Desiderio maschile e patriarcato

di Gabriele Lenzi

Uno dei nostri temi centrali è quello della prostituzione, perché in molti ambienti in cui ci saremmo aspettati attenzione e sensibilità al tema abbiamo invece trovato un silenzio inaccettabile sulla sua natura, una mancanza di approfondimento del suo ruolo nelle dinamiche tra donne e uomini, un’inclinazione verso tematiche e ideologie neoliberiste.

Al centro della prostituzione c’è il problema della domanda, cioè del desiderio sessuale maschile, che è una parte centrale del modo di rappresentarsi, di vivere l’interiorità e di mettersi in relazione con le donne in genere. Il patriarcato è un dominio sessuato, e riflettere sulle dinamiche del desiderio erotico e relazionale e dell’immaginario maschile è fondamentale. Un mondo più femminista deve prevedere dei maschi diversi da quelli che finora (nella società, tra le mura di casa, ma anche nella loro testa) hanno fatto e continuano a fare alle donne una vera e propria guerra.

 

“L’idea che dovremmo svincolare la prostituzione dall’immoralità è un’idea che, proprio come l’obiettivo che si prefigge, cerca di fare in modo che noi umani ci comportiamo da non umani, e che accettiamo di essere trattati da non umani, e che evitiamo in tutti i modi di manifestare la nostra contrarietà alla cosa; ed evitiamo perfino, di fatto, di avere l’ardire di essere infastiditi da qualcosa. È una lezione strana, raccapricciante e allarmante da imparare, eppure mi sembra interessante tenerne conto, poiché cerca di insegnarmi ad allontanare me da me stessa. Cerca di insegnarmi a comportarmi nello stesso modo in cui mi ha insegnato la prostituzione.”

Rachel Moran, Stupro a pagamento
[2013; traduzione e cura di Resistenza
Femminista, Round Robin Editrice, 2017]

Una foto dal progetto di Ico Gasparri “Chi è il maestro del lupo cattivo?”

Viviamo circondati da una continua proposta mediatica di modelli di desiderio maschile, in cui sono mostrati sia soggetti che desiderano sia “oggetti” da desiderare (un presentatore dice a una valletta di voltarsi in modo che lui e il pubblico possano vederle il sedere). In Italia se ne è riparlato molto da qualche anno, a livello mainstream soprattutto da quando nel 2009 Lorella Zanardo e collaboratori, con il progetto Il corpo delle donne, hanno denunciato l’incessante rappresentazione mediatica di un modello relazionale che prevede per la donna il ruolo di giocattolo erotico da baraccone, oggetto a un tempo di desiderio e di sopruso, e che stabilisce per l’uomo il ruolo complementare di chi ha il desiderio, e il potere, di ottenere/mantenere quella posizione della donna.

Il progetto fotografico di Ico Gasparri Chi è il maestro del lupo cattivo? è illuminante a questo avviso: un progetto artistico sulla violenza sulle donne analizzata attraverso l’immaginario delle pubblicità stradali. Il gigantismo di questi corpi onnipresenti sembra una fantasia sessuale che opprime tutto e tutti, come lo strumento di una dittatura. Una proiezione amplificata della prostituzione. Come una situazione onirica, queste immagini e i messaggi che veicolano sono quasi invisibili alla coscienza dei più; rappresentano invece tristemente la quotidianità di un’oppressione.

Questa propaganda, con una forza di influenza che nei fatti è troppo spesso sottovalutata, impone un modello di realizzazione femminile tutto appiattito su quell’immaginario, ma ha altrettanta presa sul pubblico maschile, a cui quei messaggi, improntati sull’opposizione uomini-donne, si rivolgono con la forza persuasiva del dominio e del desiderio. Per il maschio eterosessuale tutto ciò riguarda, oltre alla sua ideologia e ai rapporti in genere con il femminile, l’erotismo e la sfera affettiva.

I media italiani non hanno certo inventato questo modello di desiderio maschile. I contenuti che propongono fanno presa perché ricalcano vecchi, a volte antichi, stereotipi. Ma da questa osservazione non si può certo, ingenuamente, ricavare che i ruoli come sono rappresentati siano in qualche modo inscritti nell’essenza dell’uomo e della donna. Un’affermazione banalissima, oggi, che tuttavia ha bisogno di essere detta ancora. Perché alle discussioni, alle critiche e alle rivendicazioni femministe è spesso seguito un silenzio sul maschile, come se i risultati di tante lotte e scienze sociali non valessero che per le donne: donne si diventa, ma uomini si nasce? Le donne non sono votate al masochismo, ma gli uomini lo sono al sopruso?

Le rappresentazioni stereotipate del maschile possono far leva sul fatto che noi uomini abbiamo sempre parlato poco di noi, del nostro desiderio, del nostro corpo (e quasi mai in termini che contemporaneamente tenessero conto sia della parzialità maschile sia del nostro ruolo privilegiato all’interno della struttura di potere patriarcale), e che abbiamo spesso preferito continuare a farci rappresentare così – per comodità, per pigrizia o per paura – come marionette, figure tra l’eroe indistruttibile e il goffo guardone ma che sempre (per non essere “femminucce”) evitano la relazione empatica con l’altro e l’analisi di sé. Ma come si può pensare di essere soddisfatti e capaci di relazioni autentiche se ridotti a un ruolo stereotipato, funzionale a una struttura di potere?

Le posizioni reazionarie – che non hanno colore politico – che vorrebbero troncare sul nascere qualsiasi discussione e affermano che quei vecchi stereotipi rappresentano la natura, l’essenza, lo specifico maschile, parlano di un desiderio maschile universale, che ci accomunerebbe tutti nella stessa misura (confondendo a volte, manco a dirlo, desiderio maschile e rigida eterosessualità). In quest’ottica, chi è costretto suo malgrado a ridefinire il proprio ruolo sarebbe un “maschio in crisi” (come afferma il movimento Uomini 3000). Chi non si identifica in questa immagine non sarebbe tanto un uomo in cerca di modelli nuovi cui ispirarsi, bensì un maschio “pentito”, un uomo “tenero”, un “castrato”, un uomo che imita il desiderio femminile, come afferma Franco La Cecla (Il punto G dell’uomo. Desiderio al maschile, 2011), che ci dice che talvolta esistono anche rapporti stabili tra donne e questo tipo di uomini, ma costruiti su un’illusione, pervertendo la specificità maschile e imitando, nella relazione, una sorta di omosessualità femminile…

Questo ipotetico desiderio maschile originario sarebbe non solo omogeneo ma anche immutabile. Contro ogni senso comune, direi. Il desiderio cambia in modo evidente nella storia (si vedano ad esempio gli studi di Calvin Thomas) e anche nella vita di ogni individuo (altrimenti un uomo adulto dovrebbe essere attratto per tutta la vita dalle dodicenni, come quando era loro coetaneo), si forma in dialogo con tutto un insieme di stimoli, sociali e relazionali, positivi ma anche negativi: fin da piccoli, le qualità non virili sono stigmatizzate con tutta una serie di riti machisti di gruppo, violenze verbali pubbliche, appellativi offensivi, e le tendenze omoerotiche degradate, in giudizi privati e minacce, a perversioni, malattie, storture (fatti che fanno sistema con l’educazione che riceviamo in famiglia, sui libri di scuola, nei giochi, nei media). Se il desiderio non potesse cambiare anche profondamente, o scoprire parti prima tenute nascoste, come sarebbero possibili i non pochi casi di donne che, dopo una storia eterosessuale segnata dalla violenza domestica, instaurano relazioni con altre donne? O dovremmo immaginare, ancora una volta, il desiderio maschile e femminile come tra loro incommensurabili?

L’immaginario erotico (solo una parte del desiderio che dovrebbe riguardare le relazioni reali?) non cambia soltanto: nella contemporaneità, in questo processo il ruolo dei media è decisivo. Fin da adolescente notavo e commentavo con i coetanei maschi il cambiamento del nostro gusto già mentre si manifestava: cresciuti negli anni ’80 spiando i modelli di bellezza femminile delle commedie sexy italiane dei ’70, sia per quelli che avevano rifiutato sia per quelli che avevano accolto il modello delle maggiorate scolpite con il silicone stile Drive in, l’arrivo delle top model anni ’90 fu spiazzante: quei corpi allampanati inizialmente non sembravano attraenti. C’è voluto il tempo di guardarli e riguardarli. Poi arrivarono le modelle anoressiche. Lì il desiderio di molti maschi davanti alla tv subiva un altro shock iniziale: “ma siamo sicuri? mi deve piacere?”. Oggi, ascolto uomini colonizzati dall’immaginario pornografico che dimenticano che pochi anni fa si eccitavano al solo intravedere la peluria pubica femminile (ricordo anche le espressioni usate) e che affermano di trovare sgradevole se non ripugnante un pube e una vulva non completamente depilati.

È dunque evidente che il nostro desiderio e il nostro immaginario cambiano nel tempo, anche molto rapidamente, e che sono determinati da fattori esterni e spesso persino inconsapevoli. Ma non appena volessimo appropriarci un minimo di questo processo, giudicarlo, criticando il modello patriarcale del desiderio maschile, si ricevono sempre accuse di moralismo. Bisognerebbe, invece, rassegnarsi, perché non ci si può far niente: noi uomini avremmo un’immaginario intrinsecamente immorale, e anche di cattivo gusto (infatti Massimo Fini sconsiglia il suo Di(zion)ario erotico “alle femministe e agli stomaci troppo delicati”); il nostro desiderio sarebbe necessariamente capriccioso (“la voglia svanisce e il figlio rimane”), attratto solo dalla novità (“sarà la prima che incontri per strada / che tu coprirai d’oro”), scollegato dall’amore (“ho confuso il piacere con l’amore”), come cantava Fabrizio De Andre’ in alcune famosissime canzoni, che hanno esaltato questa concezione, ammantata di un seducente antiperbenismo, ufficializzandola anche negli ambienti progressisti e della contestazione. Il nostro sarebbe un desiderio spontaneamente superficiale e violento, senza possibilità di cambiamento – e dovrebbe anche piacerci così.

Queste posizioni non riescono a formulare un pensiero su alcuni elementi imprescindibili. Per prima cosa, non si può pensare che il desiderio sia completamente slegato dall’etica, dalla ragione, dalla personalità nella sua interezza e integrità. Il desiderio, come la risata (spesso pensata altrettanto liberatoria e immorale), non ci possiede “dall’esterno” ma dovrebbe esprimerci “dall’interno”. Così come, se non sono razzista, una battuta razzista non mi fa ridere, nel momento che la percepisco come tale, perché sbeffeggia una vittima, allo stesso modo non mi eccita pensare a una situazione in cui riconosco una dinamica di sopraffazione – almeno finché percepisco empaticamente l’altro, finché non lo rendo un oggetto (si vedano i recenti saggi di Chiara Volpato: Deumanizzazione. Come si legittima la violenza, 2011 e Psicosociologia del maschilismo, 2013). Il desiderio, certo, non vuole restrizioni, ma perché deve essere “necessariamente immorale”? E perché questa libertà, che potrebbe prendere infinite strade, nel desiderio maschile dovrebbe invece andare sempre nella direzione dell’umiliazione e del sopruso?

Ovviamente, perché se i sessi sono inseriti in una dinamica di potere, non si capisce come un elemento centrale tra quelli che ne definiscono le relazioni, il desiderio, dovrebbe non portarne traccia. Il desiderio maschile dettato dalla logica del patriarcato è infatti reificante, respinge l’empatia e la relazione ed è dominato da fantasie di controllo, di annullamento, di uso. In questa dinamica sfavorevole alla donna, essere maschio significa essere relegato dal proprio desiderio a oppressore simbolico, economico, fisico, psicologico, morale, sessuale. L’indottrinamento mediatico entra in questo circolo vizioso potenziandolo, specialmente con l’immaginario della pornografia, un prodotto (più che un genere) che, lungi dal rappresentare la libertà dei corpi e del desiderio, “sessualizza la gerarchia, l’oggettificazione, la sottomissione e la violenza” (Andrea Dworkin, citata dall’Anti Porn Men Project), e che quindi è già di per sé un’espressione pubblica – politica – di odio delle donne (e una rappresentazione pessima degli esseri umani in generale).

Gli schemi rigidi del patriarcato non possono che portare il maschio eterosessuale alla contraddizione di percepire la donna come oggetto del desiderio e, per questo, pericoloso monito della propria ignoranza relazionale. Più la donna è desiderata, più è ridotta a nemico da distruggere. Tanto più perché ci sono due femminili: quello che il maschilista desidererebbe e quello che gli si pone realmente di fronte, come entità aliena con un desiderio irriducibile al suo. Nel tentativo di riduzione della donna a nulla, la relazione (al limite attraverso lo scontro) riemerge sempre, è impossibile, anche con i massimi sforzi, annullarla definitivamente (anche se le vittime possono essere molte). Ed allora ecco, per il maschilista, che alberga e aleggia pericolosamente dentro e intorno agli uomini, tornare il famoso “mistero della femminilità”. Ad esempio, in una relazione, nell’ossessione da entomologo del “lei avrà goduto?”, che per converso – sostituendosi al lavoro sulla relazione, fisica e mentale – riduce miseramente il nostro piacere relazionale alla “meccanica eiaculatoria” (Amelia Rosselli).

 

Articolo (qui parzialmente modificato e integrato) originariamente scritto nel 2012 per Zeroviolenzadonne.it; un anno dopo la sua pubblicazione, l’articolo era stato preso come stimolo principale di un dibattito redazionale su OverLeft che presenta alcuni spunti interessanti.
Un ringraziamento a Ico Gasparri per la gentile concessione dell’immagine. Le presentazioni del suo progetto fotografico e del libro che lo racconta continuano, seguitelo!

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