Cosa si nasconde dietro la legge sulla prostituzione della Nuova Zelanda

Ritratto di Grace Molisa, poeta, attivista per i diritti delle donne indigene del Pacifico, madre dell’accademico Pala Molisa, che ha dichiarato di aver ripreso la sua riflessione sul legame tra prostituzione e colonialismo

In questo studio condotto da due accademici esperti di prostituzione, tra cui Pala Molisa, isolano del pacifico, che insegna in Nuova Zelanda, emerge un quadro completamente diverso da quello propagandato dai sostenitori/sostenitrici dell’industria del sesso. Il modello legislativo della Nuova Zelanda viene promosso dai lobbisti pro-‘sex work’ come ideale per la difesa dei diritti umani delle persone che si trovano nella prostituzione. Ma i dati al contrario ci parlano di un quadro preoccupante, per niente diverso dal disastro del modello tedesco. I due modelli tedesco e neozelandese non sono diversi tra loro in quanto entrambi definibili come regolamentaristi: entrambi prevedono l’eliminazione del reato di favoreggiamento e induzione, ed entrambi permettono la decriminalizzazione completa e quindi la liberalizzazione dell’industria con conseguente espansione incontrollata. Gestire un bordello o un’agenzia di escort non è più un reato, quindi qualsiasi sfruttatore o trafficante può gestire i suoi affari criminali impunito. Nel rapporto della Commissione per la Riforma della Legge sulla Prostituzione (PLRAC) emerge che:
– come afferma la maggioranza delle donne prostituite intervistate, la decriminalizzazione ha potuto “fare poco rispetto alla violenza che aveva luogo”;
– dopo l’approvazione della legge, le donne prostituite continuano a morire; ecco alcuni nomi di donne uccise: Suzie Sutherland e Anna Louise Wilson nel 2005; Ngatai Lynette Manning nel 2008; Nuttidar Vaikaew nel 2009;
– la prostituzione di strada, principalmente delle persone Maori e di minori, è aumentata;
– la decriminalizzazione non ha rimosso lo stigma di genere che costituisce il corollario del sistema prostituente. Sia il rapporto della Commissione sia diversi ricercatori riconoscono questo fatto.

 

[versione originale di Maddy Coy e Pala Molisa]

La retorica ottimistica che circonda la legislazione sulla prostituzione in Nuova Zelanda e le tattiche per sorvolare sui danni utilizzate dai difensori di quel sistema vengono smascherate dalle sopravvissute del sistema prostituente.

Prostituzione e tratta sono sempre più spesso contestate all’interno di forum internazionali sui diritti umani e i sistemi legislativi, nei quali i dibattiti si polarizzano intorno alla domanda se la prostituzione come sistema sia responsabile del consolidamento del dominio maschile istituzionalizzato o se il danno che produce derivi dalla criminalità organizzata e dallo stigma. Nell’aprile del 2016, la Francia ha seguito l’esempio di altri paesi e ha adottato l’approccio al quale ci si riferisce con il nome di “modello nordico” – decriminalizzazione, da una parte, della vendita di sesso parallelamente a programmi di uscita e di supporto, criminalizzazione, dall’altra, dell’acquisto di sesso. Si tratta di un approccio a partire dai diritti umani in netto contrasto con l’appoggio che Amnesty International e il rapporto provvisorio della Commissione selettiva del Dipartimento degli Interni del Regno Unito hanno dato all’approccio neozelandese.

Cosa sappiamo dunque, e cosa presumiamo di sapere, sull’impatto dell’approccio alla prostituzione in Nuova Zelanda?
Nel 2003, l’Atto di Riforma della Prostituzione della Nuova Zelanda (PRA – Prostitution Reform Act) ha decriminalizzato le imprese di commercializzazione del sesso, in modo che ora queste operano su base legale e legittima. I difensori di questo approccio dipingono un quadro ottimistico della riforma, sostenendo che la decriminalizzazione di tutti gli aspetti della prostituzione ne minimizzi i danni e renda più sicure le vite delle donne acquistate e vendute nel mercato del sesso.
Questa però non è la realtà del sistema neozelandese vista sul campo.

È principalmente attraverso i racconti e le testimonianze delle donne che hanno scritto delle loro esperienze nel sistema della prostituzione in Nuova Zelanda che siamo a conoscenza del divario enorme tra la retorica ottimistica e la realtà. Sabrinna Valisce, ad esempio, una sopravvissuta del mercato del sesso, si è espressa con forza sugli aspetti che non vengono citati e documentati nelle ricerche: il potere dato agli sfruttatori quando li si trasforma in “uomini d’affari legittimi”; l’aumento del numero di donne nei bordelli; la richiesta maschile di prezzi più bassi e di più “extra”; la normalizzazione di pratiche sessuali non volute dalle donne, come i rapporti senza preservativo. La vivida testimonianza che Rae Story ha fatto della sua esperienza nei bordelli neozelandesi rivela chi è che ha davvero il potere nella prostituzione. Le sue interviste a sopravvissute alla prostituzione testimoniano scetticismo e rabbia nei confronti della decriminalizzazione. Sally (non il suo vero nome), una donna che ancora opera all’interno dell’industria del sesso, è franca e diretta sulla realtà di quel mondo. Dice Rae Story: “Violenza e molestie sessuali sono parte del ruolo. Non si tratta di incidenti isolati. Il nostro ruolo è di essere molestate, aggredite, stuprate. Oltre a essere delle intrattenitrici, consigliere, serve, massaggiatrici.


SILENZI CHE GRIDANO

L’adulazione nei confronti dell’approccio neozelandese da parte dei suoi difensori maschera il silenzio sul danno sperimentato dalle donne, tramite la distorsione o il sorvolare sulle prove. Sulla violenza, ad esempio.

Il rapporto provvisorio della Commissione Selezionata sugli Affari Interni del governo di Westminster (HASC) cita diverse fonti che affermano che la decriminalizzazione in Nuova Zelanda avrebbe “incoraggiato” le donne a denunciare la violenza, e che “le donne possono segnalare senza timore di azioni da parte della polizia”. Il rapporto HASC cita una conclusione del rapporto della Commissione per la Riforma della Legge sulla Prostituzione (PLRAC) nel quale le persone intervistate ritenevano che le donne “avrebbero con più probabilità” segnalato le violenze alla polizia in regime di decriminalizzazione. Si tratta di affermazioni che trascurano un particolare sottile ma importante: c’è una differenza tra l’avere l’obiettivo di incoraggiare le donne a denunciare alla polizia, avere la percezione che le donne tendano più probabilmente o possano, e fare attenzione alle prove effettive che indicano che le donne non lo fanno. Ricerche citate dal rapporto PLRAC, ad esempio, suggeriscono che “poche” donne in tutti i settori dell’industria del sesso neozelandese hanno segnalato o denunciato violenze alla polizia.

Ma facciamo un passo indietro. Il rapporto PLRAC afferma anche che la maggioranza delle donne ritenevano che la decriminalizzazione potesse “fare poco rispetto alla violenza che aveva luogo”. Un documento parlamentare del 2012 include la violenza nelle “condizioni di lavoro” e riconosce superficialmente e frettolosamente che lo sfruttamento e la violenza, anche su bambine, sono continuate. La conclusione di questi rapporti è che la violenza è inevitabile e che il meglio a cui la legge può aspirare è di mettere le sopravvissute in condizione di trovare supporto dopo l’eventuale fuoriuscita. Lo sfruttamento di donne indigene e del Pacifico viene sorvolato, nonostante il ruolo della prostituzione nel rafforzare la colonizzazione e nonostante la consapevolezza da parte delle organizzazioni di donne sulla tratta e la schiavizzazione delle giovani donne delle isole.

Perché ci arrendiamo a questo? Si sa di almeno quattro donne coinvolte nella prostituzione che sono state assassinate in Nuova Zelanda dagli acquirenti di sesso dal 2003: Suzie Sutherland e Anna Louise Wilson nel 2005; Ngatai Lynette Manning nel 2008; Nuttidar Vaikaew nel 2009.

Dunque tutto ciò a cui aspiriamo è che l’unico grosso risultato della decriminalizzazione sia di aiutare la polizia a risolvere gli omicidi (meglio sarebbe femminicidi, ndt), come si legge nel rapporto HASC? Cosa ne è stato del nostro obiettivo di mettere fine alla violenza degli uomini contro le donne, inclusa la violenza letale? Si vuole riconoscere che il sistema prostituente è fondato sulla misoginia, il razzismo e il colonialismo? Che fine ha fatto il diritto delle donne di vivere libere dalla violenza e dalla violazione?

Nel 2012, Maddy e Janine Benedet hanno seguito le orme di Sheila Jeffreys nell’estendere al sistema prostituente il concetto di continuum della violenza contro le donne elaborato da Liz Kelly. Abbiamo argomentato che la prostituzione costituisce una forma della violenza contro le donne in quanto ne condivide le caratteristiche comuni di asimmetria di genere, di prerogativa maschile legata a un falso senso di diritto, di invasione dei corpi delle donne. La prostituzione è parte di una continuità di elementi o eventi di violenza e violazione nelle vite delle donne.

Questo modo di comprendere la prostituzione e la violenza ha l’effetto di modificare il modo in cui facciamo affermazioni sulla riduzione della violenza e su come la misuriamo. Se la prostituzione è una pratica istituzionalizzata di violenza contro le donne, possiamo essere molto più ambiziose nel progetto di eliminarla. Come riconosce la Dichiarazione sull’Eliminazione della Violenza contro le Donne, la violenza contro le donne è costruita storicamente e socialmente. Ciò significa che essa non è naturale e non è inevitabile. Significa che la riduzione del danno non è il meglio che possiamo fare o il massimo a cui possiamo aspirare. Se la violazione al centro del sistema prostituente è socialmente costruita, allo stesso modo è socialmente che possiamo decostruirla.


LA CANCELLAZIONE DEL PRIVILEGIO MASCHILE

Facciamo adesso un ulteriore passo indietro. L’analisi della copertura mediatica della prostituzione da parte della stampa in Nuova Zelanda tra il 2000 e il 2013, compiuta da Pantea Farvid e Lauren Glass, ha documentato che le donne che vendevano sesso sulla strada erano ancora “mal giudicate” e che gli uomini che acquistavano sesso risultavano “assenti in modo piuttosto evidente” nelle notizie. La decriminalizzazione non ha rimosso lo stigma di genere che costituisce il corollario del sistema prostituente. Sia il rapporto PRA sia diversi ricercatori riconoscono questo fatto. E questo non costituisce una sorpresa per quelle di noi che comprendono che lo stigma non ha origine dalla illegalità della vendita di sesso. Nel sistema prostituente, le donne sono letteralmente “altro”: disumanizzate, separate dal loro corpo ad uso della gratificazione sessuale maschile. Rappresentare le donne come criminali aggrava lo stigma, ma le sue radici si trovano altrove, a una profondità molto maggiore. Non giunge dunque come una sorpresa la conclusione chiave di Pantea Farvid e Lauren Glass, e cioè che il modo di dare le notizie da parte dei giornali in Nuova Zelanda tende a individualizzare le questioni in gioco, in modo da rendere invisibile il contesto generale e persistente di disuguaglianza tra uomini e donne. E questo atteggiamento fa eco alla tendenza della ricerca sulla prostituzione, che, come ha commentato Pala Molisa, non prende in considerazione il sesso come un modo con cui gli uomini dimostrano e rafforzano il potere sulle donne. C’è nella ricerca l’insistenza a dipingere un quadro per così dire sterilizzato e ammorbidito dell’industria del sesso – un quadro che non mette in luce il ruolo del potere maschile istituzionalizzato nell’industria del sesso.


LA NECESSITA’ DI SCEGLIERE – E DI SCEGLIERE ANCORA

I dibattiti globali sulla prostituzione si riducono alla fine al trovare o meno il coraggio di affrontare le realtà della violenza sistemica e del potere strutturale. La lobby a favore di una decriminalizzazione totale afferma che la prostituzione è semplicemente “lavoro”. Ma questa definizione tiene solo se si sorvola e sminuisce sistematicamente quanto la prostituzione si fondi su – e rafforzi a sua volta – sistemi oppressivi di potere. E questo si può fare solo se, nel profondo, non crediamo realmente che le donne siano veramente umane. Se, nel profondo, non crediamo realmente che l’oggettificazione sessuale possa essere sconfitta. O ancora, che il senso di prerogativa maschile possa essere cambiato. Se, nel profondo, non crediamo realmente che gli uomini possano cambiare. Coloro che difendono il modello neozelandese scelgono di limitare la loro visione alla riduzione del danno, mentre mantengono in vita le cause che costituiscono la radice dei mali che si verificano. Dobbiamo dunque prendere nuovamente in esame queste scelte. E scegliere di nuovo, in modo diverso.

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