Da sostenitrice del “sex work” a sopravvissuta leader: storia di un percorso

Nomode Mihlali “Mickey” Meji sopravvissuta e attivista abolizionista (Foto di Lynn Savarese)

Pubblichiamo l’intervista fatta dalla direttrice di CATW Taina-Bien Aime alla sopravvissuta e attivista sudafricana Nomode Mihlali Meji. Ringraziamo Taina per averci autorizzato a tradurre le parole di una donna che ha vissuto la violenza del razzismo e della prostituzione e che adesso lotta a fianco delle sue sorelle sopravvissute per mettere fine allo sfruttamento sessuale delle donne e delle bambine sudafricane. Quello che ci racconta Nomode coincide in molte parti con il racconto di Sabrina Valice attivista per 25 anni con il New Zealand Collective of Prostitutes. Il suo impegno con il gruppo “Sex Worker Education and Advocacy Task Forse” le ha aperto gli occhi sulle vere intenzioni di chi promuove la depenalizzazione totale dell’industria del sesso:  proteggere gli interessi degli sfruttatori a discapito della difesa dei diritti umani delle donne prostituite. Le donne e le ragazze nere prostituite con le quali Nomode si confronta chiedono vere alternative allo sfruttamento e alla violenza che sono costrette a subire nel mercato del sesso, mentre i gruppi come SWEAT sono interessati soltanto a “dare informazioni sul diritto delle donne a lavorare nell’industria del sesso e sviluppare politiche di riduzione del danno”. Quando Nomode si rende conto che “S.W.E.A.T. stava portando avanti l’agenda politica dei finanziatori ed era pronto a sacrificare le vite delle donne pur di raggiungere il suo obiettivo” decide di lasciare l’organizzazione esattamente come era successo a Sabrina in Nuova Zelanda. Solo un approccio neo-colonialista può giustificare e considerare normale che uomini bianchi e privilegiati comprino ragazze  e donne nere povere, così come non è possibile per un femminismo che si dichiari ‘intersezionale’ ignorare la parola delle sopravvissute che chiedono giustizia, pari opportunità, non di essere condannate a morire nel mercato disumano della prostituzione.

Nomonde Mihlali (“Mickey”) Meji è membro del programma Survivor Initiatives (Azioni delle sopravvissute) presso l’associazione Embrace Dignity a Cape Town in Sud Africa. Lo scopo di Embrace Dignity è mettere fine a tutte le forme di abuso sessuale delle donne e delle ragazze attraverso asistenza legale, istruzione e programmi di uscita per donne vittime di tratta e prostituite. Mickey era presente con me alla Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne a Marzo 2017 per parlare del suo attivismo, dal suo supporto alla depenalizzazione totale del mercato del sesso al suo attivismo attuale a favore di una legge che porti all’abolizione della prostituzione.  

Sei presente in modo significativo su internet come una sostenitrice del “sex work” ma adesso fai parte dell’organizzazione abolizionista Embrace Dignity. Puoi parlarci del tuo percorso?   

Quando mi trovavo per strada la mia preoccupazione principale era la violenza della polizia. Avevo bisogno di soldi per i miei bambini e l’unico gruppo che si occupava della violenza della polizia era “Sex Workers Education and Advocacy Task Forse” (S.W.E.A.T ). Mi fecero conoscere il termine “sex work” che non avevo mai sentito prima. Il concetto in un primo momento mi era parso interessante perchè sentivo che loro capivano la nostra situazione disperata.

“Sex worker” si presentava come un termine più dignitoso del suono sporco della parola “prostituta”, quindi alimentò il mio attivismo contro la brutalità inarrestabile della polizia. La prostituzione di per sè non cambiò nonostante tutto, e proprio per questo non ho mai creduto che potesse essere un lavoro. Non riuscivo comunque a dire a mia figlia quello che stavo facendo; la vergogna e lo stigma continuavano ad esistere dentro di me.

Sei entrata nella prostituzione a 19 anni. Come risponderesti alle persone che dicono che non eri una vittima di tratta o sfruttata da un pappone e che quindi era la tua scelta?

Che cosa intendi per scelta? Durante l’apartheid, mia mamma lavorava come domestica per le famiglie dei bianchi sud africani. Avevamo cibo e le cose di base a casa, ma eravamo poveri. A 16 anni ho partorito mio figlio e ho lasciato la scuola. Pochi anni più tardi, mia mamma ha cominciato a fare debiti con gli strozzini e in poco tempo eravamo a rischio di perdere la nostra casa. Un giorno, tornando a casa, un uomo bianco mi ha dato un passato e mi ha chiesto se ero “una signora che lavorava”. Ero disperata, volevo che mia mamma fosse fuori pericolo quindi mi feci portare a casa sua. Mi pagò 550 rands (40 dollari) e fui sorpresa da come potevo guadagnare dei soldi in fretta. Poco dopo misi dei preservativi in borsa e andai sulla strada Voortrekker a Cape Town. Era il 2001. Incontrai S.W.E.A.T nel 2001 e lasciai la prostituzione nel 2010 quando fui assunta come rappresentante. Non offrono queste posizioni facilmente dal momento che normalizzano la prostituzione come lavoro, ma fui prescelta.

Come ti ha ingaggiata S.W.E.A.T.?

La direzione, che allora era principalmente bianca e guidata da un uomo bianco, ha cercato di ingaggiarmi in modo aggressivo. Quando una mia conoscente fu accoltellata a morte da due donne, inclusa una pappona, S.W.E.A.T mi accompagnò al funerale. Non volevo andare con loro, ma avevo bisogno di un passaggio. Mi notarono perchè ero molto spigliata nel parlare, così per due anni continuarono a chiedermi di unirmi a loro. Mi hanno assunta come educatrice per dare informazioni sui diritti umani e fornire preservativi e lubrificanti per sesso sicuro. Poi mi hanno trasferita nel gruppo African Sex Workers Alliance (ASWA) dove mi hanno eletta coordinatrice nazionale per il Sud Africa e poi Sisonke, un’altro gruppo per le/i “sex worker. Mi hanno fatta viaggiare in tutto il mondo, dal Mozambico per il lancio di ASWA fino alla Nuova Zelanda. Poi volevano qualcuno che presentasse le loro proposte politiche ai più alti livelli e mi hanno eletta come Responsabile dell’Ufficio Comunicazioni e rapporti con il Parlamento. Tutto sembrava legittimo.

Che cosa intendi per legittimo?

Avevo un biglietto da visita e lavoravo principalmente su internet sostenendo la depenalizzazione della prostituzione, ma la mia famiglia non aveva accesso ad internet. Li ho lasciati all’oscuro riguardo al mio lavoro. Inoltre, io non sono una persona che prendo per buono tutto quello che mi dicono, quindi iniziai a riflettere su quello per cui stavo lottando. In Nuova Zelanda, dove la prostituzione è completamente depenalizzata, intervistai una donna in un bordello. Era piuttosto neutrale sulla legge, ma mi disse che non aveva funzionato per le donne e questa fu un’affermazione molto significativa per me. Mi spiegò che prima della legge, le donne principalmente lavoravano per strada, spesso senza sfruttatori. Dopo la depenalizzazione, erano state spostate nei bordelli e questo aveva avvantaggiato solo gli sfruttatori e i proprietari di bordello. Disse che la legge aveva solo colpito la brutalità della polizia, ma erano ancora estremamente vulnerabili all’AIDS  e alla violenza dei clienti e i proprietari dei bordelli trattavano con i compratori, non le donne.

Che effetto ebbero dentro di te queste parole alla luce del contesto sud africano?

Nel 2012, COSATOU, un collettivo di sindacati del Sud Africa, organizzò  una conferenza sulla parità di genere.  S.W.E.A.T. voleva che presentassi una dichiarazione che chiedeva la depenalizzazione totale dell’industria del sesso. Per fare questo, la “Open Society Foundations” dette a S.W.E.A.T. e al “Women’s Legal Centre” finanziamenti consistenti per documentare gli abusi di diritti umani nei bordelli. Era una proposta interessante considerato il caso di Kylie, una donna che aveva citato in giudizio il centro massaggi che l’aveva licenziata perchè si era rifiutata di servire un compratore senza preservativo. L’idea era quella di istruire le donne sui propri diritti all’interno del contratto con il proprio datore di lavoro nonostante l’illegalità della prostituzione in Sud Africa. Volevamo documentare gli abusi perpetrati contro le donne e allo stesso tempo formare i proprietari di bordello su quelli che erano i diritti delle donne.

Hai potuto documentare questi abusi?

Il problema è stato che la direzione di S.W.E.A.T. era così concentrata sul fare pressione per ottenere la totale depenalizzazione dell’industria del sesso che tutto quello che volevano ottenere era di dare informazioni sul diritto delle donne a lavorare nell’industria del sesso e sviluppare politiche di riduzione del danno. Io sostengo le politiche di riduzione del danno, ma non possiamo fermarci a questo. Mi sono resa conto che S.W.E.A.T. stava portando avanti l’agenda politica dei finanziatori ed era pronto a sacrificare le vite delle donne pur di raggiungere il suo obiettivo. Tutti sanno che nei bordelli le violazioni dei diritti umani delle donne viene perpretata da tutti i soggetti coinvolti. Anche se non hai più paura della polizia, che cosa puoi fare per quanto riguarda la tua vulnerabilità con qualsiasi cliente che può ucciderti o malmenarti? O il proprietario di bordello che può costringerti a fare sesso senza preservativo al giusto prezzo? Una volta che ho visto che i finanziatori chiedevano un’impostazione del tipo “sex work” della loro politica, che legittimava solo gli sfruttatori, mi sono infuriata e ho lasciato S.W.E.A.T.

Che cosa è successo dopo?

Ho cominciato a cercare un’organizzazione che fosse davvero dalla parte delle donne e ho trovavo Embrace Dignity, ma considerando che io ero pubblicamente conosciuta come sostenitrice della depenalizzazione totale dell’industria, erano un po’ riluttanti ad avermi con loro. Ho avuto bisogno di tempo per riflettere e creare il mio gruppo Survivor Empowerment and Support Program (SESP)  (Programma di supporto e valorizzazione delle sopravvissute). Cominciai a studiare le leggi delle nazioni Europee come la Svezia, Norvegia e Francia che proteggevano le donne prostituite mentre allo stesso tempo offrivano servizi di sostegno. Loro chiamano queste leggi “Modello Nordico” che si concentrano anche sulla prevenzione e la criminalizzazione della domanda maschile di prostituzione.

Pensi che il Sud Africa passerà una legge del genere?

Noi lo chiamiamo “Modello per la Parità” (“Equality Model”). Stiamo chiedendo al governo del Sud Africa di adottare questa legge che proteggerebbe le donne prostituite dagli arresti e la brutalità della polizia. Inoltre penalizzerebbe i compratori di sesso per il danno che provocano. Senza clienti non ci sarebbe l’industra del sesso e di conseguenza neanche la tratta. Lo Stato deve anche investire in servizi e programmi di uscita per le donne. La prostituzione di generazione in generazione è una realtà in Sud Africa. Non voglio che le mie figlie e le mie nipoti si debbano trovare ad avere la propria vagina come unico requisito di cui hanno bisogno per avere un lavoro o per pagare la loro istruzione. Le sfide sono significative dal momento che il movimento delle/dei “sex worker” ricevono finanziamenti  considerevoli al contrario di Embrace Dignity, ma le donne vogliono il “Modello per la Parità”. Abbiamo lanciato una campagna su Change.org  per fare pressione sul governo per far passare la legge e investire in provvedimenti che mettano fine alla violenza contro le donne. La costituzione del Sud Africa ci responsabilizza in questo senso affinché siano garantiti pari diritti per tutte/i.

Secondo te esiste un legame tra la prostituzione e la violenza di genere?

La larga maggioranza delle sorelle del mio gruppo SESP mi dicono che sono state comprate nella prostituzione per la prima volta quando erano delle ragazzine di 14 o 15 anni, che non è altro che violenza sessuale su un minore e tratta. La violenza contro le donne e le bambine in Sud Africa è diffusissima. Veniamo violentate dai nostri padri, zii, patrigni, vicini di casa, insegnanti. Siamo buttate dentro matrimoni combinati e poligami. L’abuso maschile sulle donne è completamente normalizzato. Le nostre energie devono concentrarsi nel fare pressione sul governo perchè adotti delle leggi e politiche che mettano fine a questi abusi, non che li incoraggino. Nessuna delle donne con le quali lavoro riconoscono la prostituzione come lavoro. Vedono come molte di noi che si muore giovani. Hanno bisogno di amore e di qualcuno che abbia a cuore i loro diritti, non dello statuto legale di “sex work”.

Hai paura che le femministe abolizioniste e il movimento delle sopravvissute potrebbero non fidarsi di te?

Le mie scelte non sono state tra il movimento abolizionista e S.W.E.A.T. La mia trasformazione viene dalla mie esperienza e dallo scambio che ho avuto con le donne nel mio gruppo SESP. Guarda! Ho un dito che non si piega. Un cliente ha tentato di violentarmi puntandomi contro un coltello. Mentre tentavo di scappare gli ho strappato via la lama e mi sono tagliata un tendine. Il mio dito rovinato mi ricorda tutti i giorni che sono sopravvissuta a pistole puntate contro la mia testa, tentativi di rapimento, violenza, deumanizzazione. Il mio capo a S.W.E.A.T. adesso mi accusa di lavorare con la destra e dice che togliere la capacità decisionale alle donne è pericoloso. Quello che è pericoloso davvero sono gli uomini bianchi e privilegiati e gli accademici che promuovono il mercato del sesso come un modo per sopravvivere per le donne nere e povere. Quando lasci casa tua per lavorare, dovresti avere la certezza che rivedrai di nuovo i tuoi bambini.

Come vedi il futuro per le donne in Sud Africa?

Quando le mie figlie saranno grandi voglio chiederle “Che cosa ti è piaciuto di più del tuo lavoro?” Se sei nella prostituzione è impossibile trovare una risposta per questa domanda. Il Sud Africa non può diventare un paese dove la prostituzione è quello che resta per noi dopo che ci è stato tolto tutto. Le donne e le ragazze nere meritano giustizia e pari diritti, non il mercato del sesso.

Questa è la terza parte di una serie sulla legislazione in tema di prostituzione in Sud Africa. Part One. Part Two.

 

 

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