Andrea Dworkin, al di là del mito

We have never had the opportunity of meeting Andrea Dworkin and listening one of her speeches. But after listening to Finn Mackay’s closing speech at Feminism in London in 2013, after reading her book Radical Feminism, we clearly understood that she was one of the feminists who embraced Dworkin’s legacy and would carry on her fight. What Finn told about Andrea in this article, how she was deeply inspired and touched by her words and commitment, it is exactly what happened to us when we listened to her: Her closing speech in London has been a source of inspiration, we felt empowered and moved by her words, she gave us new strenght and we felt part of a global feminist movement fighting to change the world into a better place of justice and peace for all.

Da anni volevamo scrivere su Andrea Dworkin, ma la statura intellettuale, politica, umana del personaggio ci ha finora intimidite. Nonostante la positività e benevolenza che suscita la sua figura, il rischio di banalizzarla parlandone è troppo grande. Ma ci siamo stancate di ascoltare gli insulti che riceve, le prese in giro, le insinuazioni. Per molti aspetti ci hanno sempre ricordato il trattamento che ha ricevuto Lina Merlin in Italia: dei miti che la riguardano, quello per cui sarebbe stata una grande moralista bacchettona ha persino convinto tanti che fosse una democristiana, quando invece Lina Merlin era una socialista, che perse il lavoro di insegnante per aver rifiutato di fare il giuramento fascista, condannata a 5 anni di confino per le sue attività di antifascista, in seguito partigiana, poi cofondatrice dell’UDI, eletta alla Costituente, prima donna a fare un intervento al Senato, e molto altro (#IosonoLinaMerlin). Su Andrea Dworkin – la cui enfasi retorica va contestualizzata in un contesto molto diverso dal nostro, quello statunitense, ma i cui argomenti ci riguardano direttamente senza mediazioni, nella loro radicalità illuminante – gran parte del mondo che si definisce femminista ha assunto i giudizi mutuati dal mondo più maschilista che l’ha bersagliata in un modo vergognoso. Sono molte, nella più recente ondata del femminismo mondiale, a ripercorrerne i sentieri, avendone colto la grandezza, e in area anglosassone molte pubblicazioni e riedizioni cercano di trasmettere e riportare i suoi argomenti, vicini nel tempo ma in parte sepolti dalla forza di un attacco patriarcale che ha cercato fin da subito di azzerare i suoi argomenti, con attacchi di ogni tipo, fino allo stupro subito e non creduto da molti e molte. C’è stata per esempio Ariel Levy, che ha introdotto una recente riedizione. Ma qui ci piace partire da un’altra grande, che ci ha trasmesso tutta la sua forza e la sua radicalità, nei suoi testi e nei suoi esaltanti interventi dal vivo, come al Feminism in London, dove abbiamo avuto il piacere di poterla ascoltare: Finn Mackay, attivista femminista, senior lecturer in sociologia alla University of the West of England (UWE). Diamo quindi la parola a lei per parlare di Andrea Dworkin, e la ringraziamo per averci autorizzato a tradurre questo suo breve e importante intervento.

[l’originale del 2015 di Finn Mackay è su The Heroine Collective]

Andrea Dworkin è stata, ed è tuttora, una leggenda per il femminismo. È davvero terribile che quello che la maggior parte della gente conosce di lei non sia altro che il mito antifemminista.

Ho incontrato per la prima volta Andrea a Brighton nel 1996, alla Conferenza Internazionale su Violenza, Molestie e Cittadinanza delle Donne. Sono stata tanto fortunata da incontrarla altre due volte, e ho potuto avere con lei delle conversazioni di cui farò sempre tesoro. Non dimenticherò mai il suo discorso sui punti cardine della conferenza in quella sala di Brighton, davanti a file e file di oltre mille donne, tutte incantate dalla sincerità e dalla forza della testimonianza di Andrea. Non dimenticherò mai la passione con cui parlò e la netta, ferrea determinazione dietro i toni bassi, lenti, misurati e rochi della sua voce. Non usava mezzi termini; molti dei suoi discorsi sono viscerali, partono dalle esperienze di sofferenza fisica delle donne e dei bambini abusati, dalle ferite rimaste sui corpi di chi vive la prostituzione o la pornografia.

Andrea stessa ovviamente conosceva la violenza, e le sue parole non temono di nominare la violenza maschile contro le donne né usano toni dimessi nel descrivere questi abusi. Studiosa, critica letteraria, teorica politica, poeta, romanziera e attivista, ha imposto nel dibattito il tema della violenza maschile, e per tutta la sua vita adulta è stata in prima linea con le persone vittime di violenza. Sebbene sia famosa per l’instancabile lavoro svolto per le donne, è meno noto che è stata anche a lungo attivista nei movimenti antirazzista e pacifista. In realtà, è stato proprio dopo l’arresto a una dimostrazione contro la guerra in Vietnam nei primi anni ’60 che Andrea fu imprigionata dallo stato e subì una brutale violenza sessuale mascherata da visita medica; un abuso che ha coraggiosamente reso pubblico, con il risultato di far chiudere quella brutale Casa di Detenzione e di interrompere le sue maledette pratiche. Questo è solo uno dei molti esempi di come Andrea ha sempre portato le proprie esperienze di vita nell’attivismo, e sempre ottenendo risultati positivi.

Andrea conosceva la violenza intimamente, e ha usato la sua esperienza per lavorare alla liberazione altrui; non ha mai permesso che la violenza indebolisse la sua battaglia o la fermasse. Andrea Dworkin non era, per così dire, una vittima passiva, nonostante abbia subito la stessa violenza ben nota a tante donne, quella violenza che è allo stesso tempo il fondamento e il punto d’arrivo del dominio maschile. Ma Andrea non ha preso parte al femminismo perché è stata una vittima; ha preso parte al femminismo perché tutte le donne vengono ridotte a vittime e perché il femminismo è il nostro movimento di resistenza. Sopravvissuta alla violenza sessuale da bambina, alla violenza domestica di un partner e a un periodo nella prostituzione, Andrea aveva tutti i numeri per indagare e sezionare il lavoro del patriarcato, con un ingegno e una capacità teorica taglienti come lame.

Nonostante ciò, in una distorsione dura a morire, niente di tutto questo è quanto si ascolta, si legge o si viene a sapere della vita e dell’opera di Andrea Dworkin. Quello che si sente dire su Andrea, all’infinito, è che odiava gli uomini, che era una donna privilegiata e ignorante, che era disinteressata al razzismo e alla povertà, che era anti-sesso, che era una bigotta. Si tratta di ritornelli ben noti, rivolti contro molte femministe, in particolare contro quelle in prima linea, e più in particolare quelle che non accettano l’ordine costituito, come Andrea. Queste narrazioni d’odio sono utilizzate per zittire e denigrare il lavoro di Andrea, e per far smettere di leggerla o scoprire da sé per che cosa e contro chi si battesse.

Bisogna che sia chiaro che Andrea non ha certo vissuto una vita facile, e di certo non ignorava le lotte quotidiane intraprese dalla gente comune nella sua America e in ogni parte del mondo, come dimostrano i suoi rigorosi scritti politici. Bisogna che sia chiaro che il suo attivismo dimostra che si interessava profondamente delle lotte per la giustizia sociale. Bisogna che sia chiaro inoltre che i suoi scritti, se la gente li leggesse davvero, mostrano che di certo non odiava gli uomini. Per aprire una breve parentesi, è importante sottolineare che l’etichetta di “donna che odia gli uomini” è particolarmente infamante nella nostra cultura, spostando ancora l’attenzione sulla suscettibilità maschile e sulla condiscendenza, o sulla sua mancanza, delle donne verso di loro; tutto questo in una società così satura di odio palese ed esplicito verso le donne che a malapena lo notiamo ancora. Con le sue stesse parole, questo è quanto Andrea aveva da dire sull’odio verso gli uomini:

Non siamo femministe perché odiamo gli uomini; siamo femministe perché crediamo nella loro umanità, nonostante tutte le prove contrarie.

Da queste parole si intravede inoltre la grande compassione e l’amore che Andrea emanava, e questa sua aura positiva ti investiva incontrandola di persona. È raro trovare una così grande oratrice che sia anche così tanto capace di ascolto come lo era lei quando non era sul palco. Voleva assolutamente ascoltare quello che le altre donne avevano da dire sulle sue idee, voleva sentirle parlare delle loro idee e delle loro pratiche femministe. Incontrandola da giovane femminista entusiasta, ero eccitata da questo suo interesse verso le altre, dal suo desiderio di sapere e dal piacere evidente nell’ascoltare i punti di vista e le esperienze delle femministe più giovani e di quelle appena avvicinatesi al movimento. Stiamo parlando di una celebrità femminista, che veniva quasi assalita da una folla che voleva parlare con lei, che era un personaggio immenso sia all’interno del nostro piccolo mondo sia all’esterno di esso, e che ciononostante di persona possedeva una delicatezza disarmante, calma, equilibrata.

Quello che credete di sapere su Andrea Dworkin è come minimo una mezza verità, se non proprio una bugia. Non potrebbe esserci né servirebbe nessuna motivazione più grande per scoprire il suo lavoro, nessuna ragione più forte per esplorarlo, che il fatto che una miriade di voci vi dica di non farlo. Potreste trovare il suo linguaggio sconvolgente, potreste non essere d’accordo con tutte le sue tesi, ma quello che troverete saranno le parole di una donna che vede oltre. Troverete quasi sempre condivisibili i suoi argomenti, anche se sarete titubanti di fronte ad alcune sue conclusioni. Le sue analisi ci obbligano a tirar fuori la rabbia verso il dominio maschile, e la sua rabbia, perfettamente espressa attraverso la scrittura, ci consente di mettere in discussione le ingiustizie quotidiane a cui assistiamo, e di far avanzare di un po’ la nostra linea di resistenza.

Senza Amazzoni come lei che facciano avanzare la lotta, il campo del dibattito si restringerebbe miseramente. La sua morte nel 2005 è una tragica perdita che continua a farsi sentire in tutto il movimento, riecheggiando nel crescente liberismo e in micropolitiche individualistiche che non guardano oltre se stesse, mentre il nostro mondo brucia. Gli scritti di Andrea non sono soltanto rilevanti per il nostro presente, sono necessari, e vi suoneranno familiari almeno quanto vi spiazzeranno.

Non credete a quello che sentite dire sul Femminismo Radicale di Dworkin, scopritelo da voi; potreste persino trovarvi d’accordo.

Come introduzione a Dworkin, consiglio la sua raccolta di discorsi On Life And Death: Unapologetic Writings on the Continuing War Against Women (1997) o un’altra raccolta come Letters From a War Zone (1988).

[Purtroppo, a proposito della guerra fatta per cancellare Andrea Dworkin, a tutt’oggi non ci risulta esistere una traduzione italiana pubblicata di nessuna sua opera – eppure tantissime citazioni vere o presunte sono continuamente riportate in rete in contesti e discorsi d’odio verso il femminismo, il femminismo radicale, l’abolizionismo; segnaliamo però in rete questa traduzione italiana di un suo discorso]

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