Il sistema prostituente a partire da sé (1)

"Women for sale" (Tel Aviv 2010, Task Force on Human Traffic)

“Women for sale” (Tel Aviv 2010, Task Force on Human Traffic)

Perché un gruppo non separatista (con persone di diversi orientamenti sessuali) che si trova a vivere in epoca di capitalismo globalizzato e sperimenta nel quotidiano precariato e disoccupazione decide di occuparsi con una pratica attivista del sistema prostituente?

Che cosa unisce la nostra vita, che per molti di noi significa incertezza perenne sul proprio futuro lavorativo e un presente di difficoltà economiche e di invisibilità politica, alle compagne, sorelle prostituite?

Abbiamo letto le loro testimonianze, le abbiamo incontrate, abbiamo iniziato con loro uno scambio umano-emotivo.

Il sistema prostituente ci è sembrato uno specchio per guardare al nostro presente politico, per rileggere fenomeni di sfruttamento economico, per dare un nome alla discriminazione violenta che le donne subiscono ma che riguarda in prima persona anche quegli uomini che da un’altra prospettiva si trovano a pagare il prezzo imprevisto della cosiddetta “virilità”, che rifiutano cioè una rappresentazione univoca, normativa e repressiva della propria sessualità.

Abbiamo iniziato la nostra ricerca partendo da noi, dal nostro vissuto, interrogandoci sul perché ci riguardasse e perché fosse importante esserci, ascoltare, capire e fare da tramite in questa lotta per la giustizia sociale e politica. Tutt* abbiamo avuto esperienza di una certa violenza maschile, abbiamo imparato a riconoscerla, fa parte del nostro vissuto ed è proprio nell’attivismo femminista che abbiamo cercato una forma di reazione al dolore e al senso di estraneità che il mondo ci comunica ogni giorno relegandoci ai margini, negandoci una voce e soprattutto dei diritti. Il mondo dei sopravvissuti è soprattutto la dimensione del silenzio: quanto non sei stat* aiutat*, sostenut*, la storia che nessuno ha voluto ascoltare.

Sulla tratta e il sistema prostituente continuano a circolare miti falsi e pericolosi, diffusi allo scopo di mantere lo status quo. Leggende create dal regime neo-liberista, che tramite il controllo dei media si costruisce alibi per continuare a sfruttare le donne con l’unico scopo di proteggere gli uomini prostitutori (clienti, papponi, favoreggiatori). Il manifesto francese “Giù le mani dalla mia puttana” è un esempio perfetto di come il patriarcato neo-liberista cerchi la complicità della società civile per fare muro contro la liberazione delle donne dalla schiavitù di essere vendute, di vedersi negato qualsiasi diritto, da quello del piacere a quello stesso della sopravvivenza. Per questi patriarchi la tratta sarebbe un fenomeno ridotto o addirittura, da perfetti negazionisti, inventano la formula della “migrant sex worker” per descrivere persone che vengono nel nostro paese a fare il lavoro della “prostituta”. Persone disperate che fuggono dalla miseria o vittime di tratta sono ridotte da una mentalità neo-colonialista a soggetti che “scelgono” liberamente questa “professione”. Così le politiche anti-tratta si ridurrebbero a tentativi occidentali di contenere l’immigrazione quando da sempre i gruppi attivisti anti-tratta come Be Free o Iroko solo per fare due importanti esempi italiani si battono per l’abolizione della legge Bossi-Fini. Come potrebbe un femminismo anti-capitalista essere contro l’immigrazione?

Tutte le sopravvissute che hanno preso parola contro il sistema prostituente rifiutano come profondamente offensiva sia la definizione di “sex-work” sia quella di “migrant sex worker”. Nusha Yonkova, Presidente della Rete Europea delle Donne Migranti, si è occupata del legame tra migrazione e sistema prostituente ed afferma in un messaggio forte e chiaro: “Non accettiamo la possibilità di essere prostituite come concreta ed accettabile alternativa al lavoro di persone migranti in Europa. È urgente che il Parlamento Europeo, la Commissione Europea e gli Stati Membri si impegnino in modo forte e incondizionato a controllare la domanda di prostituzione per evitare di trasformare le donne migranti in una schiera di povere relegate ai margini della società e per questo chiamate a soddisfare i bisogni di una minoranza di uomini in diritto di sfruttarle in Europa”. Yonkova denuncia la normalizzazione di concetti come “migrant sex worker”, “escort” o “sex-work” che legittimano la prostituzione come un mercato al pari di tutti gli altri, occultando la realtà di sfruttamento del mercato del sesso: il diritto degli uomini a comprare sesso è considerato legittimo così come la loro ricerca di donne “esotiche” e “straniere” è considerata un aspetto normale del consumo di donne prostituite. Yonkova chiede invece opportunità non lesive come l’accesso al mercato del lavoro, il riconoscimento delle qualifiche ottenute nel paese d’origine e il diritto di ricongiungimento familiare.

Come ci conferma la presidente della Rete Europea Donne Migranti, neo-colonialista è il cliente, i media collusi e chi sponsorizza la formula del “migrant sex work”, non certo chi si occupa della lotta contro la tratta e lo sfruttamento del sistema prostituente definito talvolta in modo dipregiativo la “rescue industry”, l’industria del “salvataggio”. Quello che invece si cerca di fare è togliere la parola diretta alle donne migranti che rifiutano etichette che fanno comodo solo all’industria del sesso per continuare i suoi traffici in un regime di completa liberalizzazione come è accaduto in paesi come la Germania dove rintracciare la tratta è diventato praticamente impossibile. Trafficanti e imprenditori del sesso da sempre hanno la stessa faccia come ci conferma Rachel Moran sopravvissuta e attivista.

L’esercizio della disonestà intellettuale, della calunnia populista messa in circolo come specchietto per le allodole ha l’obiettivo di ingannare l’opinione pubblica e rafforzare il mito di una divisione tra donne felici, autodeterminate, senza papponi, che hanno scelto questo “lavoro” tra varie e soddisfacenti altre opzioni (offerte dal dominio maschile che controlla da sempre la sfera pubblica ed economica su scala mondiale) e le altre, le costrette, che sarebbero poche e che comunque verrebbero aiutate ad uscire dal tunnel grazie ad efficacissime leggi che le proteggerebbero. Ma la realtà parla di tutt’altro e sono loro, le sopravvissute, quelle che hanno vissuto sui loro corpi la violenza del sistema prostituente, a raccontarci la verità di questo mondo disumano, dove la legge dell’odio misogino e del profitto domina incontrastata. È alla loro voce, soffocata da troppe falsità mediatiche che fanno pressione sulla politica e sulla società, che noi vogliamo dare spazio.

Da SPACE, organizzazione internazionale di sopravvissute che parla pubblicamente contro il sistema prostituente, abbiamo imparato che la divisione tra libere e forzate è una distinzione fittizia che fa comodo a papponi e clienti. Secondo questa definizione la tratta riguarderebbe solo persone violentate e minacciate, costrette con la forza a prostituirsi. Ma se è vero che esiste questa categoria di persone, ne esiste un’altra da sempre occultata che è quella di chi non ha niente da perdere, chi non ha lavoro, chi non ha alternative, chi non ha scelta. E si parla di “libera” scelta. Un paradosso feroce che è spesso pronunciato da chi non appartiene al mondo della prostituzione, ma forte dei propri privilegi economici e sociali si permette pure di parlare delle “libere” scelte delle altre.

È vero, queste ragazze senza casa, senza reddito, spesso madri single oppure con un passato di trafficate “scelgono” di lavorare per papponi proprietari di agenzie di escort che sono le stesse persone che gestiscono la tratta. È sulla libertà di questa “scelta” che noi vogliamo portare la nostra testimonianza dalla nostra prospettiva, partendo da noi e ascoltando le nostre sorelle prostituite.

La precarietà e la disoccupazione ci sta privando dei nostri diritti, molt* di noi vivono grazie ai propri genitori anziani, non percepiamo un reddito fisso o nessun reddito. Se non avessimo piu chi ci garantisce una sicurezza molt* di noi sarebbero per strada.

Se il sistema prostituente fosse legalizzato finirebbe negli uffici di collocamento come un qualsiasi altro lavoro. La domanda non solo non si arresterebbe, ma sarebbe condannata ad aumentare in modo esponenziale (come è infatti accaduto nei paesi dove è stata legalizzata come la Germania). Parallelamente aumenterebbe la domanda clandestina di tratta, compresa la tratta di persone minorenni che, essendo illegale, troverebbe comunque canali irregolari per soddisfare clienti che da sempre dimostrano di preferire le più vulnerabili, come ci racconta Rachel Moran di SPACE. Quando è entrata nel sistema prostituente a 15 anni il numero dei suoi clienti era molto alto, tutti quanti, precisa Moran, erano a conoscenza della sua età ma nessuno si è mai scoraggiato, erano tutti ben consapevoli che si trattava di una ragazza e trovavano eccitante comprarla esattamente per quel motivo. Quando poi da maggiorenne ha lasciato la strada per un’agenzia di escort le richieste dei clienti sono diminuite notevolmente (“Prostitution and the commercial value of Youth”, in The nordic model, a cura di Trine Rogg Korsvik e Ane Sto, 2013). Questo perchè, spiega, la minore età ha un valore commerciale enorme nel sistema prostituente nonostante la lobby che sostiene l’industria del sesso finga di non conoscere il lato “oscuro” della domanda che preferisce da sempre le minorenni prostituite e che questa preferenza non solo non scompare con la regolamentazione ma si acuisce notevolmente nel momento in cui viene rafforzato il concetto del “proibito”. La domanda più comune che viene fatta nei bordelli è chi sia la ragazza più giovane disponibile, Moran può raccontarlo con certezza avendo risposto a questa domanda nel bordello dove si trovava per molti anni. Una pratica poi molto diffusa tra le persone nel sistema prostituente è quella di mentire sull’età per attirare più clienti. Non stupisce per niente allora che la lobby pro-sex work si sia inventata una formula ancora più sconvolgente di “migrant sex worker”. Le ragazze minorenni prostituite sarebbero “underage sex workers” in un tentativo estremo di normalizzare ed abbattere l’ultimo tabu. È evidente che secondo queste persone lo sfruttamento non esiste o si tratta di un fenomeno isolato da tenere distinto da una “carriera” normale che necessita solo della regolamentazione. Il mito della “happy hooker”, la “sex worker” soddifatta della sua “professione” è al centro della narrazione dei gruppi pro-sex work su scala mondiale, ma come ci ricorda Rachel Llyod, sopravvissuta e attivista, nel libro Girls like us, si tratta di donne nella stragrande maggioranza bianche, giovani e istruite che secondo le loro dichiarazioni scelgono questo “lavoro” tra altre possibilità. Persone che forti dei propri privilegi dichiarati sembrano ignorare il destino delle altre, le più sfortunate, quelle che non possono “scegliere”, ma devono anche subire la beffa di non essere riconosciute nelle proprie lotte contro il sistema prostituente, di essere costrette al silenzio perché si oppongono allo sfruttamento che è pervasivo, costitutivo dell’industria del sesso.

Il patriarcato globalizzato allora ci offrirebbe “lavori” sui nostri corpi, ridotti a catene di montaggio, chiusi in bordelli che funzionano come lager dove si può servire più di quaranta clienti che si intrattengono in tour del sesso dove con un’offerta speciale riescono a fare sesso a prezzi stracciati. Si tratta di una banale legge di mercato: nel momento in cui la domanda aumenta, c’è bisogno di un numero maggiore di donne trafficate per soddisfarla; allo stesso modo, la disponibilità di donne low cost da paesi dove non si può scegliere e si è costrett* ad accettare qualsiasi condizione permette di abbassare il prezzo e massimizzare così i profitti per i papponi. Non c’è bisogno di essere economisti per sapere che abbassare il prezzo di un prodotto permette di aumentarne la domanda e quindi il profitto nel momento in cui si sa per certo che il settore non subisce crisi. Ed una società misogina che oggettifica le donne nella pornografia, nei media, nella cultura popolare diffusa su larga scala, nella politica, è un meccanismo perfetto per la creazione di una domanda crescente, nell’accumulo di bisogno maschile non di fare sesso ma di consumarlo.

Il femminismo ha lottato per la liberazione dei nostri corpi ma questa non è libertà, non sono libera se devo vendermi contro la mia volontà per mangiare o far mangiare qualcun’altro. Non sono libera se sono ricattata dai debiti. Ma è di questo che si tratta quando si vende l’unica cosa che si possiede: povertà, assenza di alternative. E di questo non si vuole parlare, ma solo di “mestiere più antico del mondo” e di presunte “necessità biologiche” dei maschi che hanno il diritto di comprare sesso. Anche la scelta delle eventuali o potenziali libere escluderebbe comunque quella delle non libere. Se si sceglie la regolamentazione che cosa succederà alle povere, a chi sceglie per disperazione? Non cambierà nulla, ma anzi sempre più povere saranno intercettate per far fronte ad una domanda crescente. Nessuno stato si preoccuperà di darci da vivere se il messaggio che passa è che la prostituzione è un lavoro come un altro. Lo Stato invece ha un dovere fondamentale nei confronti delle donne e dei cittadini tutti: garantire un reddito minimo di cittadinanza e non riproporci l’unica alternativa che da sempre le donne hanno per sopravvivere: essere corpi da consumare per soddisfare i bisogni di cura e le frustrazioni sessuali di un maschile violento e misogino che non vuole fare sesso ma esercitare il suo dominio.

Un’aporia evidente e mal celata si nasconde dietro la retorica del sesso come lavoro e degli adulti consenzienti: il fattore economico scompare perchè nel postmoderno globalizzato siamo tutti più ricchi e felici. Ma poi si scopre che molte donne italiane disperate per la crisi economica hanno contattato “Affari italiani”, in seguito all’intervista a una escort che si presentava come libera professionista, per sapere come fare ad iniziare la “professione”. Stranamente la escort ha risposto alle donne “Resistete, non fatelo.” Senza dare ulteriori spiegazioni. Il silenzio di questa donna può essere spiegato ascoltanto ancora una volta le sopravvissute. Sandy dell’associazione Ruhama è stata una escort per dieci anni, ha affermato con forza che non esistono le escort indipendenti: tutte lavorano sotto agenzie di escort gestite da sfruttatori. E che sono loro ad accumulare i profitti. Devono per forza dichiararsi indipendenti, è la definizione che tutte adottano perché quando lo sfruttamento della prostituzione non è legale, è l’unico modo per i papponi per non essere perseguiti. Sandy aveva “scelto” la prostituzione, spinta dall’assenza di un titolo di studio e dalle difficoltà economiche, e spiega come, anche con mille sforzi, a causa dei ricatti degli sfruttatori, dell’assenza di vere alternative, dell’impossibilità di costruirsi un CV per mancanza di un percorso di studio o formazione utile, per lo stato di prostrazione fisica e psicologica in cui questo “lavoro” riduce le sue “operaie”/“prodotto” della catena di montaggio fallocratica, sia praticamente impossibile uscire dal sistema prostituente. Sandy chiede programmi di uscita previsti dallo Stato, finanziamenti per la formazione, per ridare un futuro a chi non lo ha mai avuto. La garanzia di un percorso formativo e di un lavoro sono al primo posto nella lotta contro lo sfruttamento delle donne. È proprio l’assenza di alternative che deve essere rimessa al centro del dibattito invece di occultarla come continua a fare il sistema patriarcale neoliberista.

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