Come tornare indietro di cinquant’anni

di Valentina S.

La prostituzione riguarda tutte le donne, è la “misura” della condizione femminile, come diceva una canzone femminista degli anni ’70 e come è sempre più evidente in epoca di neoliberismo globalizzato. Come esempio concreto, riproponiamo questo testo – già pubblicato su Consumabili – sulla diffusione delle forme di “intrattenimento sessuale” e prostituzione tra le studentesse che si mantengono in questo modo gli studi.

"le donne ci sono"
Da un po’ di tempo ho notato la grande diffusione in articoli di giornali e portali online, in affermazioni di opinionisti e nella letteratura per teenagers, di una sorta di apologia e normalizzazione della prostituzione femminile, come se si trattasse di una manifestazione di libertà sessuale e nel contempo di furbizia consistente nel “far fruttare la fortuna su cui sei seduta”. Sì, ho trovato scritto proprio così, non ricordo dove.

Un esempio particolarmente scioccante mi è venuto dalla lettura qualche giorno fa sul “Corriere dell’Università job”, un mensile che arriva nel mio ateneo, di un articolo che mostra la prostituzione delle studentesse come una simpatica e più remunerativa alternativa ai vecchi lavoretti part-time:

Ecco due passi particolarmente “illuminanti”:

Diverso è invece quando le incontri su internet, quando raccontano di volersi aprire a nuovi incontri perché hanno bisogno di pagare l’affitto anche questo mese o perché hanno semplicemente capito che il divertimento a volte paga. Di mattina sono testa, di sera quando si collegano in chat o lasciano annunci e foto in siti creati apposta per loro, diventano corpo.

“Non dimenticare che come sugar baby parte di ciò che offri risiede in una relazione leggera e divertente, scevra di conflittualità. Una delle principali ragioni per cui si cercano le sugar babies è il sollievo di una donna che ti allontani dallo stress.”

Quest’ultimo brano è preso dal decalogo di Brandon Wade (interamente pubblicato dal giornale) un uomo che negli Stati Uniti ha creato un sito (e ci si è arricchito) che è un vero e proprio bordello online e a cui il giornale non si preoccupa di fare indiretta pubblicità, nonostante in Italia sfruttamento, favoreggiamento e induzione alla prostituzione siano (ancora?) reati.

Del resto, che esista lo sfruttamento anche nell’ambito della prostituzione studentesca è confermato dalle cronache quotidiane (che purtroppo sfuggono ai più) come in questo articolo.

Dei due brani sopra faccio notare solo una cosa: come viene presentata oggi la sessualità e il ruolo femminile, nonostante la rivoluzione femminista e le grandi conquiste che ci sono state verso la parità socio-economico-culturale. Per una giovane ragazza a quanto pare dovrebbe essere addirittura motivo di divertimento intrattenersi – invece che con uno o tanti uomini che la attraggano – con un vecchio o maturo signore facoltoso non cercato da lei per attrazione fisica, ma subendo il suo corpo dietro compenso monetario. Addirittura, questo significherebbe per lei “diventare corpo”. Insomma, ancora una volta il corpo femminile visto come inerte oggetto del desiderio, non capace e desideroso di soddisfazione soggettiva. E quale deve essere alla fine il suo ruolo? Essere di sollievo a un uomo ricco allontanandolo dallo stress, secondo l’illuminante pensiero di Wade. Non quindi reclamare il proprio diritto – nell’ambito di una crisi economica che si sta facendo pagare particolarmente alle giovani donne – a un lavoro ben retribuito che la renda autonoma e le faccia dispiegare il proprio talento. Ma, ancora una volta, far dipendere il proprio mantenimento, sia pure per gli svaghi e il lusso da un uomo o tanti uomini che siano, loro sì detentori di loro proprie ricchezze.

E questa sarebbe la modernità, la libertà sessuale contro ogni moralismo bacchettone?

Come più di cinquant’anni fa, come se la storia non fosse mai andata avanti, questi signori insomma mostrano di ritenere ancora la sessualità e il corpo della donna, semplici strumenti di servizio per l’unico desiderio che conta, quello maschile. Da che mondo patriarcale è mondo, la donna è sempre stata mutilata della sua propria sessualità, diventando o casta sposa vergine fino al matrimonio o prostituta e quindi addetta per lavoro o costrizione al piacere maschile, per contratto soffocando ogni necessità del proprio corpo.

Ci sarebbe quasi da ridere – seppur amaramente – se non fosse in atto una strategia mondiale del capitalismo neoliberista globalizzato per aumentare il giro d’affari dell’industria del sesso, come si legge nell’interessantissimo “Prostituzione: globalizzazione incarnata” di Richard Poulin che sto leggendo in questi giorni. Interi stati dell’Africa, America latina, Sud-est asiatico, Europa dell’est, impoveriti o indebitati e divenuti ostaggio del Fondo monetario internazionale, basano ormai una notevole parte delle loro economie sulla prostituzione e sulla tratta di donne e bambine/i, nonostante l’adesione formale ai protocolli internazionali anti-tratta. Così da togliersi di mezzo il problema dell’occupazione femminile e contemporaneamente ricavando enormi profitti dalla mercificazione del corpo delle donne. Come è facile immaginare, le potenti multinazionali del sesso hanno tutto interesse al mantenimento di una condizione femminile arretrata e inferiore dal punto di vista economico, dell’ istruzione e della percezione sociale. Checché se ne dica – accostando prostituzione e libertà delle donne – la stragrande maggioranza delle donne reclutate da questa industria proviene infatti dai paesi in cui la condizione femminile è più arretrata, la violenza sessuale è più diffusa e le ragazze, reclutate in età sempre più giovane, spesso spinte o vendute dalle proprie famiglie, scoprono di frequente prima la violenza del bordello che la loro propria sessualità. Questo è il vero volto della mercificazione del corpo della donna e penso che noi occidentali abbiamo una grande responsabilità, noi che potremmo agire, noi che dovremmo avere gli strumenti per farlo. Se forse troppi colpevoli intellettualismi non impedissero ormai persino di vedere la realtà per quella che è.

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