La prostituzione di donne, una scuola di disuguaglianza umana

Pubblichiamo questo articolo di Ana de Miguel Álvarez, professoressa ordinaria di Storia e Istituzioni Economiche e Filosofia Morale, Università Rey Juan Carlos, nella traduzione di Ilaria Maccaroni. Note a fine pagina.

RIASSUNTO
L’obiettivo di questo articolo è quello di contribuire a spostare l’attuale dibattito sulla prostituzione delle donne dal tema del consenso della prostituta alla riflessione intorno al prostitutore. Riteniamo che il tema del consenso, celi l’aspetto fondamentale su cui si fonda l’istituzione della prostituzione: l’uomo che esige che il suo desiderio sessuale venga soddisfatto, e l’ideologia che considera normale, naturale e desiderabile che lo faccia. L’articolo riflette sulle conseguenze che l’accesso libero e regolato al corpo delle donne ha sul carattere dei maschi, sulla loro percezione delle relazioni con le donne e sulla loro socializzazione rispetto ai valori di uguaglianza e di reciprocità sessuale. In conclusione, si ritiene che una società che banalizza, normalizza, e idealizza la prostituzione delle donne è una società che rinforza le radici della disuguaglianza umana.

I. PROSTITUZIONE E AUTOCOSCIENZA DELLA SPECIE
A dispetto di ogni pronostico, la prostituzione di donne è in fase di crescita ed espansione nelle società formalmente egualitarie. Diciamo “a dispetto di ogni pronostico” perché l’impegno preso col principio dell’uguaglianza, associato alla nuova libertà sessuale, di cui hanno già beneficiato diverse generazioni, aveva generato l’idea diffusa che la prostituzione avrebbe finito col diventare un fenomeno residuale e marginale. E così è stato per le donne che sono cresciute in paesi coi maggiori indici di parità sessuale. Ciononostante, in questi stessi paesi, come nel caso della Spagna, sono entrate in modo massiccio centinaia di migliaia di donne provenienti dai paesi più vulnerabili, destrutturati e patriarcali del mondo, destinate a soddisfare i desideri sessuali di una parte dei nostri concittadini maschi. L’enorme visibilità di questo mercato umano sta polarizzando ed esasperando ancora di più se possibile, il dibattito tra due posizioni teoriche e politiche contrapposte, quelle a favore della normalizzazione della prostituzione e quelle che propongono come orizzonte normativo la scomparsa della medesima .
Per decenni il dibattito si è incentrato sulla questione del consenso.
Da un lato, si discute del diritto delle donne di scegliere di prostituirsi e di normalizzare l’industria del sesso; dall’altro, si sostiene che sia irrazionale e ingiusto discutere seriamente intorno al “consenso” in un pianeta globalizzato e attraversato dalle disuguaglianze economiche, etniche, e in modo particolare, di genere.
Date le dimensioni che sta acquisendo la tratta, ogni giorno è sempre più frequente lasciarci trascinare dal discorso facile, semplice e diretto della legalizzazione e abbandonare la riflessione sulle radici della prostituzione e sulle conseguenze indesiderate e impreviste della sua normalizzazione. Il discorso regolamentarista, riscuote un notevole successo nel mondo accademico e, per di più, si esprime con frasi facili, che stabiliscono nessi con valori condivisi dall’opinione pubblica. Quelle ad esempio che “la legalizzazione serve a combattere le mafie” , “i diritti de@ lavoratori del sesso”, “il sesso è buono, basta con il puritanesimo e la repressione”, “in tutti i lavori si vende il corpo: che differenza fa vendere le idee o vendere il corpo?”.
Se la filosofia può essere definita come l’autocoscienza della specie in un momento storico determinato, le società democratiche non possono più continuare a rifiutarsi di farsi carico dell’immagine che su noi stessi, sul nostro progetto comune e la nostra cittadinanza, gettano le cifre e lo spettacolo della prostituzione costante di donne di tutti i paesi del mondo. In particolar modo sull’immagine degli uomini.
La riflessione sulla prostituzione deve ruotare attorno al nostro orizzonte normativo e al mondo che vogliamo costruire e trasmettere alle future generazioni. Se abbiamo intenzione di costruire un mondo in cui venga normalizzato l’accesso regolato al mercato dei corpi dei quali si possa disporre per il proprio uso personale, oppure no. E un mondo in cui praticamente la totalità di questi corpi sono donne. Questo della prostituzione è un tema in cui mettiamo in pericolo lo stesso concetto di essere umano e su cui è nostro dovere dibattere a partire dalla conoscenza e non da frasi brevi, slogan o cliché. Meno che mai dall’assunto acritico che “gli uomini sono fatti così e non c’è niente che si possa fare al riguardo”. Questo lavoro vuole contribuire a mettere in marcia i meccanismi habermasiani propri di una democrazia partecipativa e deliberativa, una democrazia che prenda sul serio i suoi dibattiti e incoraggi tutte le posizioni a mostrarsi chiaramente nell’agorà pubblica, e ad argomentare le proprie buone ragioni intorno a una posizione o all’altra.
Concretamente, l’obiettivo di questo lavoro è quello di contribuire a spostare il dibattito dal tema del consenso delle donne prostituite alla ricerca delle caratteristiche delle azioni o dell’agentività esercitata dal prostitutore, cliente o puttaniere. Prenderemo in esame l’ideologia che legittima la sua azione e l’influenza di questa agentività sulla sua conformazione come persona e cittadino. Allo stesso modo, affronteremo alcune conseguenze della normalizzazione e della banalizzazione della prostituzione a partire dalla prospettiva di classe e, infine, le implicazioni che queste pongono alle relazioni di dominio e assoggettamento tra uomini e donne.

II. LE PROSTITUTE SONO DONNE, I PUTTANIERI SONO UOMINI: LA PROSPETTIVA DI GENERE.

Siamo così abituati al fatto che le donne si prostituiscono che quando affrontiamo questo tema, dimentichiamo di soffermarci su quel che riteniamo ovvio. Tuttavia, come si sa, la filosofia ha inizio col mettere in discussione ciò che fino a quel momento viene accettato con “normalità e naturalezza”, come fosse una “tradizione inevitabile”. In un processo di ricerca razionale, la prima domanda sulla prostituzione non dovrebbe essere quella di se ci sono persone disposte a prostituirsi, ma piuttosto dovrebbe essere un’altra: “Perché la maggior parte delle persone destinate al mercato della prostituzione sono donne e non sono uomini? Perché tanti uomini accettano come se niente fosse, che ci siano corpi di donne da guardare, da valutare e infine, da pagare per poter disporre di essi? Com’è possibile che gli uomini traggano piacere da persone che si trovano in una situazione di evidente inferiorità e che, in generale, provano soltanto indifferenza e disgusto nei loro confronti?”
Queste domande, per la verità decisive per comprendere il fenomeno, non sono niente affatto consuete nel dibattito su questo tema. Accade, di solito, che i maschi scompaiono dal “problema” della prostituzione. Sheila Jeffreys, una delle autrici maggiormente coinvolte nel dibattito, ha già affrontato a suo tempo come sia lo stesso linguaggio che impieghiamo a incaricarsi di rendere invisibile gli uomini e di rimandare alle prostitute, come se fossero loro la causa dell’esistenza della prostituzione. Allo stesso modo, la designazione di “lavorat@ del sesso” o “lavoratori sessuali”, invia un altro messaggio chiaro alla società: la prostituzione non è dotata di genere, chiunque può prostituirsi, non è qualcosa che fa riferimento alle relazioni esistenti tra uomini e donne. La chiocciola diventa una maniera di rendere invisibile e di falsificare la realtà di modo che la società civile, l’opinione pubblica non percepisca a priori la disuguaglianza inerente al ruolo che svolgono uomini e donne in questo “lavoro”. La proposta che ha raccolto la stessa Jeffreys è stata quella di utilizzare la parola “donna prostituita” per cercare di indicare che la prostituta non esiste all’interno di un vuoto, non esiste senza l’altro polo della relazione, quello che si comincia a definire prostituente o prostitutore a fronte della denominazione asettica e passiva di “cliente”, più propria dell’industria e degli imprenditori del sesso. Nelle parole della filosofa Celia Amorós, “concettualizzare significa politicizzare” e da lì la necessità di partire coll’affrontare il contesto che ci viene introdotto dallo stesso linguaggio che usiamo per nominare la realtà.
Un’altra delle questioni che si ha la tendenza a nascondere, anche ricorrendo all’“ovvietà”, è il fatto che la maggior parte delle donne rifiuta fermamente l’idea che esista un mercato di prostituti. Bisogna, inoltre, rendersi conto che le teorie postmoderne e queer che difendono la prostituzione, ciò che sostengono è che le donne siano puttane, non che le donne vadano a puttan@. Questi, paradossalmente, paiono essere i limiti di ciò che esse definiscono come una trasgressione dell’ordine patriarcale, accettare il ruolo che spetta loro “nel mestiere più antico del mondo”.
Il rifiuto della prostituzione maschile da parte delle donne non si radica nella mancanza di potere o di denaro, ma piuttosto nel fatto che non provano piacere ad avere rapporti sessuali con persone che si trovano in condizioni di evidente inferiorità – seminudi in fila, nei parchi, centri industriali e bordelli – e, inoltre, non li desiderano in senso assoluto. Le donne hanno avuto accesso allo spazio pubblico ma non hanno adottato, assolutamente e a dispetto di quello che solitamente si dice, i comportamenti che definiscono la maschilità, hanno adottato quelli che dietro l’auto-designazione dei maschili si sono rivelati umani. Fermarsi a pensare ai fondamenti del rifiuto delle femmine proietta una luce sulla peculiarità del comportamento degli uomini che traggono piacere dal disporre di donne prostituite.
Pare che uno dei fulcri del piacere che sperimentano risieda nell’entrare in relazioni fisiche che si definiscono per la loro condizione di potere e di mancanza di reciprocità.
Negli ultimi tempi, specialmente nel nostro paese, abbiamo fatto molti passi avanti in materia di parità tra uomini e donne. Le donne hanno avuto accesso a molti corsi di studio, lavori e attività considerati tradizionalmente maschili. In modo simile, ancorché minoritario, gli uomini cominciano a fare i casalinghi: comprano, puliscono, cucinano e condividono la cura dei figli e degli anziani. Adesso è il momento di chiedersi perché, proprio nello stesso tempo in cui si verificavano i cambiamenti in direzione di una maggiore parità sessuale, l’offerta di donne andava aumentando così come aumentava la domanda da parte degli uomini di un prodotto così “buono e a buon mercato”. I bordelli e i parchi del nostro paese si andavano riempiendo di ragazze bionde dell’Europa dell’Est, di ragazze nere fatte entrare da poco dall’Africa, di orientali che si proponevano come particolarmente dolci e sottomesse, “cinesi, molto giovani, nuove”.
Non è possibile comprendere l’aumento della prostituzione nelle società formalmente egualitarie e impegnate nei valori della parità, senza sapere da dove veniamo, senza tener presente la prospettiva femminista. Gli uomini e le donne non hanno mai vissuto in condizioni di parità. Gli uomini, in quanto gruppo sociale o “genere” hanno esercitato il potere sulle donne. Il potere economico, politico e simbolico. Le nostre società non sono assolutamente più dei patriarcati fondati sulla coercizione, ma le donne sono prive del ruolo politico, sociale ed economico che hanno gli uomini. E, soprattutto, riguardo a ciò che ora ci preme dimostrare, sono prive del potere simbolico.
Nancy Frazer ha indicato con forza che ogni lotta per il miglioramento delle condizioni materiali di un gruppo deve unire a sé una lotta specifica per la ridefinizione dell’immaginario simbolico che pure determina le vite dei suoi appartenenti .
Il potere simbolico o culturale è tanto importante quanto quello economico e politico in quanto legittima quelli precedenti. È il potere delle idee, dei racconti, anche quello dei film e delle canzoni. È il potere che modella ciò che pensiamo e sentiamo. L’universo del pensiero, della creazione e della cultura agisce dando senso alle nostre vite, modella le nostre norme morali, ci insegna ad accettare alcune situazioni e a condannarne altre. Ha il potere di definire ciò che è un uomo, ciò che è una donna e che cosa si può e cosa non si deve cambiare nel loro modo di rapportarsi. Nel seguente paragrafo esporremo in che modo è stato teorizzato e legittimizzato il diritto degli uomini ad accedere al corpo delle donne a un prezzo variabile.

III. TOLLERARE LA PROSTITUZIONE, L’IDEOLOGIA DELLA PROSTITUZIONE.

Esiste un’ideologia, un insieme di idee che potremmo definire l’ideologia della prostituzione. Si tratta di un insieme di definizioni a favore del fatto che gli uomini vadano con le donne prostituite. E che le donne lo accettino, “facciano la bella vita” o dichiarino che non è affar loro. Questa ideologia sostiene, da un lato, che gli uomini abbiano il diritto di soddisfare i loro bisogni sessuali. Dall’altro, che la società debba fornire loro, in un modo o nell’altro, un mercato di donne al fine di soddisfare tali bisogni. Il quotidiano di oggi ci informa che un funzionario pubblico è stato scoperto mentre usava la sua carta di credito per entrare nei bordelli, di un presidente di governo italiano che organizza feste con prostitute, di imprese che premiano i loro dirigenti e i clienti con donne prostituite …. E la sensazione è che lo facciano nella quasi totale impunità.
Una parte importante della sua legittimità le deriva, proprio come succede con la disuguaglianza tra uomini e donne, dal suo carattere quasi universale. Bisogna ricordare che la prostituzione fu legalizzata per secoli in Europa. Fu una pratica consueta e accettata fino al punto che il parlamento inglese nega il voto alle donne nel 1867 e, quasi allo stesso tempo, propone l’ampliamento della regolamentazione della prostituzione di donne e bambine per le strade e nei bordelli. E parliamo di bambine, perché l’età del consenso partiva dai tredici anni. Le leggi si scontrarono con la ferrea opposizione di un movimento organizzato di donne che conoscevano in prima persona i problemi delle donne prostituite e stavano riuscendo a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’ingiustizia e la doppia morale che comportava la loro attuazione. Quelli furono gli albori del movimento per l’abolizione della prostituzione. Un movimento guidato da Josephine Butler e che, nonostante la sua rilevanza, sembrerebbe come se spettacolarità e successo non fossero mai esistiti. L’ideologia della prostituzione non è radicata soltanto in quel che essa esprime ma anche, al pari di ogni ideologia, in quel che viene nascosto e messo a tacere.
L’ideologia della prostituzione è molto elastica, e riesce a conciliare argomenti opposti per legittimare la sua pratica, la sua necessità, la sua ineluttabilità. Una delle basi per comprendere questa ideologia è quella di sapere che essa non coincide con le posizioni classiche di destra o di sinistra. La prostituzione è stata legittimata e viene legittimata tanto da posizioni conservatrici quanto da posizioni liberali e progressiste. Allo stesso modo, troviamo persone appartenenti a tutte queste ideologie che si oppongono con forza allo sfruttamento sessuale. La tolleranza nei confronti della prostituzione a partire da argomentazioni conservatrici, si è basata per secoli in quella che viene definita la doppia morale sessuale. La doppia morale afferma che ciò che va bene per gli uomini va male per le donne e viceversa. Da un punto di vista sessuale, sostiene che le donne non debbano avere alcun tipo di vita sessuale fino al matrimonio, al quale devono arrivare con l’imene intatto. Questo elogio della virginità è valido solo per le donne. Gli uomini, al contrario, devono avere rapporti sessuali prima del matrimonio. E quanto più sono promiscui, quanto più sono virili e ammirati. Questo modello tradizionale di sessualità si basa sul presupposto che gli uomini necessitano ed è bene che abbiano relazioni sessuali di vario tipo. Ci si aspettava ed era un fatto accettato che i ragazzi avessero le loro prime relazioni sessuali con prostitute, coloro che avevano il compito di accompagnarli ai bordelli potevano essere i loro padri o anche i loro amici o familiari più prossimi. Tutto questo è stato argomentato all’interno della cultura formale, nei trattati teologici e perfino scientifici e nella cultura popolare in maniera più sciolta e vivace. La prostituzione veniva considerata un “male minore”. Il “male maggiore” sarebbe stato, logicamente, quel che avrebbe comportato per gli uomini non poter vedere soddisfatte le loro “necessità”.
La rivoluzione sessuale degli anni sessanta ha messo fine a una parte dell’ipocrisia e dell’ingiustizia che comportava la doppia morale sessuale. Tuttavia, ha avuto e ha una visione che riproduce in termini nuovi l’ideologia della prostituzione. Questa è l’analisi fatta da teoriche femministe come Kate Millet, che realizzò una straordinaria e a tutt’oggi esemplare critica della carica misogina e patriarcale che permeava gli scritti dei santoni della rivoluzione sessuale come D.H Lawrence e Henry Miller, autori che tanto hanno contribuito a ridefinire con successo la nuova normativa sessuale.
Secondo le nuove norme sessuali, il sesso è un bene e avere molte relazioni sessuali è buono, moderno e trasgressivo, è antisistema. Dimostrare senso critico con ciò che ha a che vedere col sesso è repressivo e conservatore di per sé. Il giudizio morale è che i giudizi morali devono restare fuori dal territorio del sesso. La rivoluzione sessuale ha portato a una moltiplicazione della presenza di donne nude nei mezzi di comunicazione e nella pubblicità, ciò che non è ugualmente avvenuto per gli uomini. Ha criticato la doppia morale, ma non la sessualità tradizionale maschile. Una delle conseguenze è stata che si è cominciata a idealizzare la figura del puttaniere.
Uno dei fulcri relativi alla ri-concettualizzazione della prostituzione a partire dagli anni sessanta è stato la teoria della libera scelta e del consenso. Se la prostituzione è volontaria, se c’è consenso, la libertà individuale appare come un fattore determinante ai fini della sua accettazione. Perfino, e paradossalmente, in autori che condannano seriamente l’ideologia capitalista e neoliberale de la free choice in altri aspetti della vita economica. Le conseguenze della rivoluzione sessuale sono state, in questo caso concreto, simili a quelle della doppia morale tradizionale: il mercato delle prostitute restava assicurato, rinforzato e ingrandito. Diciamo “ingrandito” perché, come abbiamo già dimostrato in altri lavori, la sinistra aveva sempre considerato la prostituzione una forma estrema di sfruttamento.
Le donne ebbero una loro voce e furono protagoniste della rivoluzione sessuale. Nonostante ciò, le autrici e le attiviste che criticarono il carattere patriarcale della nuova normativa sessuale, vale a dire, l’identificazione della sessualità con il piacere maschile e il libero accesso al corpo delle donne, furono ignorate e messe a tacere. Anche la designazione che venne loro attribuita di frigide, represse e puritane o femministe e lesbiche, in funzione del contesto, presuppose una forma semplice ma efficace di svalutazione.
A partire dalla decade degli anni ottanta e con lo sviluppo dei nuovi approcci teorici pos, postmoderni, postcoloniali e post-femministi, il dibattito tra difensori e detrattori della prostituzione è rimasto impantanato tra due correnti contrapposte. Una posizione favorevole alla normalizzazione della prostituzione e una posizione favorevole a gettare le basi per la sua scomparsa. La bibliografia attuale intorno al dibattito non smette di crescere, ma è possibile sintetizzare alcuni degli argomenti più reiterati in questi testi.
Dalla prospettiva pro-prostituzione, in realtà le prostitute non esistono, esistono i/le lavorat@ del sesso. La prostituzione è un lavoro in più, in cui si scambiano servizi in cambio di denaro. Qualcuno offre una mercanzia e qualcun altro, paga per averla. Qualsiasi contratto tra adulti che preveda sesso e consenso deve essere rispettato e magari legiferato. Le rimesse dei migranti che si spostano da alcuni paesi ad altri per il lavoro sessuale, generano molti beni economici che devono essere quotati mediante imposte da versare allo stato. La legalizzazione del lavoro sessuale protegge il benessere delle prostitute. I problemi che affliggono i/le lavorat@ del sesso, come la tratta e lo stigma sociale, derivano dalla mancanza di riconoscimento sociale, non dalle caratteristiche intrinseche del mestiere.
A fronte di questa tesi, la posizione abolizionista sostiene che la prostituzione delle donne può essere analizzata soltanto dalla prospettiva storica della disuguaglianza tra uomini e donne. La maggior parte delle donne prostituite sono vittime di una società ingiusta e patriarcale. La prostituzione, che definiscono violenza contro le donne, non è equiparabile a nessun altro lavoro. In realtà, è il fulcro di una relazione di crudo dominio, senza alcuna mediazione. Corpi nudi, in fila, senza nome, a disposizione di chiunque abbia i soldi per pagarli. Una società impegnata nell’uguaglianza e nella giustizia non può alimentare una relazione di prostituzione tra donne vulnerabili e tutti gli uomini che vogliono avere accesso ai loro corpi. L’abolizionismo propone in modo radicale l’eventualità che una società possa porre fine alla prostituzione, se questo è il suo proposito. Perfino all’epoca sembrava impossibile che le donne arrivassero a ottenere il diritto di voto. Inoltre, l’idea che gli uomini siano puttanieri per natura, è una falsità trita e ritrita che ha l’obiettivo di giustificare quelli che lo sono sul serio.

IV. SPOSTANDO IL DIBATTITO: DALL’APPROCCIO DEL CONSENSO DELLE PROSTITUITE ALL’AGENCY DEL CLIENTE PROSTITUTORE.

Una grande argomentazione a favore della prostituzione delle donne è quella che riguarda la libera scelta e il consenso. Ma, come ha fatto notare Valcárel “Non sempre il consenso legittima una pratica, e meno che mai la converte in lavoro”. E nemmeno il consenso delle parti coinvolte è motivo sufficiente per legittimare delle istituzioni in una società democratica. Può essere interpretato quasi al contrario: la democrazia pone dei limiti ai contratti “volontari” che nelle società caratterizzate da disuguaglianza, firmerebbero senza dubbio i più svantaggiati. Ad esempio, oggigiorno quasi nessuno nel nostro paese difende la legalizzazione del contratto matrimoniale multiplo o la poligamia. Sono rare le voci che ritengono che se è permessa, lo stato deve legalizzarla, così come è legalizzata in altri paesi. E, senza dubbio, è questo che si sostiene con la prostituzione, che se è permessa, bisogna legalizzarla. Un altro esempio di istituzione che fu legittimata dai costumi e “non faceva male a nessuno” giacché si basava sul libero consenso delle parti, era il duello, ma dopo la sua ridefinizione sociale e uno sforzo sostenuto fu alla fine sradicata.
L’ideologia della prostituzione è l’insieme di idee, credenze e atteggiamenti che in modo implicito sottostanno a, e legittimano la prostituzione. Ma cos’è la prostituzione? La sua definizione non è né facile né si presta ad una presunta oggettività. La definizione semplice che pone l’accento su “lo scambio di sesso per denaro” cela due caratteristiche fondamentali: il fattore chiave che le prostitute sono donne e quello non meno importante che non si tratti di sesso, che è un certo tipo di sesso, che consiste nel fatto che un maschio abbia un orgasmo usando come strumento il corpo di un’altra persona.
Da una posizione critica e riprendendo le tesi di Pateman proporremo una definizione alternativa di prostituzione. La prostituzione è una pratica attraverso cui i maschi si garantiscono l’accesso di gruppo e regolato al corpo delle donne. L’accesso è di gruppo perché tutti i maschi possono accedere, diciamo in fila, al corpo affittato, che è un “bene pubblico”. Di sicuro bisogna avere denaro, ma questa condizione non annulla il carattere accessibile, aperto a tutti, della donna prostituita.
L’accesso è regolato perché non ha nulla di naturale e spontaneo, risponde a una serie di norme conosciute e rispettate: le prostituite si trovano in posti specifici, bisogna chiedere quant’è e cosa viene offerto in cambio.
Il libero accesso al corpo delle donne viene garantito in quasi la totalità del pianeta. Un uomo può viaggiare da Valenza a Pernambuco, passare da Taiwan o dall’Egitto. Basta che fermi un tassista e gli formuli questa semplice domanda “dove sono le donne qui?”, “dove sono le ragazze?”, “tu mi hai capito”. Qualsiasi frase di queste viene compresa nel linguaggio universale delle società patriarcali. L’immaginario simbolico di ciò che è una donna non può essere espresso con maggiore chiarezza e semplicità. È la semplicità che reclamava il filosofo Cartesio per le verità evidenti, chiarezza e nitidezza.
La prostituzione in quanto istituzione internazionale e globalizzata si basa sull’affermazione che ogni uomo ha “diritto” a soddisfare i propri desideri sessuali per una quantità di denaro variabile. A costo di chiunque, comunque e siano quali siano le conseguenze. Se le famiglie nei paesi più desolati a causa della disuguaglianza e del sessismo, vendono le proprie figlie, questo non è un problema che riguarda i clienti. Se le ragazze sono state trafficate dalla Somalia o dall’Etiopia, non è questo un problema che concerne i clienti. Loro non sono dei soggetti, sono degli oggetti, le mercanzie esposte affinché il compratore, il cliente, scelga, paghi ed eiaculi.
Se, come abbiamo cercato di illustrare, le donne sono gli oggetti e non i soggetti attivi che con il loro diritto mettono in moto tutto il processo che alla fine conduce le donne ai postriboli, la cosa logica e razionale è che lo sviluppo del dibattito passi a incentrarsi sul prostitutore come la causa principale dell’esistenza di un mercato di corpi. Nei paragrafi seguenti, e al fine di comprendere meglio il profilo di questo agente, definiremo alcune delle implicazioni della normalizzazione e della legalizzazione della prostituzione.

V. ALCUNE CONSEGUENZE DELLA NORMALIZZAZIONE E DELLA LEGALIZZAZIONE DELLA PROSTITUZIONE DALLA PROSPETTIVA DI CLASSE.

Negli ultimi decenni non è aumentata soltanto la prostituzione, ma anche i difensori della tesi che sostiene che la prostituzione sia un lavoro come un altro, perfino meglio di qualsiasi altro. È un messaggio fastidioso che proviene dall’industria del sesso e dalla posizione pro-prostituzione, e che viene diffuso reiteratamente dai mezzi di comunicazione. Mezzi che, spesso, fanno da giudici e da parte, poiché, come accade con la stampa generalista o quella seria del nostro paese, guadagnano milioni di euro all’anno con gli annunci di prostituzione sulle loro pagine . Questa visione contrasta con la realtà del fatto che la maggior parte delle donne provengono dai paesi più poveri e destrutturati del mondo. Secondo le stime delle Nazioni Unite esistono milioni di donne e bambine vittime di tratta, che vengono rapite nei paesi più poveri e macisti affinché i maschi di tutto il mondo possano usufruire dei loro corpi. E come sostiene Alicia Miyares, in democrazia i numeri contano, e molto. Parliamo di tratta e di traffico di donne non solo per le modalità con cui le ragazze vengono rapite e spostate da un paese all’altro, ma anche da una provincia e da un bordello all’altro. Gli sfruttatori sono sensibili alla richiesta di novità da parte della clientela e hanno adottato la pratica di scambiarsi le donne che viaggiano di bordello in bordello. Un’altra delle ragioni alla base degli spostamenti è che esse non creino legami tra di loro, né con i “clienti”, legami che potrebbero mettere in moto meccanismi di empatia e di solidarietà.
Il filosofo morale Scott A. Anderson ha sviluppato la tesi secondo cui a fronte della deliberata idea che la prostituzione tragga legittimazione dal diritto che le donne esercitano sul proprio corpo, a lungo andare, in un mondo in cui si legalizza e si normalizza la prostituzione delle donne, le persone finiranno col perdere il diritto alla propria autonomia sessuale . L’autonomia sessuale consiste nel diritto di delimitare chiaramente i limiti di acceso al nostro corpo. Oggigiorno, e aggrappati alla concezione che abbiamo della sessualità come una speciale forma di relazione e come una relazione innegoziabile, non solo possiamo negare l’accesso, ma possiamo altresì denunciare per molestie sessuali e stupro coloro che mettono a repentaglio questo diritto all’intimità. In tal senso, il diritto all’autonomia sessuale è una barriera decisiva di fronte al potere degli altri.
Ebbene, i teorici pro-prostituzione vogliono modificare il concetto di sessualità in una capacità e una relazione diversa dalle altre. Filosofe come Martha Nussbaum, sostengono con forza che è un lavoro come tanti e che i problemi che comporta ai/alle lavorat@ del sesso non sono dovuti a nessuna caratteristica specifica ma a fattori congiunturali, soprattutto allo stigma sociale che circonda la professione. Se così è, quali argomentazioni troveranno in futuro le ragazze delle classi sociali più basse per non lasciare aperto l’accesso ai loro corpi?
Ci interessa segnalare come la prospettiva della normalizzazione e del consenso porti non soltanto a riprodurre la disuguaglianza di genere ma anche quella tra classi e paesi. Nei paesi più indebitati e colonizzati del pianeta possederanno filiali tutti quegli sfruttatori legali e potrebbero diffondere con l’appoggio dello stato la loro buona novella. Ci sono famiglie con problemi economici? Ora potete risolverli: in Spagna, nei bordelli spagnoli, saranno molto apprezzate le vostre figlie più belle.
Portateci le vostre giovani, penseremo a tutto noi. E adesso, daremo visibilità al cliente o puttaniere: lasciateci le vostre giovani che insegneremo loro immediatamente, in un paio di pomeriggi, come trattare con un cliente, come compiacere i ragazzi spagnoli. I ragazzi, i loro padri e i loro nonni.
Quando un’attività è legale, la prima cosa che fa è moltiplicarsi e la legge del libero mercato fa sì che l’offerta debba essere di volta in volta più accattivante per i clienti. Bisognerebbe offrire sconti di gruppo allettanti? O con slogan pubblicitari del tipo: “la prima volta tra le braccia di una lavorat@ sessuale nera? Ti regaliamo un extra di 10 minuti … con servizio extra a tua scelta”. Una delle contro-argomentazioni manipolate a partire da posizioni pro-prostituzione precisa che quantunque un oggetto di consumo sia legale, la sua pubblicità può avere dei limiti. Così accade col tabacco o con l’alcool. Certamente si può immaginare un mondo in cui la pubblicità abbia dei limiti e per la verità rappresenterebbe un vero e proprio passo avanti rispetto al trattamento che viene ora riservato alle donne nei siti pornografici e di prostituzione: guarras.com, muy zorras.com, babosas. Ma non riusciamo a vedere come tale limitazione altererebbe l’argomentazione sopracitata in rapporto al ciclo dell’offerta e della domanda.
Nelle famiglie appartenenti alle classi sociali con meno risorse economiche e alle più danneggiate dalla crisi economica e dagli attacchi contro lo stato sociale, la concezione della prostituzione come “un lavoro qualsiasi” avrebbe altresì delle conseguenze. Se una ragazza non trova lavoro suo fratello potrebbe a ragione rimproverala per la sua condotta: “Papà e mamma se la stanno passando male, mamma già è grande, ma tu puoi trovare lavoro come puttana, non essere puritana, è un lavoro come un altro”. Di fronte alla normalizzazione e alla banalizzazione della sessualità che, per dirla con i filosofi cervelloni, è naturale e necessaria tanto quanto l’acqua, le argomentazioni per non entrare nel mercato della carne finiranno col perdere senso . Come sosterebbe Anderson il valore dell’autonomia sessuale verrebbe seriamente messo in discussione. Ed è utile chiedersi se, dopo secoli di lotta per una società più giusta, sia alla fine questo il mondo che vogliamo tramandare alle nuove generazioni. Un mondo in cui divenga normale che le giovani con mezzi minori si trasformino in corpi per essere toccati e “penetrati” da uomini con voglie e denaro nel portafoglio. Come fossero bicchieri d’acqua.
La maggioranza delle persone che vivono negli stati assistenziali più o meno consolidati ritiene che la prostituzione non sia un problema, o che non lo sia rispetto ad altri. Pensano, inoltre, che non riuscirà mai a penetrare il loro mondo, un mondo protetto da una condizione agiata. Queste persone a volte, se sono uomini, possono perfino andare a puttane ma pensare ugualmente che la prostituzione non sia un loro problema né delle donne che li circondano, madri, compagne, figlie. Nel capitolo seguente ci occuperemo dell’idea secondo cui la prostituzione incide sulla vita e sui valori di ogni persona.

V. LA PROSTITUZIONE COME SCUOLA DI DISUGUAGLIANZA TRA RAGAZZI E RAGAZZE.

La pratica della prostituzione non ricade unicamente sulle donne prostituite ma piuttosto, in un certo senso, ricade su tutte le persone di tutte le parti del mondo. Questa tesi fu già formulata a suo tempo dai teorici marxisti Friedrich Engels e Alexandra Kollontai. Kollontai, che scrive nella Russia degli inizi del XX secolo, denuncia le conseguenze del fatto che la prostituzione sia una scuola di sessualità per gli uomini. In questa scuola essi non imparano soltanto che l’unico piacere importante è il loro, ma ne vengono fuori con un’ignoranza assoluta sulla sessualità femminile. Secondo l’autrice di Autobiografia di una donna sessualmente emancipata, l’insoddisfazione estesa e messa a tacere delle donne rispetto alla sessualità egemonica ha le sue basi nel fatto che la finzione del piacere che le donne prostituite sono obbligate a “inscenare”, corrisponde a ciò che i maschi imparano a riconoscere come “il sesso”.
La prostituzione incide sull’immaginario di ciò che è una donna e ciò che ci si può aspettare da lei, e anche di ciò che si può fare con lei. Rafforza la concezione delle donne come corpi e pezzi di corpo dei quali è normale disporre e dei quali non ha importanza chiedersi come e perché si trovino lì. Di fatto, la maggioranza delle donne che esercitano la prostituzione non parla la lingua del “cliente”. La relazione può definirsi come una relazione tipo “apri le gambe e chiudi la bocca”. Il messaggio dell’industria del sesso insiste sul fatto che lavorare per lei sia liberatore e conferisca potere alle ragazze che lo fanno, che è un prodotto del “girl power”. Non è logico pensare che essere nude di fronte a uomini vestiti e investiti del diritto di accedere al tuo corpo sia una fonte di potere e di autostima, ma l’industria della comunicazione è talmente potente che c’è bisogno di sviluppare una visione critica di fronte ad essa. Questi sono alcuni degli argomenti che ritroviamo nella tradizione pro-prostituzione e che i mezzi di comunicazione ripetono in continuazione: i clienti, in realtà, più che sesso, cercano un’amica, una persona che li ascolti, i clienti provano rispetto per le prostitute, si trovano in condizioni di inferiorità rispetto ad esse. La prostituta è quella che comanda. La prostituzione è un lavoro in cui si possono guadagnare tanti soldi e conoscere gente interessante. La prostituzione è molto meglio della servitù domestica.
Di fronte a questo visione piacevole della prostituzione, ricopiamo alcuni commenti di clienti reali sulle donne reali. Sono stati presi dal sito inglese punternet, sito in cui i puttanieri, punters, possono lasciare i loro commenti su quello che offre il mercato della prostituzione. Primo commento: “Puttana vecchia e consumata. Deve avere una quarantina d’anni e ha le tette e il ventre flaccidi. In più, ha la fica pelosa. Una scopata di merda. Non le va che la scopino forte. Ha finito col farmi una sega perché diceva che le facevo molto male. Soldi buttati”. Secondo commento: “Ho scelto Jessica e non appena il cazzo è entrato in ballo mi ha messo un preservativo. Ce l’avevo ancora moscio ma lei ha continuato a farmelo con la bocca finché non mi si è rizzato. Parlava pochissimo, ma ho cominciato a succhiarle i capezzoli e ha protestato: “Non mi piace, mi fa male”. A partire da quel momento sembra che la cosa sia andata storta, si è stesa supina con gli occhi chiusi senza muoversi o fare rumore finché non sono venuto, mi ha pulito e se n’è andata. Manco è venuta a dirmi niente quando me ne sono andato. Un’altra puttana di merda dell’Europa dell’Est”. Terzo commento: “bionda, piccina. Taglia 36 con tette grandi. 18 anni. Molto bella, con attributi. E scopa male! Non apre le gambe perché tu glielo possa ficcare tutto. L’ho trivellata finché non sono venuto, mi sono pulito e me ne sono andato”. Quarto commento: “Tutto abbastanza limitato. Non molto loquace, in realtà dava l’impressione che non voleva stare lì. Abbiamo fatto il missionario e si è limitata a restare distesa a guardare il soffitto con una faccia che me lo faceva afflosciare alquanto. Alla fine ho riempito l’impermeabile e me la sono filata.”
Il fatto che i maschi cerchino e trovino piacere sessuale in persone che ovviamente non li desiderano affatto è, indubbiamente, materia importante di riflessione riguardo all’abisso che si spalanca sotto all’apparente uguaglianza e reciprocità nelle aspettative e nei vissuti sulla sessualità tra le giovani e i giovani. Le ragazze continuano a leggere libri romantici, c’è, di fatto, un vero e proprio boom commerciale dei romanzi d’amore per adolescenti. Mentre loro familiarizzano con il romanticismo del reciproco abbandono è necessario domandarsi che influenza possa avere nei ragazzi giovani sapere che, per pochissimo denaro, possono accostarsi a toccare e a penetrare il corpo di ragazze e di donne di quasi tutte le parti del mondo, africane, asiatiche, latinoamericane, dei paesi dell’Est Europa.
Diverse autrici concordano nell’affermare che per gli uomini relazionarsi con una prostituta implica l’accesso a una relazione di potere con la “donna”, con tutte le donne e presume una restaurazione simbolica della dominazione maschile nelle società formalmente egualitarie. Se un giovane viene rifiutato da una sua pari può scegliere di accedere al corpo di un’altra con i soldi che ha nel portafoglio. Può decidere di non farlo, ma sa che può disporre di una “ragazza” 24 ore al giorno. Vive in una società che gli garantisce questo servizio, questa soddisfazione immediata dei suoi desideri. Che conseguenze ha questo comportamento per la concezione egualitaria delle persone e la reciprocità nelle loro relazioni?
Concludiamo questa breve riflessione con il commento di un signore adulto sui vantaggi della prostituzione “Alla mia età ora mi toccherebbe una massaia di 50 anni e all’improvviso ti trovi per mano una cocorita di 25, bella, soda, ecc.”
Questa spersonalizzazione degli esseri umani, al di là dell’ingiustizia che può significare, implica la riproduzione attiva delle identità più arcaiche e reazionarie del patriarcato. Da una parte, ci sono le donne madri, spose e figlie, compagne di lavoro, donne a cui viene riconosciuto il diritto di limitare l’accesso al proprio corpo, alla loro autonomia sessuale e dall’altra, le donne che per definizione non possono impedire l’accesso e sono le famose “donne pubbliche”. Oggi che la sessualità è un oggetto di consumo perfino sui quotidiani più conservatori, non ci sembra più che la divisione tra “brave ragazze” e “cattive ragazze” risponda alla realtà.
Il mandato postmoderno e queer, impone piuttosto la norma di essere tutte cattive ragazze. Pensiamo che la nuova divisione patriarcale tra donne si incammini verso il gruppo di quelle che possono controllare l’accesso ai loro corpi e quelle che non possono farlo. E checché se ne dica, la maggior parte delle prostitute non può scegliersi i clienti, o ne resterebbero senza.

VI. RENDERE VISIBILE E TEORIZZARE IL “CLIENTE”: PORRE UNO SPECCHIO DI FRONTE AGLI UOMINI CHE VANNO A PUTTANE.

Virginia Woolf scrisse in Una stanza tutta per sé che gli uomini avevano trasformato le donne in specchi in cui si vedevano riflessi il doppio delle loro dimensioni reali. Quando gli uomini vanno a un bordello è possibile che si vedano riflessi il quadruplo o il quintuplo di quanto non siano nella realtà. L’intento delle teoriche e dei teorici antiprostituzione è quello di restituire loro un’immagine più adeguata alla realtà. Peter Marneffe ha scritto che gli uomini che pensano che le prostitute abbiano piacere a stare con loro, o si illudono oppure sono privi di empatia. E nessuna di queste due qualità caratterizza una persona di cui ci si può fidare. Né nello spazio pubblico, né in quello privato.
Una delle ragioni che spiega l’aumento della prostituzione è l’aumento della domanda. In un recente studio è stato rivelato che quattro spagnoli su dieci vanno a puttane abitualmente. Abbondano, inoltre, i reportage che descrivono il nostro paese come “il bordello d’Europa”. Ci sono agenzie che organizzano viaggi turistici con la possibilità di includere una “ragazza” nel proprio pacchetto. Ebbene, che un’industria cerchi di moltiplicare i suoi affari non è motivo di riflessione, ma lo deve essere l’ingente quantità di uomini che hanno accettato in modo acritico l’offerta di donne provenienti dal traffico e dalla tratta. Familiarizzati con i film di Almodóvar, León de Aranoa o Segura, hanno imparato che le donne prostituite sono professionali e, in genere, felici. E colei che non lo è, allora, verrà aiutata da qualcuno ad abbandonare la professione e con la coscienza tranquilla e a posto. Temi come la tratta delle donne o la riflessione su quello che possa significare per una persona essere assalita e penetrata per anni da migliaia di uomini, non compare neanche per caso nell’immaginario che proiettano questi registi di fama.
Sappiamo che se non ci fossero uomini disposti a pagare per usare sessualmente delle donne, la prostituzione non esisterebbe, tuttavia però, non sappiamo molto del profilo di questi uomini. La maggior parte degli studi, sembrano confermare che il prostitutore non possiede un profilo definitivo. Essi sono analogamente uomini sposati o scapoli, di destra e di sinistra, cristiani, mussulmani o atei. Nei bordelli sembrerebbe che la schiva alleanza tra civilizzazioni non costituisca un problema.
Due caratteristiche fondamentali che circondano la vita del cliente sono l’impunità e la segretezza. Sebbene casi come quello di Berlusconi, Tige Woods e Strauss Kahn, ci facciano pensare che il patto del silenzio stia cominciando a infrangersi, queste due condizioni sono importanti affinché il cliente perseveri nella sua azione poiché, in realtà, quasi nessuna desidera che trapeli all’esterno che suo padre o il suo partner sono dei puttanieri. La tolleranza di fronte alla prostituzione sta nel fatto che nessuno riconosce apertamente che gli uomini vicini, familiari o amici, siano i “clienti”. Gli uomini fingono che il tema non li riguardi e cosa cruciale per di più, le donne preferiscono non vedere o voltarsi dall’altra parte.
L’impunità e la segretezza con cui, nella nostra società, conviviamo con la prostituzione delle donne è esattamente identica a quella che fino a pochi anni fa circondava la violenza contro le donne. È stato un processo lungo e lento, nel quale ha avuto un ruolo decisivo la ridefinizione della violenza come un problema di tutti, quello che alla fine ha portato alla rottura del mandato sociale del silenzio e dello svelamento dei “non sono cattivi, soltanto un po’ bruti” e “noi donne dobbiamo sopportare”.
Una delle giustificazioni più ricorrenti per legittimare l’esistenza di un mercato di corpi per gli uomini è quella che la loro sessualità sia una forza incontrollabile e che, se non ci fosse la prostituzione, ci sarebbero più violenze sessuali e abusi su minori. Abbiamo davvero bisogno di lasciare da parte i cliché e pensare, mettere in moto gli espedienti del pensiero critico. Riflettiamo sul cliché della sessualità maschile come una forza incontrollabile. Paradossalmente i filosofi teorizzano sempre le donne come la parte dell’umanità carente di ragione e volontà, assoggettata ai loro affetti, emozioni e passioni col che, per inciso, hanno giustificato la loro esclusione dalla sfera pubblica e dalla cittadinanza. Se gli uomini fossero davvero così, non sapremmo che conseguenze questo potrebbe avere in relazione al loro pieno statuto di cittadinanza, giacché implicherebbe che siano privi di libertà in rapporto a loro stessi, della capacità umana di scegliere, fondamento della ragione pratica o morale. Non è affatto questa la concezione che noi abbiamo degli uomini.
La filosofa Laura Torres ha spiegato in maniera accurata le dosi di condotta razionale che implica l’”andare a puttane”. “Il prostitutore, dispone di tempo e denaro (indici di potere nella società), adotta una decisione razionale sul tipo di prostituzione che richiederà (annunci di giornale, ragazze promiscue, club di strada, domicili privati …), e mette in moto la sua azione per accedere ad essa. Questa decisione lo obbliga a rinviare il suo desiderio e a regolare la sua condotta, adattandola, ad esempio, al momento in cui riceve lo stipendio mensile, o all’eventualità di avere un alibi di fronte alla sua partner sentimentale (di fatto, la domanda di prostituzione aumenta la mattina, quando il prostitutore desta meno sospetti e può celare la sua infedeltà)”.
Gli uomini che, a braccetto con la condotta razionale, almeno per calcolo, vanno con le prostitute e ci ritornano è perché ci provano proprio gusto. Godono di ciò che possiamo definire un democratico ius primae noctis o un harem collettivo del quale si spartiscono la quota. I maschi, allo stesso tempo e come sempre hanno fatto, vogliono anche formare famiglie e avere figli legittimi, trasmettere i propri geni, il loro cognome e la loro eredità. E vogliono spose che collaborino o si sottomettano a questo progetto di vita. Perché mai, però, dovrebbero rinunciare a qualcosa che la società in generale e i prosseneta in particolare gli servono su un piatto d’argento. Le donne. Perché dovrebbero rinunciare alle donne?
L’idea che soggiace all’ideologia della prostituzione è, infine, quella che ogni maschio ha diritto a entrambe le cose, ad avere una vita familiare e ordinata con una sua pari, con una compagna che gli conferisca responsabilità per la sua vita professionale e magari anche davanti ai suoi genitori e ai suoi figli. E che ha il diritto di usufruire, nell’arco della sua vita, di corpi di donne che possa o che voglia pagare.
Gli uomini del ventunesimo secolo, immersi nella società dell’informazione, sono coscienti dell’esistenza della tratta e dello sfruttamento sessuale e delle sue cifre raccapriccianti, ma come clienti pare che non faccia differenza. Quello che chiedono è il prezzo, e i servizi offerti. Se ci lasciamo guidare dagli annunci della carta stampata, loro chiedono sottomissione e lascivia. L’idea forza che sottosta agli annunci è “ti facciamo quello che vuoi”. A loro è dedicato questo testo scritto da una donna che si ritirò dalla prostituzione sedici anni fa: “Il cliente prostituente è il più perverso, cosciente o no, è colui che genera il circolo, genera la rete della tratta (…) perché è lui che cerca la ragazza, qualunque sia la condizione in cui ella si trova” .
Le riflessioni e le argomentazioni esposte in questo articolo si riassumono in una domanda indirizzata a questo spazio pubblico che, in termini habermasiani, deve essere la democrazia partecipativa e deliberativa. Che tipo di mondo stanno costruendo gli uomini che con la loro domanda determinano l’esistenza della prostituzione? Un mondo più ingiusto nel vero senso della parola. Un mondo in cui ogni giorno ha meno senso la massima kantiana che le persone non sono mezzi ma fini in sé stesse. La prostituzione delle donne rappresenta per gli uomini una scuola di glorificazione di sé e di prepotenza e la negazione di qualsiasi empatia, in cui primeggiano i loro desideri e in cui non ha alcuna importanza ciò che vivono o sentono le donne prostituite. È un’autentica scuola dove si imparano e si interiorizzano i rapporti di disuguaglianza.

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Note:

[1] Questo lavoro è stato realizzato nell’ambito del progetto di ricerca Debates Teóricos sobre la Prostitución con riferimento URJC-CM-2010 (Università Rey Juan Carlos 2010) – CSH-5101. Desidero ringraziare la partecipazione e il lavoro di tutte le professoresse e invitate al progetto. In particolare Laura Nuño per la sua dettagliata e rigorosa revisione dell’articolo e Celia Amorós, Amelia Valcarcel, Alicia Puleo, Alicia Miyares, María Luisa Femenías e Eva Palomo per il continuo scambio di idee.
2. Dallo spagnolo “prostituitor”, nome che oggi viene usato al posto di “cliente” di prostitute, è stato adottato da María José Barahona, che considera i clienti della prostituzione la causa stessa della sopravvivenza della medesima. [N.d.T]
3. Questo dibattito non è specifico del nostro paese e, di fatto, si sta accendendo con impeto al volgere della seconda ondata del movimento femminista. Il dibattito ha trasceso l’ambito della teoria femminista per trasformarsi in oggetto di dibattito di altri interlocutori come l’industria del sesso e la filosofia morale e politica. Un’esposizione eccellente delle diverse posizioni e della necessità di superare i termini attuali del dibattito si trova nella recente opera di Beatriz Gimeno: B. Gimeno, La prostitución, Bellaterra, Barcelona, 2012.
4. Diversi studi sostengono che la legalizzazione non mette fine alle mafie e genera problemi nuovi senza risolvere i vecchi. Cfr; M. Sullivan Making Sex Work: A failed experiment with legalised prostitution, Spinifex Press, North Melbourne, 2007. Facciamo rimando al sito web di Coalición Internacional contra el Tráfico de Mujeres.
5. Le donne non sono state soggetti del discorso filosofico e anche quando lo sono state, le loro opere hanno finito coll’essere svalutate e ignorate. Né Olympe de Gouges, né Mary Wollstonecraft, né Josephine Butler, Flora Tristan o Alexandra Kollontai figurano nella storia del pensiero occidentale. E, ciò nondimeno, i loro libri sono dei classici del femminismo, la tradizione critica che ha tematizzato la condizione di schiavitù ed esclusione delle donne e ha gettato le basi per dimostrare i discorsi sulla loro inferiorità in rapporto agli uomini. Tutte loro, assieme a filosofi come John Stuart Mill, Auguste Bebel e Friedrich Engels hanno alzato la voce e hanno scritto indignati contro la prostituzione di donne e bambine nel diciannovesimo secolo.
6. Le voci delle donne prostituite in questo dibattito sono tanto diverse quanto le idee della società in generale. Coloro che a gran voce affermano che “non si può parlare di prostituzione senza ascoltare i/le lavoratori del sesso” in realtà ascoltano e diffondono soltanto la voce di quelle che la pensano esattamente come loro.
7. Le teoriche femministe usano il termine agentività per indicare i modi in cui le azioni delle persone esercitano il proprio influsso sulle strutture politiche e sociali più vaste, e il modo in cui sono influenzate da queste. [N.d.T.] (Agentività/Agency di Laura M. Ahearn).
8. S. Jeffreys, The idea of prostitution, Spinifex Press, North Melbourne, (1997) 2ª ed. 2008, p. 141.
9. Cfr. C. Amorós, La gran diferencia y sus pequeñas consecuencias… para la lucha de las mujeres, Cátedra, Madrid, 2005, pp. 295 ss.
10. Quando si parla dell’aumento del turismo sessuale delle donne, si fa riferimento a delle relazioni che non hanno a che fare con ciò che tratteremo qui. Rimandiamo all’analisi di Beatriz Gimeno nella già citata opera La prostitución, pp.196 ss.
11. La prostituzione di donne è molto visibile in tutto il paese, ma rappresenta un grande affare in luoghi concreti. Soltanto ad Alt Empordà esistono diciassette club, tre dei quali si considerano macrobordelli: il Paradise, il Gran Madam’s e il Lady Dallas. A questa cifra, bisogna aggiungere il numero crescente di donne sulle strade, la maggior parte delle quali rumene, ma anche russe, ucraine e nigeriane, prostituzione che si definisce low cost. http://www.lavanguardia.com/vida/20120425/54285208369/mafias-proxenetas-operan-anchas-alt-emporda.html. (consultato il 25/04/2012).
12. Cfr. N. Frazer, ”Redistribución y reconocimiento: hacia una visión integrada de justicia del género”, Revista Internacional de Filosofía Política, nº 8, 1996, pp. 18-40.
13. Kathlen Barry, Sheila Jefferys y Carole Pateman sono state tre tra le autrici più influenti rispetto alla sua definizione.
14. Cfr. J. Butler, Personal Reminiscences of a Great Crusade, Marshall and Son, Horace, 1896; A. de Miguel y E. Palomo Cermeño, “Los inicios de la lucha feminista contra la prostitución: políticas de redefinición y políticas activistas en el sufragismo inglés”, Brocar. Cuadernos de Investigación histórica, nº 35, 2011, pp. 323-342.
15. Cfr. F. Vázquez (coord.), Mal menor. Políticas y representaciones de la prostitución. Siglos XVI-XIX, Editorial Cádiz Universidad, Cádiz, 1998.
16. K. Millett, Política Sexual, Cátedra, Madrid, 2010.
In italiano il libro di Kate Millet è stato pubblicato con il titolo de “La Politica del Sesso”. [N.d.T.]
17. Una brillante analisi del nucleo patriarcale nei discorsi sulla trasgressione sessuale si trova nelle opere di Alicia Puleo: A. Puleo, Dialéctica de la sexualidad, incentrata su autori classici come Sade, Weininger y Bataille. Nei capitoli 4 e 5 di Ecofeminismo
para otro mundo posible (Ecofemminismo, per un altro mondo possibile), analizza la sua riformulazione in chiave postmoderna e queer.
18. Così hanno fatto socialiste come Anna Wheeler, William Thompson e Flora Tristan e i pensatori marxisti Auguste Bebel, Friedrich Engels e Alexandra Kollontai. La seconda repubblica spagnola ha messo fine alla regolamentazione della prostituzione da parte dello stato, che sarebbe stata nuovamente legalizzata durante la dittatura. Le anarchiche Mujeres Libres aprirono delle case di accoglienza per loro che chiamarono “Liberatoi di prostituzione”, Cfr. J. L. Guereña, La prostitución en la España contemporánea, Marcial Pons-Ediciones de Historia, Madrid, 2003, pp. 408 ss.
19. Storicamente c’è stata e continua ad esserci una terza posizione, quella proibizionista. A partire dal proibizionismo si persegue e si penalizza tanto la prostituta, quanto il prosseneta, quanto il “cliente”. Per saperne di più sulle diverse posizioni, rimandiamo alla bibliografia finale di questo articolo.
20. In relazione al tema del duello e agli sforzi istituzionali fatti per sradicarlo, si veda il sesto capitolo dell’opera di Robert Munchembled: R. Munchembled, Una Historia de la violencia, Paidós, Madrid, 2010.
21. Cfr. C. Pateman, “What is Wrong with Prostitution”, ne The Sexual Contract, Polity Press, Cambridge, 1988.
22. La differenza l’ha fatta a suo tempo il quotidiano Público, che si è rifiutato categoricamente di trarre vantaggio dal mondo della prostituzione.
23. S.A. Anderson, Sexual Autonomy. Making sense of the prohibition of Prostitution, Ethics, nº 112 (4), 2002, pp. 748-780.
24. In realtà è diventato già così in alcuni paesi. Ringrazio María José Guerra per aver portato alla nostra attenzione lavori come quello di Anne A. Lacsamana a proposito delle relazioni tra prostituzione, capitalismo, colonialismo e militarizzazione. Il suo lavoro, che critica aspramente la connivenza della prospettiva postmoderna in rapporto alle “lavoratrici del sesso”, è incentrato nelle Filippine dove i soldati nordamericani descrivevano le donne filippine come “Little Brown Fucking Machines Powered by Rice” (macchinette scure del cazzo alimentate dal riso). Cfr: A.A Lacsamana “Sex Worker or Prostitued Woman. An Examination of the sex Work Debates in Western Feminist Theory”, Women and Globalization, Humanity Books, Amherst, N.Y, 2004, pp. 387-403.
25. In italiano: bagascia.com, molto zoccola.com, lumache. [N.d.T.]
26. Durante la revisione di questo articolo, il quotidiano ABC pubblica una notizia di un’impresa che elargisce dei biglietti da visita con su scritto: “Lavoro immediato! Corso di base di prostituzione professionale. Si annunciano lezioni teoriche e pratiche con lavoro garantito a fine corso.” http://www.abc.es/20120508/local-comunidad-valenciana/abci-curso-prostitutaprofesional-201205081015.html. Data: 08/05/2012.
27. Questa frase lapidaria viene attributa a Lennin e altri l’hanno raccolta come L.O. Ericsson, “Charges Against Prostitution: An Attempt at a Philosophical Assessment”, Ethics, 90 (3), 1980, pp. 335-366.
di base di prostituzione professionale. Si annunciano lezioni teoriche e pratiche con lavoro garantito a fine corso.” http://www.abc.es/20120508/local-comunidad-valenciana/abci-curso-prostitutaprofesional-201205081015.html. Data: 08/05/2012.
28. Questa frase lapidaria viene attributa a Lennin e altri l’hanno raccolta come L.O. Ericsson, “Charges Against Prostitution: An Attempt at a Philosophical Assessment”, Ethics, 90 (3), 1980, pp. 335-366.
29. Un caso esemplare di come sia trattata la prostituzione nel cinema è il film di Pretty Woman. Come ha scritto Pilar Aguilar, la protagonista afferma, molto compiaciuta, che “fa di tutto tranne dare baci sulla bocca”, ma mai in tutto il film la si vede esercitare con alcun puttaniere. E quando un amico di Richard Gere le lascia intendere che vorrebbe contrattare i suoi servizi, l’espressione di lei non potrebbe essere più offesa e pudica.
30. Punter è il termine in gergo inglese per indicare colui che paga, Jhon è quello americano. I commenti si trovano nell’opera di Natasha Walter: N. Walter, Muñecas vivientes, Turner Noema. Madrid, 2010, pp. 76-77.
In italiano: N. Walter, Bambole viventi, il ritorno del sessismo, Ghena, 2012, 342 p.
31. Abbiamo sviluppato questo tema in A. de Miguel “Feminismo y Juventud en las sociedades formalmente igualitarias”, Revista de Estudios de Juventud nº 83, 2008, pp. 29-45.
32. http://mulheresrebeldes.blogspot.com.es/2009/05/los-prostituidores.html, consultato il
15 Aprile 2012.
33. Dalle posizioni pro-prostituzione è abituale insistere sul fatto che l’esistenza delle prostitute permette di dividere le donne in “brave” e “cattive” ragazze e che una posizione femminista trasgressiva sia quella che affermi che tutte siamo cattive ragazze. Da parte nostra pensiamo che l’industria del consumo e dell’intrattenimento abbia già generalizzato l‘immagine della cattiva ragazza come una reclame pubblicitaria riuscita, e con ciò qualsiasi immagine di trasgressione è rimasta neutralizzata
34. Cfr. P. Marneffes, Liberalism and prostitution, Oxford University Press, Oxford, 2010, p. 21
35. Ibidem, pp. 21 ss.
36. Vi consigliamo di leggere i magnifici lavori della critica cinematografica e saggista Pilar Aguilar. In particolare quelli che trattano dell’immaginario proiettato dal cinema della prostituzione. In effetti, bisogna sapere che accedere al suo sguardo critico può distruggere molti film.
37. Questa situazione sta cambiando e troviamo sempre di più approcci nuovi alla figura del prostitutore, tra questi il lavoro di Maribel Cárdenas: M. Cárdenas, Silencios, masculinidad y prostitución, TFM, 2011, diretto da Encarna Bodelón, Barcelona, Máster in Estudis de Dones ,Génere y Ciutadanía (Master in studi di organi, genere e cittadinanza).
38. Abbiamo costruito le fila di questo lungo processo in A. de Miguel, “La construcción de un marco feminista de interpretación: la violencia de género”, Cuadernos de Trabajo Social, monografia coordinata da Maribel Nebreda, nº 35, 2005, pp. 231-248.
39. L. Torres San Miguel, “Por qué la prostitución no es un trabajo”, en Prostitución: Análisis y opciones para su erradicación, Asociación Flora Tristan, León, 2008
40. Lo vediamo nelle continue dichiarazioni di artisti e intellettuali sulla carta stampata: “mi piacciono molto le donne,” dicono, “mi piace il vino, i viaggi e le donne”. Loro non discriminano, tutte le donne. Fa lo stesso quale sia la loro professione, ideologia o personalità, una politica, una professoressa o la loro vicina di casa o la loro cognata. Pensiamo che, in realtà, il significato di questa espressione sia: “Mi piace molto come le donne si sottomettono al mio progetto di vita”.
41. Estratto da Magdalena González: M. González, “Imaginarios de la prostitución”, Revista Brujas, año 28, nº 35, ATEM, Buenos Aires, p. 16

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1 Risposta

  1. marzo 25, 2014

    […] una lettura diversa dalla sua del fenomeno prostituzione, una lettura come questa, ad esempio, comporterebbe il relegare la donna in un immaginario tipico dei “gruppi […]