Donne consumabili, bambole viventi

di Valentina S.

È di pochi giorni fa la notizia che Amazon ha fatto togliere dal suo sito la vendita di bambole gonfiabili con il volto e il corpo di bambine dopo che varie associazioni britanniche di protezione dei minori sono intervenute per chiederne la rimozione. Una versione ridotta, “essenziale”, della bambola gonfiabile è la riproduzione in silicone della vagina di una nota pornostar: ogni pornostar famosa ne ha una, perché si tratta del pezzo che “conta” di quella donna. Negli ultimissimi anni, un mercato in grande espansione è quello dei sex robot, specialmente da quando nell’estate del 2017 l’Agenzia Lumidolls ha aperto a Barcellona il primo bordello di sex robot. Come si legge sul sito dell’Agenzia, i clienti “avranno difficoltà nel distinguere le bambole dalle donne reali”; tutte le bambole infatti sono fabbricate utilizzando elastometro termoplastico che garantisce un sicuro “effetto realtà”. I bordelli di sex robot si stanno diffondendo in varie città d’Europa, così come continua la produzione di sex robot bambine, prototipi più sofisticati della stessa aberrazione che Amazon ha tolto dal suo sito. Quando durante l’Arts Electronica Festival di Linz in Austria è stato esposto un esemplare di sex robot dalle fattezze femminili di nome Samantha, i visitatori l’hanno “molestata” sessualmente al punto da distruggerla: hanno danneggiato in modo irreparabile il seno, le braccia e le gambe, le hanno spezzato le dita. Esiste un genere nel porno solitamente classificato come fetish dove alle donne è richiesto di fare le bambole: sono truccate e vestite da bambola, vengono confezionate dentro una scatola e consegnate all’acquirente che poi si sfoga su di loro mettendo in atto ogni genere di sevizia perché il punto è usare la bambola vivente nel modo più sadico possibile, tanto non potrà reagire, protestare, urlare, tentare di scappare. Le attrici devono “fare le morte” mentre vengono penetrate in ogni orifizio da diversi uomini e anche con oggettistica varia, prese a schiaffi e sputi, sbatacchiate in posizioni innaturali e dolorose, appese dove capita ecc. 

Queste bambole viventi rappresentano una fantasia fondante della sessualità patriarcale misogina: poter disporre di donne e bambine come oggetti programmati per i propri bisogni a cui togliere parola e volontà ovvero ogni tipo di libertà. Un sogno di annientamento che è poi il fine ultimo del patriarcato: ridurre al silenzio le donne, cancellarne l’identità. A questo proposito il libro di Natasha Walter la cui traduzione in italiano è stata pubblicata nel 2012 è più che mai attuale e rappresenta un’ottima sintesi che mette insieme una critica alla misoginia dei media (con la consequente pressione esercitata sulle adolescenti ad odiare e modificare il proprio aspetto fisico ricorrendo alla chirurgia estetica) e al ritorno del determinismo biologico (con l’arroccamento sugli stereotipi di genere per il mantenimento dello status quo) con la denuncia degli abusi messi in atto dall’industria del sesso, dalla prostituzione allo stripping alla pornografia, che vengono propagandate come “scelta glamour” nelle riviste per teenagers. Il tutto venduto secondo la logica patriarcale neoliberista della “libera scelta” e dell’“empowerment” delle giovani aspiranti schiave “bambole viventi”. 

L’artista Bee Hale compra bambole usate, delle recenti tipologie ipersessualizzate, per ridipingerle dando loro dei lineamenti più “reali”

…in questo momento l’influenza di sistemi e stereotipi, che sono più potenti degli individui, danno origine a delle situazioni di disparità per cui uomini e donne ancora non possono prendere le loro decisioni nella stessa realtà. Se ci concentriamo su ciò che ci sembra “naturale” in queste scelte veniamo sviati dal guardare al ruolo delle pressioni sociali e dal cercare di cambiarle.”
Natasha Walter,
“Bambole viventi”,
Roma, Ghena, 2012, p.327

Bambole viventi” di Natasha Walter, giornalista e femminista britannica, è un libro imperdibile, che a mio parere dovrebbero leggere tutti coloro che oggi si occupano dei temi relativi al sessismo e alle pari opportunità. Offre infatti un’analisi completa e ben documentata del nuovo sessismo o, meglio, del ritorno – sotto forme ammantate di false apparenze di novità, emancipazione, libertà di scelta, empowerment – di stereotipi  vecchissimi e di un restringimento del ruolo delle donne nella società. In un momento in cui le disparità nella retribuzione, nei livelli occupazionali e nell’accesso a posizioni influenti tendono ad approfondirsi invece che a diminuire. Un ritorno, insomma, di molte cose che si credevano debellate, dopo la grande stagione del movimento femminista.

Natasha Walter analizza la situazione britannica che però non è certo diversa nella sostanza  da quella nostra, pur nelle specifiche peculiarità. Anzi, dirò, una delle cose che più mi ha colpito è proprio l’uniformità, così forte da causare sensazioni claustrofobiche, del contesto in cui siamo immersi. Come riguardo al ruolo mainstreaming dell’industria del sesso, della sua estetica, dei suoi valori, della sua rozza idea di “femminilità”, in gran parte dell’industria dell’intrattenimento e nei media a grande diffusione. Dai locali – in Inghilterra fioccano club di lap dance, night club con strip-tease e show soft-porno, dove ad esempio si selezionano ragazze per diventare fotomodelle di riviste per soli uomini come Nuts – a programmi tv fino a pubblicità, video musicali, e persino i videogiochi.

I giochi per bambine, sempre più distinti da quelli per bambini con l’abbondante ricorso al rosa per marcare una sorta di differenza (o gabbia?) mettono sempre più al centro in modo palese – si vedano ad esempio bambole come le Bratz, o le stesse W.I.T.C.H, ma gli esempi nel libro sono molto più numerosi  – la presunta necessità per le bambine di coltivare sopra ogni cosa il proprio aspetto esteriore allo scopo di essere vincenti e diventare padrone della propria vita. Insomma, il millenario stereotipo che accompagna femminilità con bellezza, fino a farne unico metro di successo per una donna, è abbondantemente ritornato, nella forma apparentemente più moderna della esasperata sessualizzazione. Persino nei cartoni animati destinati alle più piccole.

Non posso soffermarmi sui diversi temi trattati da questo importantissimo libro: dall’imprevisto revival del glamour modeling (posare nude per riviste maschili) alla prostituzione sempre più banalizzata come scelta di potere e influenza per le donne anche attraverso una fiorente pubblicistica per teenagers (l’autrice sceglie di parlare non della tratta ma della prostituzione apparentemente “scelta consapevolmente” e considerata ormai generalmente del tutto priva di problematicità); dal consumismo come modello dominante e pressoché unica visione della sessualità, che confonde la libertà di fare le proprie esperienze anche numerose e fuori dal matrimonio con l’obbligo a una performance sempre più precoce e priva di qualunque emozione e intimità, fino al ruolo centrale assunto dall’industria pornografica nella vita sessuale delle persone; dal bullismo sessuale sempre più diffuso fin dalle scuole a danno delle ragazze ma spesso taciuto e misconosciuto fino alla sessualizzazione precoce imposta alle bimbe, a un’età in cui parlare di libertà di scelta suona particolarmente ipocrita e infondato.

Tutti questi scenari trattati nella prima parte del libro hanno alcune cose in comune: una di sicuro è la grande confusione, pericolosa per la libertà delle donne, tra emancipazione sessuale e riduzione a oggetto attraente di consumo, bambola per i desideri dell’altro. Con effetti nefasti che vanno dalla diffusa frustrazione e vera e propria ossessione sull’aspetto fisico, sempre lontano dagli inarrivabili e artificiali modelli di attrattività sessuale proposti, fino al dilagare del bullismo sessuale ai danni delle ragazze. La seconda cosa importante da sottolineare – e che è anche forse il filo conduttore del libro – è il contrasto tra la forte retorica della scelta e del presunto empowerment delle donne (e persino delle bimbe) che viene fortemente pompata, guarda caso, dagli stessi esponenti del potere mediatico e dell’industria dell’intrattenimento intervistati dalla Walter, e, di contro, la sensazione di  essere usate come oggetti di molte ragazze che sono passate per alcune di queste celebrate esperienze e l’insoddisfazione di molte altre che accusano una sensazione di impotenza di fronte a ciò che avvertono come una gabbia. Su tutto domina incontrastato il potere del mercato: vendere risulta una priorità indiscutibile per tutti e leggendo questo libro sembra davvero che il sessismo renda parecchio: dalla cosmetica alla chirurgia estetica, dalla moda all’industria delle diete, dall’industria del sesso fino all’industria dei giocattoli. Niente di male in un sano narcisismo, dice la Walter, ma è evidente che il senso di frustrazione diffuso rivela una cappa opprimente che sembra molto più punitiva che gratificante per le donne.

La seconda parte del libro rivela magnificamente il “piano” che c’è dietro alle apparenti casualità trattate nella prima parte, attraverso un’attenta e documentatissima trattazione del ritorno del determinismo biologico nella pubblicistica di maggiore diffusione e nei mass-media. Non posso soffermarmi neanche un po’ su questa parte, che pure trovo forse motivo principale dell’eccellenza di questo libro. Dico solo che la Walter smonta, attraverso numerose interviste a scienziati e ricercatori, luoghi comuni ormai di nuovo imperanti: come la differenza dei cervelli tra maschi e femmine, delle attitudini come la propensione alla leadership o alla matematica, e la stessa distinzione manichea che viene fatta in un individuo tra biologia e ambiente quando è il secondo spesso a produrre anche modifiche organiche. E infine giunge anche alla inquietante conclusione, suggeritale da altri esperimenti scientifici effettuati sul comportamento umano, che la riproposizione di questi stessi stereotipi sulla “natura” femminile o maschile di alcuni comportamenti può finire per condizionare realmente le scelte degli individui, che sono fortemente condizionati, infatti, dalle aspettative che vengono riposte su di loro. Come potrebbe piacere a qualcuno trovarsi da solo su una vetta? – si chiede la Walter ad esempio riguardo al forte pregiudizio che viene veicolato nei confronti delle donne che rivestono cariche di responsabilità.

“Da bambina, non sono mai riuscita a relazionarmi alle bambole che mi venivano date per giocare, così ho finito per farmene su misura”. Nelle descrizioni del suo lavoro, l’artista Bee Hale parla di modelli di bellezza standard, del lavoro svolto per dare segni distintivi alle bambole o per farle somigliare alle persone cui appartengono, anche per aiutare ad accettare le proprie peculiarità individuali: segni particolari dalla nascita, cicatrici, tatuaggi, protesi, ecc.

Concludo dicendo che Natasha Walter si distingue anche per il forte equilibrio, il non indulgere a fanatismi di alcun genere, per l’attenzione a non generalizzare e a considerare anche che molte donne sono diventate loro stesse produttrici di questa cultura sessista e che non bisogna cadere in facili scorciatoie come vedere le donne come delle vittime sempre e comunque. Secondo lei, bisogna semplicemente essere più obiettivi  e smetterla di liquidare il nuovo sessismo come un effetto collaterale della maggiore libertà acquisita dalle donne che – guarda caso – sceglierebbero in piena libertà ruoli da sempre imposti loro dalla tradizione. Bisogna invece prendere atto che ha preso piede una nuova cultura sessista fortemente diffusa per interessi di mercato, che sta facendo aumentare condizionamenti e aspettative sulle donne in quanto donne (e specularmente sugli uomini in quanto uomini) e che sta riducendo le possibilità di scelta, spesso drammaticamente per chi non proviene dagli strati più agiati della società. Specie in un momento in cui si riducono i margini di mobilità sociale e l’attuale assetto economico-politico spinge ai margini fette sempre più ampie di popolazione. Al termine del libro, un elenco di utili link a progetti inglesi contro il nuovo sessismo che Natasha Walter illustra nel capitolo finale dal significativo titolo “Cambiamenti”. Non ci si può limitare all’analisi, ma occorre agire per continuare a coltivare “il sogno che un giorno donne e uomini siano in grado di lavorare e amare fianco a fianco, liberamente, senza i vincoli di tradizioni limitate”. Segnalo in particolare il progetto Object! Women Not Sex Objects.

Questa recensione era stata pubblicata su Consumabili nel 2012;
è possibile vedere il lavoro dell’artista Bee Hale sulle bambole qui e qui
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