Intervento per l’assemblea NonUnadiMeno del 4-5 febbraio

  In occasione dell’assemblea Non Una di Meno del 4-5 febbraio, come Collettivo Resistenza Femminista e Gruppo Rete Femminista contro il sistema prostituente abbiamo proposto alcune nostre riflessioni a proposito di donne migranti e prostituzione, a partire da un punto del report relativo ai tavoli del 27 novembre: La necessità di distinguere (senza contrapporre) tra il lavoro di sostegno e fuoriuscita dalla violenza e dai circuiti criminali con le donne vittime di tratta, e quello con le donne migranti che per scelta decidono di fare sex work e le loro richieste di diritti.
 
Per ragioni di tempo abbiamo sintetizzato i contenuti del nostro documento che adesso vi proponiamo nella sua versione integrale  https://www.facebook.com/notes/rete-femminista-contro-il-sistema-prostituente/intervento-per-lassemblea-nonunadimeno-del-4-5-febbraio/624474314415145
 
  “Care Femministe, crediamo che le domande che avete posto nella discussione collettiva siano fondamentali e debbano essere affrontate ancora insieme: come intendiamo noi occidentali il femminismo in relazione alle donne immigrate nel nostro paese e in Europa? Le lotte per l’autodeterminazione che le donne immigrate portano avanti sono già in sé lotte femministe? Che uso facciamo dei termini a partire dal nostro posizionamento privilegiato?
 
  Condividiamo la vostra prospettiva. Crediamo infatti che come femministe bianche occidentali non possiamo non mettere da parte la nostra angolazione privilegiata, e questa consapevolezza deve anzi farci riflettere sulla necessità di dialogare con, mettersi in ascolto di, e non parlare per conto o al posto di. Nel primo caso, significa riconoscere soggettività politica alle donne migranti, affiancarle nelle loro lotte e arricchire contemporaneamente la lotta femminista, ciò che significa quindi essere unite nel riconoscimento della specificità politica dell’altra; nell’altro caso, significa invece coprire la loro voce, imporre una visione e un linguaggio che sono caratteristici dell’occidente capitalista di cui facciamo nostro malgrado parte, sebbene in una posizione di aperta critica e di lotta antipatriarcale.
  Proprio per questo motivo, riteniamo fondamentale ascoltare prima di tutto le voci delle attiviste ex-vittime di tratta e tutte le sopravvissute all’industria del sesso che da tempo prendono parola in tutto il mondo contro lo sfruttamento sessuale di donne e bambine. In Italia Isoke Aikpitanyi, attivista, ex-vittima di tratta, autrice del libro ‘Le ragazze di Benin City”, è da anni impegnata in prima linea nella lotta contro la tratta. Un impegno condiviso da Adelina, ex vittima di tratta trafficata in Italia dall’Albania, che negli anni ha aiutato molte donne ad uscire dal racket e adesso gestisce una rubrica “Libera la vita” presso un’emittente radio, proprio sul tema della lotta contro la tratta.
 
  Una formula su cui bisogna tornare a riflettere insieme è quella di ‘sex work’ e il concetto relativo di “prostituzione volontaria”. Ritornare a parlare di quella ‘libera scelta’ che noi tutte femministe vogliamo assolutamente tutelare, ma il cui significato personale-politico deve essere ridiscusso aggiornando il dibattito alla situazione storica in cui ci troviamo a vivere.
  Nella complessità del panorama socio-politico attuale, ovvero quello del capitalismo globalizzato, nuovi scenari di oppressione, sfruttamento e discriminazione contro le donne si sono fatti strada. Questa violenza (sessuale, politico-economica e simbolica) colpisce in particolar modo le donne migranti. La vulnerabilità economica estrema, unita ai traumi molteplici che le donne migranti si trovano a vivere quando tentano di abbandonare la realtà durissima dei propri paesi di origine alla ricerca di un futuro dignitoso, cambiano radicalmente la prospettiva: il nostro occidentale concetto di ‘libertà individuale’ e possibilità di scegliere per il proprio destino deve essere profondamente rivisto.
  È urgente ridiscutere il concetto di ‘libera scelta’ che usiamo come femministe occidentali per le donne migranti, se si considerano le molteplici occasioni di sfruttamento, violenza e rischi altissimi per la propria salute psicofisica che queste donne sono costrette a vivere nel mondo della prostituzione. Come dice Neco’le Moore, sopravvissuta all’industria del sesso e attivista afro-americana, membro di SPACE International, una scelta non è una scelta se non hai la possibilità di scegliere.
  Non solo le vittime di tratta, ma anche tutte quelle donne che si sono trovate a “scegliere” la prostituzione in assenza di altre alternative e che vogliono essere chiamate “sopravvissute” (proprio perché alla prostituzione si sopravvive come si sopravvive alla violenza maschile di cui la prostituzione rappresenta la manifestazione più emblematica) rifiutano con forza il termine “sex work”:
 
 
  Come avete fatto notare nel vostro report, la scarsa presenza di donne migranti al tavolo rende la nostra prassi femminista ancora più difficile e se vogliamo molto pericolosa, e ancora di più se si sceglie di affrontare senza la presenza diretta di questi soggetti politici una questione fondamentale e complessa come la prostituzione. Come possiamo noi stabilire i confini tra tratta e prostituzione volontaria? Abbiamo il diritto di usare una formula come ‘sex work’, che implica che la prostituzione sia un lavoro, e non una scelta per assenza di lavoro, di vere alternative all’indigenza o addirittura uno stile di vita imposto da un compagno/fidanzato/marito pappone, come sappiamo da molte testimonianze di donne sopravvissute allo sfruttamento sessuale?
 
  Non è in discussione che una donna possa “scegliere” quello che Rachel Moran, attivista e sopravvissuta, definisce la commercializzazione dell’abuso sessuale. Né soprattutto è in discussione che come femministe ci posizioniamo con le donne sempre, qualsiasi siano le loro scelte.
  Ma quello che invece i soggetti politici migranti ci chiedono di fare è prima di tutto di dare spazio alle loro voci e, successivamente, partendo da questo ascolto, interrogarci se le categorie che usiamo per classificarle e dividerle in compartimenti stagni siano valide: dove inizia la tratta e dove finisce per dare spazio alla scelta? Come possiamo stabilire che sia libertà, quella di una donna che “sceglie” di prostituirsi perché costretta dal razzismo e dalla discriminazione etnica che le impediscono di trovare un lavoro per sopravvivere? La prostituzione per motivi di sopravvivenza è libera?
  Rispettare quella “scelta” in quel momento non è la stessa cosa di chiamarla “lavoro”, perché siamo noi a normalizzare una situazione che molte donne migranti vivono come violenza economica, razziale e di classe. Sono le loro parole che noi pensiamo dobbiamo ascoltare, e per questo motivo proponiamo una sintesi di alcune riflessioni di Anna Zobnina, immigrata in Europa dalla Russia e membro dell’European network of Migrant Women, impegnata da anni nell’assistenza e aiuto alle donne migranti e alle vittime di tratta:
 
 Le donne migranti sono sorprese dell’uso del termine ‘sex work’, una descrizione Occidentale e neo liberista di quello che fanno. Questo perché la maggior parte delle donne migranti sopravvivono alla prostituzione così come si sopravvive ai disastri naturali, alle carestie o alla guerra. Non lavorano nella prostituzione. Molte di queste donne hanno titoli di studio e capacità che vorrebbero usare in quella che l’Unione Europa definisce la “skill economies“ (l’economia basata sulle capacità), ma le restrittive leggi europee sul lavoro e le discriminazioni etniche e sessuali contro le donne impediscono loro di ottenere questi lavori.
  Il mercato del sesso invece non è un posto insolito dove trovare le donne migranti in Europa. Mentre alcune di loro sono identificate come vittime di tratta o sfruttamento sessuale, molte non lo sono. Sulle strade, nei centri massaggi, negli hotel, negli appartamenti privati, negli strip-club ci sono donne migranti che non soddisfano i criteri ufficiali per poter essere considerate vittime di tratta e quindi non hanno diritto a nessun tipo di aiuto.
  Chi difende l’industria della prostituzione ci rassicura dicendo che la prostituzione è una scelta. Sicuramente non la prima scelta, per quelle che hanno varie possibilità; eppure, per i gruppi di donne più emarginati e svantaggiati, solo per loro viene proposta come una valida via d’uscita dalla povertà. In linea con questo principio è la dichiarazione di Kenneth Roth, il direttore di Human Rights Watch che nel 2015 ha dichiarato: “Tutti vogliamo mettere fine alla povertà, ma nel frattempo perché negare alle donne povere l’opzione del sex work volontario?”
  Le donne emigrano in Europa a causa della loro condizione di grande difficoltà economica e sempre in maggior numero perché temono per la loro vita. Se lasciate le vostre scrivanie dove fate ricerca e parliamo con le donne migranti – donne arabe, africane, indiane; donne dalle Filippine, dalla Cina e dalla Russia come me – la possibilità di trovare una donna che descriva la prostituzione come “lavoro” è estremamente bassa. Questo perché il concetto di “sex work” non esiste nelle culture da cui provengono. Esattamente come altri esempi di vocabolario neo-liberista, il termine è stato importato nel resto del mondo delle ricche economie capitalistiche occidentali, spesso attraverso i canali della politica della “riduzione del danno” e dei programmi di prevenzione dell’AIDS.
  L’esempio perfetto di un’economia capitalistica in Europa che sfrutta donne migranti è la Germania. Nel libero mercato dell’industria della prostituzione tedesca, dove i compratori e i papponi non sono riconosciuti come sfruttatori ma come onesti imprenditori.
  Nel 2015 la Commissione Europea ha calcolato più di 30.000 vittime di tratta registrate in Europa solo in 3 anni, dal 2010 al 2012. Quasi il 70% sono vittime di tratta a scopo sessuale, con le donne e le ragazze minorenni che sono il 95% di questo gruppo. Più del 60% delle vittime sono trafficate da paesi come la Romania, la Bulgaria e la Polonia. Le vittime extra europee di solito provengono dalla Nigeria, Brasile, Cina, Vietnam, Russia.
  Depenalizzare il reato di induzione e sfruttamento, come in Germania, normalizza l’intreccio di discriminazioni sessuali, etniche e di classe presenti nella società europea a cui le donne migranti sono sottoposte già in modo sproporzionato. Incrementa le barriere legali per l’accesso al lavoro che le donne migranti già affrontano, privandole delle loro capacità e derubandole di opportunità economiche. Quello che è peggio, spazzano via quello in cui le donne migranti più povere e svantaggiate, che sostengono viaggi pericolosi per arrivare in Europa, credono: che una vita libera dalla violenza sia possibile così come la nostra lotta per ottenerla.
 
  Ed è proprio dalla riflessione di questo “intreccio di discriminazioni sessuali, etniche e di classe” che noi femministe della Rete Femminista, poniamo la questione del cliente, sul ruolo che questo assume all’interno del sistema prostituente nell’alimentare il fenomeno della tratta.
  Il cliente, infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, è rappresentato da un uomo occidentale bianco, etero, benestante, la cui condizione di privilegio socioeconomico rispetto alle donne più svantaggiate, rende possibile l’espansione criminale dell’industria del sesso, attraverso la domanda di corpi di cui disporre liberamente Anche la tratta classicamente intesa come “pistola puntata alla testa” non sarebbe possibile senza il cliente.
  Il cliente è il grande assente dai programmi di prevenzione, dai dibattiti, dai procedimenti penali. Nel neoliberismo razzista e patriarcale ci si concentra invece sugli stranieri, vittime o sfruttatori che siano”.
 

Fonti e riferimenti

  • Isoke Aikpitanyi, “Le ragazze di Benin City. La tratta delle nuove schiave dalla Nigeria ai marciapiedi d’Italia”.
  • Adelina, “Tecniche investigative nella lotta contro la tratta degli esseri umani”.
  • http://www.resistenzafemminista.it/prostituzione-schiavitu-tortura/
  • http://www.resistenzafemminista.it/precarieta-femminile-nel-patriarcato-neoliberista/
  • Anna Zobnina, “Women, Migration and Prostitution: Not a Sex Work Story” in “Dignity”, January 2017 (traduzione a cura di Resistenza Femminista autorizzata dall’autrice).
  • Lettera delle sopravvissute di SPACE international http://www.resistenzafemminista.it/lettera-aperta-delle-sopravvissute/
  • http://www.resistenzafemminista.it/necole-daniels-sopravvissuta-e-attivista-una-scelta-e-una-scelta-solo-quando-hai-davvero-delle-scelte/
  • http://www.resistenzafemminista.it/rachel-moran-viaggio-attraverso-la-prostituzione/
  • Nusha Yonkova (European Network of Migrant Women) – Statement for the EWL working seminar on the reality of prostitution, 1 October 2013, European Parliament.

Potrebbe interessarti...

1 Risposta

  1. marzo 15, 2018

    […] il mito del cosiddetto “sex work per scelta” delle migranti e lo avevamo incluso in un nostro documento collettivo presentato all’assemblea di “Non una di meno” il 4-5 f… di quest’anno. La nostra contestazione sulla presenza del termine “sex work” […]