Lettera aperta della CATW ad Amnesty International

Resistenza Femminista ha firmato la lettera scritta dalla Coalition Against Trafficking in Women contro la proposta di Amnesty International di depenalizzare gli sfruttatori e i proprietari di bordelli. Quali diritti umani difende Amnesty? La libertà dei papponi, dei trafficanti e dei compratori, che con la regolamentazione possono violare i diritti umani delle donne con la complicità dello Stato pappone! La libertà di chi sfrutta, usa e poi rinchiude le donne in ghetti da cui è impossibile venire fuori. Ghetti dove si stupra, dove si muore nell’indifferenza di una società ipocrita che “protegge” secondo il credo patriarcale le donne di serie A: quelle che hanno i soldi e le possibilità per studiare, avere un buon lavoro, quelle che possono dire di no a chi ti violenta e sostiene che è un suo diritto umano! NESSUNA femminista abolizionista ha mai chiesto la criminalizzazione delle persone prostituite, ma anzi tutte, compresa Lina Merlin, si sono battute per la libertà delle donne in un sistema patriarcale che le voleva macchine per il piacere maschile, per chi ci usava e ci usa al bisogno e poi marchia a fuoco le donne “usate” e invece di aiutarle quando vogliono uscire le chiude in una gabbia di stigma, violenza economica e sociale.

immagine da Kvinnefronten.no

immagine da Kvinnefronten.no

22 luglio 2015

Salil Shetty, Segretario Generale di Amnesty International

Steven W. Hawkins, Direttore Esecutivo Amnesty International USA

Consiglio di Amministrazione di Amnesty International

 

Gentili Sig. Shetty, Sig. Hawkins e Consiglio di Amministrazione di Amnesty International,

vi scriviamo in riferimento alla “Proposta di linee guida sul sex work” (“Draft Policy on Sex Work”) di Amnesty International che a quanto pare sarà presentata all’attenzione dell’incontro internazionale del suo Consiglio a Dublino dal 7 all’11 agosto 2015, e che promuove la completa depenalizazione dell’industria del sesso. [1]

Le firme che seguono rappresentano un gruppo consistente di attivisti per i diritti umani nazionali e internazionali, associazioni per i diritti delle donne, organizzazioni religiose e laiche e individui che esprimono il loro profondo disaccordo nei confronti della proposta di Amnesty di adottare una politica di depenalizzazione degli sfruttatori, dei proprietari di bordelli e dei compratori di sesso — i pilastri di un’industria globale del sesso da 99 miliardi di dollari. [2] Tra le firmatarie, fatto ancora più significativo, sono presenti alcune coraggiose sopravvissute del mercato del sesso la cui esperienza autorevole ci mette in guardia sui danni inevitabili che l’industria del sesso ha inflitto loro e ci guida nella ricerca di soluzioni significative per mettere fine a questa violazione di diritti umani.

Amnesty International è stata la prima e più importante organizzazione a promuovere il concetto di diritti umani a livello mondiale. Sebbene Amnesty sia stata in ritardo nel comprendere che i diritti delle donne sono diritti umani e a includere questo principio nelle sue attività, è stata senza dubbio un punto di riferimento nella mobilitazione dell’opinione pubblica per fare pressione sui governi affinché applicassero i principi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. La “Proposta di linee guida sul sex work” [3] rappresenta uno schiaffo alla sua storica reputazione.

Crediamo fermamente, in accordo con Amnesty, che le persone comprate e vendute nel mercato del sesso — per la grande maggioranza donne — non debbano essere criminalizzate in nessuna giurisdizione e che i loro diritti umani debbano essere pienamente rispettati e salvaguardati. Siamo anche d’accordo che, con l’eccezione di pochi paesi, i governi e i provvedimenti di legge violano pesantemente i diritti umani delle persone prostituite. Tuttavia, la vostra “Proposta di linee guida sul sex work” promuove incomprensibilmente la completa depenalizzazione dell’industria del sesso, che di fatto legalizzerebbe lo sfruttamento, la gestione dei bordelli e l’acquisto di sesso.

Prove sempre più consistenti e documentate dimostrano gli effetti catastrofici della depenalizzazione del mercato del sesso. Il governo tedesco, per esempio, che ha liberalizzato l’industria della prostituzione nel 2002, si è reso conto che l’industria del sesso non era diventata più sicura per le donne con l’entrata in vigore di questa legge. [4] Al contrario, la crescita esplosiva dei bordelli legali ha scatenato una crescita della tratta a scopo sessuale. [5]

La depenalizzazione del mercato del sesso fa diventare i proprietari dei bordelli degli “uomini d’affari” che nella più assoluta impunità alimentano la tratta di donne giovanissime principalmente dai paesi più poveri dell’Est Europa e del Sud del Mondo per soddisfare la domanda di prostituzione che è aumentata notevolmente. Per esempio, la legge di liberalizzazione tedesca del 2002 ha generato catene di bordelli in tutto il paese che offrono “offerte speciali del venerdì sera” [6] con le quali gli uomini sono autorizzati a comprare le donne per atti sessuali che includono torture. [7] La grande diffusione di queste notizie ha valso alla Germania il titolo di “Bordello d’Europa”. [8] L’anno passato, i massimi esperti in Germania nel campo del trauma hanno fatto pressione al governo perché revocasse la legge del 2002, sottolineando i gravi danni psicologici che sono inflitti alle donne dallo specifico della prostituzione, quali l’invasione sessuale seriale non desiderata e la violenza. La riduzione del danno non è sufficente, come hanno spiegato, i governi e la società civile devono investire nell’eliminazione del danno. [9]

In aggiunta, alcune ricerche riportano che anche i Paesi Bassi hanno registrato un aumento esponenziale della tratta a scopo sessuale direttamente collegato alla depenalizzazione dell’industria del sesso adottata dal governo nel 2000. [10] Il governo olandese ha confermato questo legame. [11] Fino al 90% [12] delle donne che si trovano nei bordelli di Amsterdam sono originarie dell’Est Europa, dell’Africa e dell’Asia e sono controllate prevalentemente da uomini del Caucaso. Senza un’industria del sesso fiorente non ci sarebbe tratta.

Amnesty sembra aver elaborato la sua posizione ispirandosi alla prospettiva adottata dal settore che si occupa di HIV/AIDS, come per esempio UNAIDS. [13] Nonostante il valore del loro lavoro a livello mondiale, è altrettanto evidente che questi gruppi hanno una competenza molto limitata, o a volte nessuna, nei campi della violenza contro le donne e della intersezionalità tra razza, genere e condizioni economiche. Difendere la salute e i diritti umani delle donne è sicuramente un obiettivo più complesso rispetto a quello di proteggere gli individui dall’HIV/AIDS, sebbene si tratti di una questione cruciale. Gli obiettivi principali di UNAIDS e di altre organizzazioni che sostengono la politica della riduzione del danno nell’industria del sesso sembrano molto più incentrati sulla protezione della salute dei compratori di sesso che sulla vita delle donne prostituite e vittime di tratta. Molti medici specialisti inclusi ginecologi ed esperti di salute mentale sono però di tutt’altro avviso e confermano che — al di là delle circostanze che portano una donna nell’industria del sesso — l’abuso, la violenza sessuale e le ferite invasive che le donne subiscono dai loro sfruttatori e dai cosiddetti “clienti” portano a danni permanenti sul piano fisico e psicologico e troppo spesso alla morte. [14]

Oltre a questo, diverse leggi e convenzioni internazionali [15] riconoscono nell’abuso di potere esercitato su persone fortemente vulnerabili (povere, vittime di incesto, transessuali, senza tetto) uno strumento atto allo sfruttamento. La categoria di donne più rappresentata tra le prostituite e le vittime di tratta è quella delle donne di colore private di diritti: aborigene, native, indiane d’america, afroamericane e donne delle caste inferiori. [16] Ogni giorno combattiamo il potere di accesso e il controllo degli uomini sui corpi delle donne, dalla mutilazione genitale femminile al matrimonio forzato, dalla violenza domestica alla violazione dei diritti riproduttivi. Lo scambio di denaro per questo accesso non elimina la violenza che le donne affrontano nel mercato del sesso. È impensabile che una organizzazione per i diritti umani del calibro di Amnesty non riesca a riconoscere nella prostituzione una causa e una conseguenza della diseguaglianza di genere.

Per proteggere i diritti umani delle persone sfruttate sessualmente, sono fondamentali servizi che soddisfino varie necessità e programmi d’uscita, nel caso le persone coinvolte decidessero di lasciare il mercato del sesso e aiutare a rintracciare i loro sfruttatori. Un certo numero di governi ha già adottato una legislazione che riflette questa attenzione ai diritti umani e di genere. [17] Nel 2014, una risoluzione del Parlamento Europeo ha inoltre definito la prostituzione una forma di violenza contro le donne e un affronto alla dignità umana, raccomandando che i membri dell’Unione depenalizzassero soltanto coloro che vendono sesso e che tra le figure criminalizzate ci fossero coloro che lo acquistano. [18]

Di conseguenza, se Amnesty sostenesse la depenalizzione dello sfruttamento, della gestione dei bordelli e dell’acquisto di sesso, finirebbe di fatto per sostenere un sistema di apartheid di genere, nel quale una categoria di donne può ottenere protezione dalla violenza e dalle molestie sessuali e ha accesso a opportunità economiche e di formazione, mentre le donne di un’altra categoria, quelle segnate dall’assenza di scelte, sono invece relegate ai margini della società e adibite al consumo da parte degli uomini, al guadagno dei loro sfruttatori, dei trafficanti e dei proprietari di bordelli. Né la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, né la legge internazionale consente che un essere umano sia escluso da una vita dignitosa e priva di violenza.

Peter Benenson, il fondatore di Amnesty, una volta ha detto: “La candela non è accesa per noi, ma per tutti quelli che non siamo riusciti a salvare dalla prigione, che sono stati uccisi mentre erano imprigionati, che sono stati torturati, che sono stati rapiti, che sono “scomparsi”. Questo è il significato della candela accesa.”

La reputazione di Amnesty di sostenere i diritti umani di ogni individuo sarebbe severamente e irreparabilmente compromessa se adottasse una politica che affianca i compratori di sesso, gli sfruttatori e gli altri che traggono profitto dall’industria del sesso, invece che le persone sfruttate. Facendo questa scelta, Amnesty spengerebbe la sua famosa candela.

Chiediamo ad Amnesty di schierarsi dalla parte della giustizia e della parità per tutti.

Cordiali saluti,

[NdT: la lista aggiornata delle firme è visibile sotto la lettera originale

NOTE

1. Amnesty International, 32nd International Council Meeting, Circular No. 18, 2015 ICM Circular: Draft Policy on Sex Work; AI Index: ORG 50/1940/2015.

2. International Labour Organization, Profits and Poverty: The Economics of Forced Labour (Geneva: ILO, 2014) (http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/—ed_norm/—declaration/documents/publication/wcms_243391.pdf
).

3. Amnesty utilizza l’espressione “sex work”, inventata dall’industria del sesso e dai suoi sostenitori per diffondere e normalizzare la violenza, la degradazione e la deumanizzazione che la prostituzione porta con sé e che la definiscono. Non è un’espressione che si rifa ai principi dei diritti umani né alla legge internazionale.

4. German Federal Ministry for Family Affairs, Senior Citizens, Women and Youth, Report by the Federal Government on the Impact of the Act Regulating the Legal Situation of Prostitutes (Prostitution Act), (Berlin: 2007) (https://ec.europa.eu/anti- trafficking/sites/antitrafficking/files/federal_government_report_of_the_impact_of_the_act_regulating_the_legal_situation_of_prostitutes_2007_en_1.pdf).

5. Seo-Young Cho, Axel Dreher and Eric Neumayer, “Does Legalized Prostitution Increase Human Trafficking?,” World Development 41 (2013): 75-76 (http://www.lse.ac.uk/geographyAndEnvironment/whosWho/profiles/neumayer/pdf/Article-for-World-Development-_prostitution_-anonymous-REVISED.pdf).

6. Nisha Lilia Diu,“Welcome to Paradise: Inside the World of Legalised Prostitution,” The Telegraph, January 8, 2015 (http://s.telegraph.co.uk/graphics/projects/welcome-to-paradise/).

7. Per una lista di “servizi sessuali” offerti dalla catena di bordelli tedesca Pascha a Colonia, Monaco, Salisburgo, Linz e Graz: http://www.pascha.de/en/.

8. Cordula Meyer, Conny Neumann, Fidelius Schmid, Petra Truckendanner and Steffen Winter, “Unprotected: How Legalizing Prostitution Has Failed,” Der Spiegel, May 30, 2013 (http://www.spiegel.de/international/germany/human-trafficking-persists-despite-legality-of-prostitution-in-germany-a-902533-3.html); Jim Reed, “Mega-brothels: Has Germany become the ‘bordello of Europe’?,” BBC, February 21, 2014 (http://www.bbc.com/news/world-europe-26261221).

9. “TraumatherapeutInnen gegen Prostitution!” EMMA, September 25, 2014 (http://www.emma.de/artikel/traumatherapeutinnen-gegen-prostitution317787).

10. Daalder, A. L. (2007). Prostitution in The Netherlands since the lifting of the brothel ban [English version]. The Hague: WODC / Boom Juridische Uitgevers (https://english.wodc.nl/onderzoeksdatabase/1204e-engelse-vertaling-rapport-evaluatie-opheffing-bordeelverbod.aspx).

11. Wim Huisman and Edward R. Kleemans, “The challenges of fighting sex trafficking in the legalized prostitution market of the Netherlands,” Crime, Law and Social Change 61.2 (2014): 215-228.
Naftali Bendavid, “Amsterdam Debates Sex Trade,” The Wall Street Journal, June 30, 2013 (http://www.wsj.com/articles/SB10001424127887324049504578543370643627376).

12. KLPD (Korps Landelijke Politiediensten) – Dienst Nationale Recherche (juli 2008). Schone schijn, de signalering van mensenhandel in de vergunde prostitutiesector. Driebergen.

13. Joint United Nations Programme on HIV/AIDS, UNAIDS Guidance Note on HIV and Sex Work (Geneva: United Nations, 2012) (http://www.unaids.org/sites/default/files/sub_landing/files/JC2306_UNAIDS-guidance-note-HIV-sex-work_en.pdf).

14. Si vedano due interviste, condotte da Taina Bien-Aimé, con l’esperta di trauma tedesca D.ssa Ingeborg Kraus in “Germany Wins the Title of ‘Bordello of Europe’: Why Doesn’t Angela Merkel Care?”, The Huffington Post, May 27, 2015 (http://www.huffingtonpost.com/taina-bienaime/germany-wins-the- title-of_b_7446636.html); e con la D.ssa Julia Geynisman, fondatrice della Survivor Clinic: “‘If You Build It, They Will Come’: The Survivor Clinic Tackles Sex Trafficking in New York City”, The Huffington Post, July 14, 2015 (http://www.huffingtonpost.com/taina-bienaime/if-you-build-itthey-will-b_7785724.html).

15. Protocol to Prevent, Suppress and Punish Trafficking in Persons Especially Women and Children, supplementing the
United Nations Convention against Transnational Organized Crime, Palermo, 15 November 2000, United Nations Treaty Series, vol. 2237, p. 319; Doc. A/55/383; Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination Against Women (CEDAW), New York, 18 December 1979, United Nations Treaty Series, vol.1249, in cui l’Art. 6 spinge gli Stati membri “[to] take all appropriate measures, including legislation, to suppress all forms of traffic in women and exploitation of prostitution of women.”
L’Assemblea Generale ONU Convention for the Suppression of the Traffic in Persons and of the Exploitation of the Prostitution of Others, 2 December 1949, A/RES/317 dichiara che “prostitution is incompatible with the dignity and worth of the human person and endangers the welfare of the individual, the family and the community.”

16. Cherry Smiley, “Real change for aboriginal women begins with the end of prostitution,” The Globe and Mail, January 14, 2015 (http://www.theglobeandmail.com/globe-debate/real-change-for-aboriginal-women-begins-with-the-end-of-prostitution/article22442349/).

17. Questo insieme di principi e leggi, attualmente noto come “modello nordico”, è stato adottato da: Svezia (1999), Corea del Sud (2004, con modifiche), Islanda (2008), Norvegia (2009), Canada (2014, con modifiche), Irlanda del Nord (2015). Tra le altre giurisdizioni che stanno discutendo della possibilità di adottare il “modello nordico” nelle loro legislazioni, ci sono Francia, Irlanda, Israele, Lituania e alcune giurisdizioni negli Stati Uniti.

18. Report on sexual exploitation and prostitution and its impact on gender equality, European Parliament Committee on Women’s Rights and Gender Equality, 4 February 2014 (http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+REPORT+A7-2014- 0071+0+DOC+XML+V0//EN#title1).

Potrebbe interessarti...

3 Risposte

  1. agosto 11, 2015

    […] Siamo un gruppo di attiviste e sopravvissute alla prostituzione http://www.resistenzafemminista.it, abbiamo firmato la lettera della Coalition Against Trafficking in Women (CATW)​ contro la proposta di Amnesty di depenalizzare sfruttatori, proprietari di bordelli e compratori (http://www.resistenzafemminista.it/lettera-aperta-della-catw-ad-amnesty-international/). […]

  2. agosto 12, 2015

    […] We are a group of activists and survivors of prostitution (www.resistenzafemminista.it), who have signed the Coalition Against Trafficking in Women’s letter against Amnesty’s proposal to decriminalise profiteers, brothel owners and sex buyers (http://www.resistenzafemminista.it/lettera-aperta-della-catw-ad-amnesty-international/). […]

  3. settembre 15, 2015

    […]   […]