Julie Bindel intervistata dal TG3: “Gli uomini non pagano per fare sesso, ma per avere accesso all’interno del corpo di una donna”

Durante il tour di presentazioni del libro di Julie Bindel “Il mito Pretty Woman. Come la lobby dell’industria del sesso ci spaccia la prostituzione” edito da VandA epublishing organizzato da Resistenza Femminista e SPACE international Julie è stata intervistata  da Jari Pilati per il TG 3. Pubblichiamo la versione integrale dell’intervista, traduzione a cura di Resistenza Femminista.

Nella mia ricerca non ho mai incontrato delle vere “puttane felici”. Come mi hanno raccontato le sopravvissute che ho intervistato, quando si trovavano nella prostituzione dichiaravano di aver scelto la prostituzione e soltanto una volta uscite hanno potuto raccontare la verità di quello che avevano vissuto.

Non si può parlare di libera scelta quando una donna non ha davanti a sé nessun’altra alternativa; possiamo definirla una scelta fatta in assenza di qualsiasi altra scelta. La violenza resta anche in presenza di una “scelta”, la violenza è intrinseca alla prostituzione, c’è sempre la possibilità che tu venga uccisa. La parola giusta è “possibilità”, “opportunità” invece che “scelta”. La maggioranza delle persone prostituite non ha alcuna alternativa.

Oltre al mito della libera scelta della donna c’è quello del diritto del compratore di sesso di abusare la donna prostituita. Il discorso sulla libera scelta della donna viene usato come cortina di fumo, come falso argomento per confondere le acque. È la domanda maschile che alimenta il mercato del sesso. Un altro mito diffuso è quello secondo il quale gli uomini hanno bisogno di sfogarsi sessualmente abusando le prostituite. Si tratta di miti dannosi e pericolosi.

La prostituzione in nessun modo è una forma di empowerment, ci sono donne che parlano di empowerment per qualsiasi cosa come restare a casa a fare la casalinga, fare la spogliarellista o la ballerina di lap dance e anche la prostituzione che non ha nulla a che vedere con la libertà sessuale, ma con la sottomissione femminile, la schiavitù e la violenza degli sfruttatori. Non ho mai visto fare soldi facili alle donne prostituite, tutte quelle che ho conosciuto dovevano dare quasi tutto quello che guadagnavano agli sfuttatori, nessuna di loro riusciva neanche a comprarsi una casa.

Il termine “sex work” è stato inventato dalla lobby pro-prostituzione di San Francisco negli anni ‘80, si tratta di gruppi gestiti non da  donne prostituite, ma da sfruttatori, da chi fa i soldi sulla prostituzione delle altre. La prostituzione non è né sesso né lavoro, perché se la prostituzione è sesso allora lo stupro è un furto. Gli uomini pagano non per fare sesso, ma per avere accesso all’interno del corpo di una donna. Il consenso non c’è altrimenti non ci sarebbe bisogno del denaro, il denaro è la prova che non c’è consenso da parte della donna. Si tratta di piacere sessuale solo di una parte, quella dell’uomo che compra. È fondamentale che gli uomini capiscano che non è ammissibile pagare per il sesso, chi vuole fare sesso si deve trovare una relazione. Gli uomini che pagano per il sesso commettono una violazione dei diritti umani, è un abuso, è dannoso per le donne.

Due cose che mi hanno colpito di più nella mia ricerca:

Prima di tutto le voci delle sopravvissute all’industria del sesso che vengono cancellate continuamente dai gruppi cosiddetti per i “diritti delle sex worker”. Ne ho intervistate 50 compresi due uomini, sono impegnate attivamente per l’approvazione del modello abolizionista nel mondo.

L’altra cosa è il racconto di una donna prostituita in un bordello legale in Nevada. Le donne devono sottoporsi ogni 2 settimane a test del sangue per dimostrare di essere sane, questo serve per proteggere i clienti dal rischio di contagio di HIV visto che non vogliono usare il preservativo. Vivono, dormono e ricevono i clienti nella stessa stanza. Possono uscire dal bordello solo se accompagnate da un assistente pappone. Sono prigioniere nel bordello. Una donna mi ha raccontato che era costretta a ricevere un cliente mentre sullo schermo alle sue spalle veniva proiettato il film porno di quello che i clienti facevano su di lei. Immaginate cosa significa essere prigioniera in un bordello, essere abusata dai clienti ed essere costretta a vedere te stessa abusata sullo schermo ancora ed ancora.

Germania e Olanda sono esempi di regolamentazione che si è rivelata un disastro assoluto. I governi avevano promesso che con la regolamentazione sarebbe diminuita la tratta, lo spaccio di droghe, la diffusione della criminalità, le donne avrebbero potuto avere accesso a dei sindacati, i clienti sarebbero stati meno violenti, ma è accaduto invece l’esatto contrario. Sono aumentati lo sfruttamento sessuale e la tratta e per ogni bordello legale ne sono saltati fuori 4 illegali, con la rimozione del reato di favoreggiamento e ogni sorta di criminalizzazione nei confronti degli sfruttatori è diventato il far west, le donne prostituite non solo non hanno visto migliorare la loro condizione, ma sono costrette a subire ogni genere di violenza senza alcuna protezione legale.

L’unico modello che protegge veramente i diritti umani delle persone prostituite è quello abolizionista conosciuto anche come modello nordico o modello per la parità adottato anche da paesi non scandinavi come l’Irlanda, la Francia e di recente Israele. Un effetto devastante della legge regolamentarista è quello di dare un messaggio dannoso e pericoloso all’intera società ovvero che la prostituzione sia inevitabile e innocua. La prostituzione invece è violenza, la domanda maschile è violenza e nei paesi abolizionisti le donne sono decriminalizzate mentre sono i compratori di sesso ad essere criminalizzati in quanto sono coloro che alimentano il mercato dello sfruttamento sessuale. Dobbiamo decidere in che tipo di società vogliamo vivere, la prostituzione è un male sociale, non è necessaria per nessuno. Se una società si batte per l’uguaglianza tra donne e uomini non può promuovere la prostituzione.

Ho fatto delle indagini approfondite sui gruppi cosiddetti dei “diritti delle/dei sex worker” e ho scoperto che tutti questi gruppi hanno al loro interno degli sfruttatori, proprietari di bordelli o agenzie di escort che si definiscono “sex worker” ma non hanno mai venduto sesso. Questi gruppi quindi sono l’esatto contrario di un sindacato delle persone prostituite in quanto rappresentano gli interessi dell’industria del sesso, di chi fa soldi sulle spalle delle persone prostituite.  Un esempio illuminante è quello dell’Irlanda del Nord quando è stata lanciata la campagna per mettere fine allo sfruttamento sessuale “Turn off the red light” (Spegniamo la luce rossa) che ha visto la contrapposizione di un gruppo che si spacciava come difensore dei diritti “delle sex worker” che ha lanciato la campagna “Turn off the blue light” (Spegniamo la luce blu). Questo gruppo sosteneva che il “sex work” fosse l’espressione della liberazione sessuale, il leader del gruppo era Peter McCormick, un famoso pappone irlandese che gestiva bordelli vari ed era stato condannato e arrestato negli anni ’90, ma aveva poi continuato a controllare Escort-Ireland una grossa agenzia di escort tramite membri della sua famiglia e vari soci.

"LA PROSTITUZIONE NON DEVE ESSERE LEGALE"

"La prostituzione non deve essere legalizzata, deve essere abolita". Lo dice Julie Bindel, la giornalista inglese fondatrice di Justice for Women, che ha studiato il fenomeno in 40 Paesi. Il servizio di Jari Pilati per il Tg3 delle 19 dell'8 marzo 2019

Pubblicato da Tg3 su Venerdì 8 marzo 2019

Potrebbe interessarti...