Le voci delle donne di colore contro l’industria del sesso: questo è femminismo intersezionale

È stato un onore e una grande gioia partecipare come attiviste e sopravvissute all’evento organizzato da SPACE international “Women of colour against the sex trade”[Donne di colore contro l’industria del sesso] che si è tenuto a Londra il 21 febbraio. Cinque anni fa, nel 2014, dopo che Rachel Moran aveva pubblicato il suo libro “Paid For”, andammo proprio a Londra per conoscerla di persona, un incontro emozionante che ha cambiato il nostro attivismo e la nostra vita. Rachel è stata e continua ad essere la nostra voce, la voce delle donne che hanno lottato e vinto contro la violenza maschile. Come lei altre attiviste stanno prendendo parola nel mondo contro lo sfruttamento sessuale. Per la prima volta abbiamo potuto abbracciare donne meravigliose come Vednita Carter, Ne’Cole Moore, Bridget Perrier, Suzanne Jay con cui fino ad oggi siamo state in dialogo ma solo virtualmente, traducendo le loro testimonianze, prendendo forza e ispirazione dal loro impegno. Momenti di grande emozione, abbiamo pianto e riso insieme alle nostre sorelle. La relazione tra donne è stata e sarà sempre al centro del nostro attivismo. È stato un evento storico per il femminismo abolizionista:  per la prima volta sopravvissute alla prostituzione e attiviste afro-americane, asiatiche, ispaniche, indigene canadesi ed australiane unite per dire che la prostituzione è violenza maschile e non lavoro, che l’industria del sesso è un business basato sulla misoginia che ha lo scopo di rafforzare ed espandere l’odio per le donne, annientarci e ridurci al silenzio, prendersi le nostre vite. Questo è femminismo intersezionale, la voce di queste donne che razzismo, colonialismo e neoliberismo patriarcale tentano di cancellare.

La conferenza si è aperta con il discorso introduttivo di Taina Bien-Aimé direttrice dalla CATW [Coalizione contro la tratta delle donne] che ha esordito ringraziando le sopravvissute alla prostituzione, sottolineando come tutte le donne siano sopravvissute al dominio patriarcale e che quindi questa battaglia per l’abolizione della prostituzione riguarda tutte.

L’industria del sesso si fonda sul razzismo. Taina ricorda la storia del colonialismo europeo, l’orrore della schiavitù, migliaia e migliaia di esseri umani deportati per essere schiavizzati, il genocidio delle popolazioni indigene, lo sfruttamento incontrollato dei paesi colonizzati, gli stupri di milioni di donne e bambine. Per spiegare come lo sfruttamento sessuale delle donne e delle bambine sia intrecciato in modo evidente con la violenza razzista ha riferito un racconto fatto da Autumn Burnis una sopravvissuta americana che aveva parlato con una donna prostituita afro-americana che si trovava in un bordello legale in Nevada gestito dallo sfruttatore morto di recente Denis Hof. La ragazza era stata picchiata dal suo pappone perchè guadagnava troppo poco, i clienti preferivano le ragazze bianche. Il proprietario di bordello Hof ha raccontato ad Autumn di aver trovato la soluzione per aiutare la ragazza: ha pubblicato sul sito una foto della ragazza pubblicizzando un role play a tema ku klux klan. Questo dimostra quanto sia forte e radicato il razzismo nella prostituzione.

Nel primo panel hanno preso parola Suzanne Jay, Vednita Carter e Roella Lievled.

Suzanne Jay è la co-fondatrice di Asian Women Coalition Ending Prostitution/ Asian Women for Equality un’associazione nata 10 anni fa di cui fanno parte donne provenienti dalle Filippine, Corea, Cina, Giappone, Birmania, ecc. L’Asian Coalition Ending Prostitution si è battuta per l’approvazione di una legge abolizionista in Canada. Adesso ad essere criminalizzati sono gli sfruttatori e i compratori di sesso. La prostituzione delle donne asiatiche è un fenomeno globale, accade in moltissime città del Canada, dieci anni fa per la prima volta è stato incriminato un gestore di centro massaggi per tratta di donne asiatiche, donne cinesi venivano attirate in Canada con l’inganno, veniva promesso loro un lavoro in un ristorante o un negozio, ma una volta arrivate a destinazione venivano sottratti Ioro i  documenti, venivano picchiate e stuprate e costrette a prostituirsi. Le donne non denunciavano perchè non volevano che le famiglie scoprissero la verità, il trafficante infatti aveva contatti diretti con le famiglie e ricattavano le ragazze. Il trafficante è stato arrestato solo perchè ha quasi ucciso dalle botte due donne che erano scappate in strada urlando e qualcuno ha chiamato la polizia. Suzanne cita un altro esempio di qualche anno fa: 6 uomini sono stati arrestati per tratta, circa 5000 donne asiatiche erano state trafficate da una città all’altra del Canada. Il Canada è un paese di destinazione per la tratta delle donne asiatiche. C’è una domanda enorme di carne fresca, ragazze nuove. I centri massaggi sono i luoghi dove si trova la tratta. Quello che viene pubblicizzato sono massaggi tai, trattamenti di bellezza per le unghie, ma sono tutte coperture per la tratta. Le autorità locali però nonostante la legge in vigore non fanno nulla per liberare queste ragazze. Il mercato del sesso si fonda sugli stereotipi razzisti, le donne asiatiche sono confezionate come prodotti per gli uomini bianchi, materia grezza per un’industria multi milardaria: sono “bamboline cinesi”, geishe, collegiali giapponesi, sono le “fidanzate” sottomesse. La statura piccola e le caratteristiche fisiche da bambina delle donne asiatiche sono ridotte a feticcio per il porno e i bordelli. La polizia e le autorità locali sono a conoscenza di quello che accade nei centri massaggi, ma fanno finta di non vedere e di non sapere. La militarizzazione è un’altro elemento che ha avuto un impatto terribile sulle donne asiatiche durante la seconda Guerra mondiale. I giapponesi hanno rapito donne dalla Corea, l’Indonesia, la Cina e le Filippine per ridurle a schiave sessuali, erano chiamate “comfort women” donne che dovevano offrire “conforto” agli uomini dell’esercito. Una pratica andata avanti per più di 15 anni e che è stata ripresa dall’esercito Americano negli anni del dopo guerra. In questi bordelli i soldati americani hanno violentato più di 70.000 donne. Hanno fatto della Thailandia la meta ideale per il turismo sessuale dove gli uomini bianchi compravano l’accessso al sesso delle povere donne asiatiche sfruttando la loro povertà, emarginazione sociale e sofferenza. E lo sfruttamento sessuale nei paesi in via di sviluppo da parte dei militari continua anche oggi per esempio nelle missioni di pace dell’ONU. In Cambogia moltissimi militari sono risultati positivi all’HIV questo significa che hanno infettato moltissime donne nei bordelli. Persiste nell’immaginario patriarcale l’idea razzista secondo la quale tutte le donne asiatiche sono prostitute. Di recente i gruppi a favore della prostituzione stanno cercano di ridefinire le donne asiatiche migranti prostituite come “sex worker migrant”, donne che scelgono di spostarsi in Canada per diventare “sex worker”. Questo è revisionismo e razzismo dice Suzanne. È la violenza maschile, la domanda maschile la causa della prostituzione.

Vednita Carter sopravvissuta e attivista ha fondato nel 1996 Breaking Free, un’associazione che offre sostegno alle donne e ragazze prostituite in Minnesota. “La maggioranza delle donne prostituite nel mondo sono donne di colore. Negli anni ’90 avevo scritto un articolo dal titolo Dove il razzismo e il sessimo si intersecano, è triste perchè la situazione è rimasta la stessa, forse è anche peggiorata. La posizione delle donne nere nella società è estremamente difficile. Si tratta di una doppia oppressione:  quella di essere cresciuta come donna nera in una società bianca e quella di essere cresciuta donna in una cultura maschile. Negli anni ’70 quando avevo 18 anni io e un’amica bianca siamo finite nell’industria del sesso dopo aver risposto ad un annuncio di lavoro per diventare ballerine. Subito dopo il colloquio siamo state separate, non esiste alcun tipo di protezione o sicurezza nell’industria dello stripping. Sono diventata qualcosa che non volevo essere e sono riuscita ad uscire, mi ci sono voluti anni prima che raccontassi quello che mi era successo. Sono stata fortunata ad essere uscita in poco tempo senza essere uccisa. Nel mio lavoro dentro Breaking Free aiuto le donne e le ragazze di colore ad uscire dall’industria, voglio che loro sappiano quanto valgono e che esiste una via d’uscita che il loro destino non è quello di essere comprate e vendute. Ogni anno dal 1996 aiutiamo ad uscire 500 donne, il 7% delle donne prostituite in Minnesota sono afro-americane, se si considera che il 10% della popolazione è composto da persone nere, si capiscono le proporzioni del fenomeno. A causa del razzismo le ragazze e le donne di colore sono vulnerabili allo sfruttamento sessuale. Una donna che si è rivolta a Breaking Free mi ha detto che quando faceva la vita un poliziotto una volta l’ha fatta salire sulla sua auto insieme alla sua amica bianca che si trovava con lei sulla strada. Questo episodio ci rivela la mentalità razzista che è radicata nella società. Il poliziotto ha chiesto alla ragazza di colore di scendere dall’auto e tornare sulla strada mentre ha portato l’altra alla stazione di polizia per farla arrestare perché le ha detto ‘tu hai un potenziale, la strada non è il posto per te, andare in prigione ti servirà di lezione’, per la donna bianca lui pensava ad un’uscita, ma non per la ragazza nera che era giusto restasse nella prostituzione. Una volta parlando con un gruppo di ragazze giovani gli ho chiesto cosa c’era di bello secondo loro nella prostituzione e mi hanno risposto i soldi, ma quando gli chiedi come si sentono quando si trovano a quattro zampe con il cazzo di lui in bocca tutte cominciano a piangere. Gli stereotipi razzisti diffusi nei media mainstream e nella pornografia rappresentano le donne di colore come animali selvaggi pronte a fare sesso in qualsiasi momento e con chiunque. Quando le donne nere entrano nella prostituzione è molto difficile per loro uscirne. La società diffonde un messaggio diretto agli uomini bianchi: adescate le donne nere per fare sesso, tutte le donne nere sono donne prostituite. Le donne nere quando finiscono in carcere vengono condannate a pene più severe rispetto alle donne bianche e come conseguenza perdono la custodia dei loro figli. Dobbiamo ricordare l’importanza del dolore emotivo delle persone nere: è il razzismo bianco che causa questo dolore. Esiste una sorta di doppio vincolo quando le donne nere prostituite chiedono aiuto ad associazioni composte da persone bianche: è un tabù nella comunità nera rivolgersi a bianchi per risolvere questioni interne alla propria comunità 2. Le donne nere povere incontrano grossi ostacoli per uscire dalla prostituzione e c’è l’incapacità da parte delle persone bianche di capire il dolore emotivo dell’essere nera, dolore causato dall’incapacità di prendere coscienza, di essere orgogliose e in pace con la propria identità nera. Le donne nere tentano di sopravvivere in quello spazio dove il razzismo e il sessismo si intersecano. La liberazione delle donne nere richiede varie azioni: come possono le femministe mainstream dire di avere a cuore il destino delle donne nere ed essere contro il razzismo quando non prendono parola contro i compratori di sesso bianchi che stuprano le nostre figlie e sorelle, contro la polizia che prende di mira le donne nere prostituite mettendole in prigione lasciando liberi invece i compratori di sesso bianchi che vengono a caccia nelle nostre comunità? Le femministe bianche devono battersi contro il razzismo e l’oppressione sessista, combattere contro i due sistemi insieme, prendendosi i nostri stessi rischi, altrimenti il motto “la sorellanza è potente” resterà uno slogan vuoto per le donne nere.”

Roella Lieveld è la fondatrice di Share Network, un’ organizzazione di Amsterdam impegnata contro la tratta e il mercato del sesso. Roella ha spiegato che la maggioranza delle donne prostituite esposte nelle vetrine dei bordelli ad Amsterdam come carne da macello vengono dalla Romania, il Marocco o i Caraibi africani.  Moltissime ragazze sono minorenni, hanno dai 12 ai 17 anni. Ci sono pochissime donne olandesi che vendono sesso, i papponi per reclamizzarle mettono sulle vetrine la bandiera olandese o il marchio NI. Spesso le persone finiscono per vedere la prostituzione come una cosa romantica. La prostituzione in Olanda è stata regolamentata 19 anni fa nel 2000, aprire un bordello è legale. L’obiettivo della legge sulla carta doveva essere quello di prevenire il fenomeno della prostituzione minorile, quello della prostituzione illegale e fermare la violenza sulle donne prostituite. In realtà la legge è stata un completo fallimento, nessuno di quegli obiettivo è stato raggiunto, il 75% delle persone prostituite sono minorenni, la violenza contro le donne prostituite è aumentata, addirittura in un report redatto dalla lobby pro-prostituzione risulta che il 97% per cento delle donne prostituite ha dichiarato di aver subito violenza. 20 milioni di turisti si recano ogni anno a visitare il quartiere a luci rosse che a breve verrà chiuso ai visitatori grazie alla decisione della sindaca di Amsterdam. Esistono due gruppi di donne che sono sfruttate nel mercato del sesso in Olanda: le donne dell’est Europa in particolare la Romania e le donne che sono immigrate in Olanda come me. Ma le voci delle donne prostituite non sono ascoltate. Le voci delle donne nere non vengono ascoltate.

 

Presto pubblicheremo la parte finale del report con gli interventi del secondo panel.

 

 

 

 

 

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