e l’altra forzata, una di scelta e l’altra di abuso, una innocua e l’altra un orrore contro l’umanità. Vi chiediamo di prendere coscienza del fatto che la percezione che le donne prostituite e le vittime di tratta siano diverse è insensata: non ha nessun senso distinguere tra prostituite e vittime di tratta quando le vittime di tratta sono state trafficate allo scopo stesso di essere prostituite e che questa è la realtà che loro continuano a vivere.

Oltre ad essere completamente assurdo, questa falsa distinzione è pericolosa. È pericolosa perché regala la possibilità di mimetizzarsi. Permette agli sfruttatori e ai trafficanti di nascondere la vera natura delle loro azioni, permettendo loro di agire sotto il mantello della segretezza e di conseguenza dell’impunità.

Chiediamo:

  • che rinunciate a definire l’abuso della prostituzione con il termine “sex work”.
  • che smettiate di separare le prostituite dalle vittime di tratta nella vostra coscienza, e che le vostre azioni e posizioni politiche riflettano di conseguenza questo cambiamento di pensiero.

Dovete assumervi la grandissima responsabilità di separare i fatti dalla finzione, di riconoscere l’ingiustizia quando viene presentata come uguaglianza, di smascherare l’ingiustizia quando si traveste da giustizia ed estirpare quel che è falso laddove pretende di crescere insieme alla verità. Questo è un compito enorme, difficile e gravoso e non vi invidiamo, ma dovete assumervelo. È vostro dovere.

Abbiamo fatto il nostro dovere in questa occasione, come in molte altre, di nazione in nazione, molte di noi hanno rivelato la loro vera identità affrontando il peso della gogna pubblica nello svelare la verità sulla realtà di oppressione del mercato globale del sesso. Abbiamo fatto questo sacrificio pagando di persona un prezzo molto alto, noi e le nostre famiglie, perché siamo determinate nella volontà di mostrare la sorgente della verità che sgorga in ognuna di noi e di affermare pubblicamente ciò che si è sempre saputo ma che soltanto di rado è stato pronunciato: la prostituzione è una violazione di diritti umani in sé e per sé.

Vi chiediamo solo di ascoltarci, e che siate anche disposti a fare i sacrifici necessari per compiere quello che voi sapete essere giusto.

Cherie Jimenez (Boston, USA)
Autumn Burris (California, USA)
Rosen Hitcher (Saintes, France)
Laurence Noelle (Paris, France)
Bronwen Healy (Queensland, Australia)
Rachel Moran (Dublin, Ireland)
Justine Reilly (Dublin, Ireland)
Roak Elthea (Montevideo, Uruguay)
Jacqueline S. Homan (Erie, PA, USA)
Josie O’Sullivan (Limerick, Ireland)
Bridget Perrier (Toronto, Canada)
Linda O’Keefe (Dublin, Ireland)
Vednita Carter (Minneapolis, Minnesota)
Tanja Rahm (Denmark)
Debra Topping (Fond du Lac Indian Reservation, Cloquet, Minnesota)
R. B. Nord (Canada)
David Zimmerman (Benton, PA, USA)

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